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venerdì 10 gennaio 2014

"Dispiace molto vedere un così buon sacerdote gettare discredito sulla più corretta spiegazione della crisi della Chiesa con argomenti così inconsistenti.,"...

Fonte: Radio Spada...

Tra Pietro e Caifa: considerazioni di attualità ecclesiale

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Nota introduttiva: con questo breve saggio dedicato ad una serie dibattuta con passione nel mondo cattolico "tradizionalista", continua la sua collaborazione a Radio Spada, Antonio Polazzo. Data la delicatezza e l'attualità del tema, non escludiamo in futuro ulteriori approfondimenti di altri redattori di RS sul medesimo argomento. 

Nel breve scritto apparso sul suo blog il 24 dicembre 2013 ed intitolato L’augurio per il 2014[1], ancora una volta don Curzio Nitoglia tenta di scalfire – senza riuscirvi – la tesi elaborata da padre Guérard Des Lauriers o.p. (detta di Cassiciacum) sulla vacanza della Sede Apostolica, in atto almeno dalla promulgazione della Dichiarazione Dignitatis humanae personae del “concilio” Vaticano II.
Questa tesi è l’unica spiegazione dell’attuale crisi della Chiesa incentrata sul problema dell’Autorità pontificia ed è stata adottata per più di vent’anni da don Nitoglia, ossia dal 1985, quando lo stesso reverendo, assieme ai confratelli dell’Istituto Mater Boni Consilii, con pubblica ammenda, si dichiarò non più in comunione con Giovanni Paolo II, sino al 2007, anno in cui don Nitoglia abbandonò l’Istituto MBC e la tesi di Cassiciacum come valida spiegazione della crisi della Chiesa.
Pur non facendo espressa menzione di detta tesi e di padre Guérard Des Lauriers, è chiaramente alla tesi del grande teologo francese che nel citato scritto don Nitoglia fa implicito riferimento. L’autore dell’“ipotesi di Velletri” esordisce asserendo che “È un fatto, e “contro il fatto non vale l’argomentazione”, che oggi gli uomini i quali hanno l’autorità (temporale e spirituale) sono manchevoli nel suo esercizio” e che, tuttavia, rimane valido il principio per cui “l’autorità non può non sussistere anche se male esercitata”.
Don Nitoglia parla in astratto, riferendosi genericamente all’autorità temporale e spirituale e confondendo grossolanamente il piano dell’autorità nella società civile ed il piano dell’autorità in quella società eminentemente sovrannaturale che è la Chiesa cattolica, ma la sua spada di latta punta dritta sulla questione dell’Autorità del Romano Pontefice. L’argomentazione mira a questo: dimostrare che è falso affermare che Bergoglio non è vero Papa perché non munito dell’Autorità propria dei successori di Pietro (come fanno i suoi ex confratelli seguendo la tesi di Cassiciacum) e che, al contrario, egli è vero Vicario di Cristo e titolare dell’Autorità dei successori di Pietro[2].
A supporto del fatto che Bergoglio, ed i Vescovi residenziali[3] a lui uniti, posseggono oggi l’Autorità apostolica pur esercitandola male, don Nitoglia cita due episodi tratti dal Nuovo Testamento: quello di Paolo che ad Antiochia resistette in faccia a Pietro (Gal. 2, 11) e quello in cui Gesù viene ingiustamente giudicato da Caifa, Sommo Sacerdote nell’Antica Alleanza.
Quanto al primo episodio, frequentemente utilizzato dai protestanti contro l’Autorità dei Romani Pontefici, occorre ricordare che in quella circostanza Pietro non fu rimproverato da Paolo per aver promulgato insegnamenti erronei o leggi nocive per la Chiesa universale, bensì per aver tenuto un mero comportamento che rischiava di creare delle incomprensioni tra i cristiani dell’epoca. Niente di paragonabile, quindi, a quello che accade oggi, atteso che, per lo stesso don Nitoglia “le membra della Chiesa nella quasi totalità vengono invase dall’errore”, e che, sempre per don Nitoglia – se non sbaglio –, tale errore viene somministrato ai fedeli di tutta la Chiesa dagli stessi “papi conciliari” e dalla stessa “gerarchia conciliare”[4] (è a questo che si riferisce don Nitoglia dicendo che oggi gli uomini i quali hanno l’autorità spirituale sono manchevoli nel suo esercizio ed è per la sua giusta opposizione agli errori magisteriali del “concilio” Vaticano II che egli si trova a svolgere il suo ministero sacerdotale senza essere incardinato in una parrocchia).
Per maggior chiarezza, tuttavia, è opportuno citare quanto dice l’abate Ricciotti in ordine al passo della Lettera ai Galati in esame: “L'errore contestato da Paolo a Pietro fu un errore di condotta pratica non di dottrina, come vide già Tertulliano sentenziando col suo stile tacitiano: Conversationis fuit vitium, non praedicationis (De praescr., 23). Pietro non aveva rinnegato nessuno dei principii dottrinali stabiliti nel concilio di Gerusalemme; tuttavia in pratica non si comportava conforme ad essi, credendo in buona fede di evitare con quel suo contegno urti e contrasti. Gli antichi protestanti che adducevano l'episodio di Antiochia come prova della fallibilità dottrinale del papa di Roma cadevano in un palese errore storico; per di più confondevano l'infallibilità del maestro che insegna con l'impeccabilità del cristiano che opera, ignorando forse anche che il papa di Roma si confessa dei suoi peccati ed errori come qualunque altro cristiano cattolico”[5].
Quanto, invece, all’ingiusto giudizio di Caifa, don Nitoglia dimentica il pensiero di San Girolamo relativo a tale giudizio, riportato da San Tommaso nella Catena Aurea (il commento dell’Angelico ai quattro Vangeli): “Girolamo. Con questa lacerazione delle proprie vesti, [Caifa] mostrò che i Giudei avevano perso la gloria sacerdotale, e che il trono del pontefice era rimasto vuoto”[6].

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Aggiunge don Nitoglia nel suo scritto che “L’autorità spirituale e temporale viene dall’alto, anche se attualmente è male esercitata dagli uomini che l’hanno ricevuta, non possiamo arrogarcela noi dal basso”. Ora, è davvero strano che proprio chi – come don Nitoglia – giudica l’operato del Papa (vero Papa è, per lui, Jorge Bergoglio) nell’esercizio del suo ufficio (dicendo, appunto, che attualmente egli esercita male la sua autorità spirituale), neghi al tempo stesso la possibilità di ciascuno di arrogarsi l’autorità spirituale dal basso. Chi ha conferito, infatti – vien da chiedersi –, a don Nitoglia l’autorità di giudicare il Papa nell’esercizio del suo ufficio? È evidente che questa “autorità” non viene dall’alto, ma dal basso, essendosela attribuita don Nitoglia da sé medesimo.
Brevemente sembra poi utile evidenziare che l’ex membro dell’Istituto MBC prosegue precisando che, nell’attuale situazione ecclesiale, “Bisogna evitare 1°) l’errore per difetto: il servilismo, che obbedisce ad ordini contrari al diritto naturale e 2°) l’errore per eccesso: l’anarchismo, che nega ogni potere a chi male esercita l’autorità che ha ricevuto dall’alto, arrogandosela dal basso (democratismo)”. Così facendo egli applica abusivamente le categorie socio-politiche alla realtà sovrannaturale della Chiesa tornando a mescolare impropriamente questioni naturali e civili con questioni sovrannaturali e religiose. Ma val la pena porre attenzione anche a ciò che don Nitoglia suggerisce di fare in ““quest’ora del potere delle tenebre (Lc., XXII, 53)””: “…dobbiamo cercare di restare uniti, anche se non giuridicamente, almeno moralmente tra cattolici antimodernisti e uomini anti-mondialisti “liberi della vera libertà dei figli di Dio” (San Paolo, Rom., VIII, 21)”. Pur specificando, poco oltre, che questa unione morale corrisponde, per lo più, ad un sostegno morale reciproco tra antimodernisti, don Nitoglia sembra auto-collocarsi all’interno di una parte di cattolici divisa dalla “gerarchia ecclesiastica” e dal suo “capo visibile” almeno sotto un aspetto ritenuto giustamente essenziale per la vita cristiana: l’antimodernismo. Non è questa un’altra stranezza? Affermarsi in comunione con il Papa[7], ed essere separato da lui relativamente ad una questione essenziale per la vita cristiana? Mi par proprio di sì.
Dispiace molto vedere un così buon sacerdote gettare discredito sulla più corretta spiegazione della crisi della Chiesa con argomenti così inconsistenti. Per questo, nell’augurargli di cuore un anno di cristiana letizia e santità, prego la Madonna affinché gli ottenga da Gesù la grazia di comprendere che un Vicario di Cristo, nell’esercizio del suo Ministero di supremo Pastore e legislatore di tutti i cristiani, non può essere fonte di veleno ed ottenga, altresì, a tutti la grazia di avere presto un vero Papa.
Antonio Polazzo




[2] La posizione teologica di don Nitoglia dinnanzi alla presente crisi ecclesiastica è simile, se non identica, a quella lefebvrista, di disobbedienza, cioè, alla persona che egli reputa essere il Vicario di Cristo allorquando le dottrine da questi insegnate in materia di fede e di morale contraddicano il Magistero pre-conciliare e, in generale, la dottrina cattolica.
[3] “Vescovi residenziali” per don Nitoglia, ovviamente, non per il sottoscritto.
[4] Ossia, nel gergo tradizionalista, i “Papi” e la “gerarchia ecclesiastica” del “concilio” (Vaticano II) e del post-“concilio”, sino ad oggi.
[5] Giuseppe Ricciotti, San Paolo Apostolo, 1946, § 368.
[6] San Tommaso D’Aquino, Catena Aurea in quatuor Evangelia, Expositio in Matthaeum, Caput 26, Lectio 16, Textum Taurini 1953: “Hieronymus. Per hoc autem quod scidit vestimenta sua, ostendit Iudaeos sacerdotalem gloriam perdidisse, et vacuam sedem habere pontificis”.
[7] Come detto, don Nitoglia tiene Bergoglio per vero Papa, riconoscendogli l’Autorità di Romano Pontefice propria di ogni Vicario di Cristo. 

1 commento:

  1. Mi sembra che don Nitoglia, di cui ho apprezzato le analisi sulla giudaizzazione della Chiesa, voglia proseguire a dare motivo (invalido, ma tenacemente ribadito) del suo distacco dall'Istituto Mater Boni Consilii.
    Se rivedesse le sue posizioni del "capo sì ma non gli obbedisco" dovrebbe umilmente chiedere scusa del suo ergersi a lefebvriano e fedele traduttore, sui generis, del nuovo corso della fraternità.
    Le sue frasi "tertium non datur" eccetera, che ho riletto varie volte, servono agli sprovveduti per cadere nelle tesi sue.
    Mi ricorda quando, nel Manzoni, i poveri parlavano con timore e fastidio del "latinorum" dei preti ,intendendo quel saper mescolare italiano e latino tanto per darla ad intendere a chi non conosceva la lingua antica, tacitando il sano buon senso contadino.
    Quindi mi complimento con l'analisi di Antonio Polazzo, che condivido in toto !

    Vorrei qui ribadire ancora una volta che esprimere concetti e fatti validissimi a riprova che un capo è capo se sa comandare ed ha l'autorità di comandare, e poi dire che bisogna disubbidirgli è un non-senso.
    Ed è non-senso specialmente per quanto riguarda la religione e la Chiesa cattolica ,che è retta su precise disposizioni e su dogmi che non possono diventare opinioni per il sacerdote di turno che si atteggia a teologo.
    Guerard des Lauriers fu teologo e professore all'Università Lateranense.
    Credo che quantomeno il rispetto a lui e la critica su sè stessi siano le prime strade da percorrere.

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