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venerdì 10 gennaio 2014

"Dispiace molto vedere un così buon sacerdote gettare discredito sulla più corretta spiegazione della crisi della Chiesa con argomenti così inconsistenti.,"...

Fonte: Radio Spada...

Tra Pietro e Caifa: considerazioni di attualità ecclesiale

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Nota introduttiva: con questo breve saggio dedicato ad una serie dibattuta con passione nel mondo cattolico "tradizionalista", continua la sua collaborazione a Radio Spada, Antonio Polazzo. Data la delicatezza e l'attualità del tema, non escludiamo in futuro ulteriori approfondimenti di altri redattori di RS sul medesimo argomento. 

Nel breve scritto apparso sul suo blog il 24 dicembre 2013 ed intitolato L’augurio per il 2014[1], ancora una volta don Curzio Nitoglia tenta di scalfire – senza riuscirvi – la tesi elaborata da padre Guérard Des Lauriers o.p. (detta di Cassiciacum) sulla vacanza della Sede Apostolica, in atto almeno dalla promulgazione della Dichiarazione Dignitatis humanae personae del “concilio” Vaticano II.
Questa tesi è l’unica spiegazione dell’attuale crisi della Chiesa incentrata sul problema dell’Autorità pontificia ed è stata adottata per più di vent’anni da don Nitoglia, ossia dal 1985, quando lo stesso reverendo, assieme ai confratelli dell’Istituto Mater Boni Consilii, con pubblica ammenda, si dichiarò non più in comunione con Giovanni Paolo II, sino al 2007, anno in cui don Nitoglia abbandonò l’Istituto MBC e la tesi di Cassiciacum come valida spiegazione della crisi della Chiesa.
Pur non facendo espressa menzione di detta tesi e di padre Guérard Des Lauriers, è chiaramente alla tesi del grande teologo francese che nel citato scritto don Nitoglia fa implicito riferimento. L’autore dell’“ipotesi di Velletri” esordisce asserendo che “È un fatto, e “contro il fatto non vale l’argomentazione”, che oggi gli uomini i quali hanno l’autorità (temporale e spirituale) sono manchevoli nel suo esercizio” e che, tuttavia, rimane valido il principio per cui “l’autorità non può non sussistere anche se male esercitata”.
Don Nitoglia parla in astratto, riferendosi genericamente all’autorità temporale e spirituale e confondendo grossolanamente il piano dell’autorità nella società civile ed il piano dell’autorità in quella società eminentemente sovrannaturale che è la Chiesa cattolica, ma la sua spada di latta punta dritta sulla questione dell’Autorità del Romano Pontefice. L’argomentazione mira a questo: dimostrare che è falso affermare che Bergoglio non è vero Papa perché non munito dell’Autorità propria dei successori di Pietro (come fanno i suoi ex confratelli seguendo la tesi di Cassiciacum) e che, al contrario, egli è vero Vicario di Cristo e titolare dell’Autorità dei successori di Pietro[2].
A supporto del fatto che Bergoglio, ed i Vescovi residenziali[3] a lui uniti, posseggono oggi l’Autorità apostolica pur esercitandola male, don Nitoglia cita due episodi tratti dal Nuovo Testamento: quello di Paolo che ad Antiochia resistette in faccia a Pietro (Gal. 2, 11) e quello in cui Gesù viene ingiustamente giudicato da Caifa, Sommo Sacerdote nell’Antica Alleanza.

mercoledì 16 ottobre 2013

"Non sputate su un morto; quell’appuntamento lo abbiamo tutti e sarebbe assai meglio se ognuno si preoccupasse di arrivarci con la propria coscienza a posto"…

Aggiornamento pervenutoci da un diretto interessato. Ringraziamo e pubblichiamo...


 Scusate il ritardo.
Notizie acquisite alla fonte della Fraternità S. Pio X (FSSPX) riguardo i funerali del Capitano Erich Priebke.
Ieri i cancelli del Priorato di Albano sono rimasti aperti fino alle 15 circa. Poteva entrare chiunque. Quando i facinorosi  cattocomunisti hanno cominciato a crescere di numero il cancellone è stato chiuso.
Una siepe di poliziotti si è parata davanti all’ingresso. Grida belluine, bestemmie, canti partigiani si sono levati dalla canea. Verso le 16 un figlio del Capitano voleva entrare, ma gli è stato impedito. 
Un po’ prima Don Curzio Nitoglia, veste sempre con la talare, con un drappello di suorine si è fatto largo nella bolgia a gomitate energiche e aiutato dalla polizia è riuscito ad entrare insieme alle suore. Contestatissimo perché scambiato per il parroco ( lui è semplice prete) che doveva celebrare i funerali. Immaginate le parolacce ricevute. 
Prima della chiusura  dei cancelli, una trentina di camerati e un figlio del Capitano con la famiglia erano entrati nel priorato. Verso le diciassette il carro funebre con le spoglie del Capitano a fatica si è aperto la strada tra la folla inferocita, eccitata dal sindaco di Albano. L’auto è stata semi distrutta, tanto che stamattina era ancora nel priorato. Gli addetti, cinque, sono tornati a casa dopo le due con altri mezzi. 
E’ falso che il funerale non è stato celebrato. La liturgia dei defunti si è svolta in due tempi. Prima, alle 17,30, come previsto, c’è stata la S. Messa in nigro, senza salma, rimasta nel carro. 
E’ falso che il celebrante (il Priore Capo) si sia tolti i paramenti sacri e sia andato via. I paramenti li ha tolti, come sempre, alla fine della messa. L’avv. Giachini, esecutore testamentare di Priebke riguardo il funerale, voleva che tutti i camerati fuori, man mano aumentati di numero, partecipassero alle esequie. La polizia è stata irremovibile. Nessuno poteva entrare. Giachini allora si è dimesso da esecutore testamentario. Intanto fuori casino del casino. 
E’ falso che un treno speciale di nazi, affittato per il caso, era in arrivo. Non esisteva. E’ falso che due bus di nazi sono stati fermati. Non esistevano. Sono giunti fuori del Priorato al massimo una trentina di camerati che verso le una, quando la salma del Capitano era partita verso l’aeroporto Pratica di Mare, uscendo da una porta secondaria, si sono scontrati con centinaia di sovversivi. Naturalmente hanno arrestato due camerati. Solo a questo punto, pioveva, la polizia ha caricato e disperso i facinorosi.
Questa mattina alle ore 6 mi sono recato al Priorato per accompagnare un sacerdote all’aeroporto L. Vinci. Non c’era nessuno. Il cancellone era chiuso anche con una grossa catena con lucchetto, per sicurezza. Ho atteso fuori con la macchina. Un’auto della polizia è passata poco dopo e mi ha chiesto soltanto se dovevo entrare, nel caso mi avrebbero aperto il cancelletto  laterale con una chiave in loro possesso. Ho chiesto al poliziotto come mai avessero permesso tutto quel casotto. Mi ha risposto che sono stati gli ordini dei superiori a non farli intervenire per far svolgere i funerali in maniera dignitosa.
Il funerale doveva svolgersi in maniera riservata. La notizia che si svolgevano ad Albano presso la FSSPX l’ha divulgata il sindaco, informando l’Anpi, gli ebrei, i no global, e monnezza varia.
Infatti fino alle 15,30 nei pressi del Priorato c’erano solo poliziotti e l’atmosfera era tranquilla.
Il tam tam dei Tupamaros ha fatto il resto.
Comandante Erich Priebke: PRESENTE!
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Espriamo la nostra sincera vicinanza al Sacerdote Don Curzio Nitoglia aggredito satanicamente dall'orda comunista accorsa ad Albano...
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di Paolo Deotto

prbkSembra una gara a chi riesce a fare la peggior figura. I fatti sono noti. È morto, alla bell’età di cent’anni, quell’Erich Priebke che durante la guerra fu ufficiale delle SS e tra gli esecutori della terribile rappresaglia consumata alla Fosse Ardeatine.
Anzitutto ricordiamo, così, en passant, che la tragedia della Seconda guerra Mondiale, immane sotto l’aspetto umano, e immane porcheria quanto a responsabilità di vinti e vincitori, terminò oltre sessantotto anni fa. Non sono pochini, ma siamo un Paese ossessionato dalle ricorrenze e che non ha ancora chiuso la Guerra Civile. Ricordiamo anche che la strage delle Fosse Ardeatine non sarebbe mai avvenuta se due gappisti, partigiani comunisti, non avessero compiuto un atto criminoso, inutile sotto il profilo militare, ma utile solo per la guerra privata del Partito Comunista, ossia l’attentato di via Rasella, a Roma. I due si chiamavano Rosario Bentivegna e Carla Capponi. Nascosero in un carretto della nettezza urbana un potente ordigno al tritolo, che esplose al passaggio di un camion che trasportava un gruppo di militari del Reggimento di Polizia “Bozen”. Si trattava di altoatesini, truppa non combattente ma di presidio e, giusto per dissipare un’altra ricorrente falsità, non si trattava di “SS”, in quanto la sigla “SS” era stata imposta da Himmler a tutti i Reggimenti di Polizia. Erano soldati di età avanzata e così mostruosamente crudeli che si rifiutarono di partecipare alla rappresaglia, che infatti fu compiuta da personale delle SS (quelle vere). Per chi volesse saperne di più, consigliamo vivamente il libro dello storico Lorenzo Baratter, “Storia dei reggimenti di polizia sudtirolesi”.

L’attentato di via Rasella causò la morte di 33 militari tedeschi e di almeno due civili (alcune fonti dicono quattro; uno era un ragazzo di 13 anni), che ebbero la sfortuna di passare in via Rasella al momento dell’esplosione.  Gli attentatori si guardarono bene dal consegnarsi ai tedeschi. Se ne stettero nascosti, quieti quieti, né potevano ignorare le feroci usanze tedesche. La rappresaglia era prevedibilissima. Ma Il Bentivegna e la Capponi, da buoni comunisti, pensarono alla loro pelle, e non a quella del popolo. Dopo la guerra ebbero carriera politica, posti in Parlamento e inserimento nel Pantheon degli eroi della patria!

UNA DELLE VITTIME DEL VILE ATTENTATO "PARTIGIANO COMUNISTA" DI VIA RASELLA...

Per chiudere questo breve quadretto retrospettivo, è bene ricordare anche che, a fronte della totale crudele inutilità dell’attentato, il Partito Comunista ebbe comunque dei vantaggi. Guarda caso, tra i prigionieri prelevati dal carcere romano e uccisi alle fosse Ardeatine c’erano tutti i principali capi della resistenza anti-nazista ma anche anti-comunista, arrestati pochi giorni prima, tra cui il generale Calvi di Bergolo. Curioso, vero? I comunisti con una sola bomba soddisfecero le loro brame di sangue, mandarono agli altri partiti del CLN il solito avviso mafioso (siamo i più forti e non abbiamo pietà) e ottennero anche l’eliminazione di altri partigiani “concorrenti scomodi”. Tutto casuale, è ovvio…
Fine dell’inciso storico, necessario però per tenere a mente un fatto essenziale: senza la porcheria di via Rasella, non ci sarebbe stata la strage delle fosse Ardeatine. Ma anche a porcheria consumata era ancora possibile evitarla: se gli attentatori fossero stati persone oneste, avrebbero affrontato le responsabilità del loro gesto. Ma erano comunisti, quindi la coscienza l’avevano già eliminata da tempo e per il loro atto criminoso pagarono gli innocenti.

martedì 27 agosto 2013

"Chi potrebbe ancora dubitare, dopo i fatti esposti e le denunce del Magistero della Chiesa, che la Sposa di Cristo sia stata l'oggetto di un oscuro complotto e che purtroppo sia stata infiltrata dal nemico fin nei suoi più alti gradi? "...


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Sodalitium n° 38, giugno-luglio 1994 (pagg. 17-29)


INFILTRAZIONI GIUDAICO - MASSONICHE NELLA CHIESA ROMANA

di don Curzio Nitoglia

INTRODUZIONE


Abbiamo già visto nel numero precedente [1], come il Giudaismo-religione abbia congiurato contro Gesù Cristo, i suoi Apostoli e la Chiesa, cercando d'infiltrare una "quinta colonna" nella Chiesa stessa per poterla distruggere dall'interno.

Nel presente articolo cercherò di richiamare l'attenzione del lettore su una serie di fatti oggettivi e inequivocabili che mostrano le infiltrazioni della contro-Chiesa attuate nel Corpo Mistico di Cristo.

Il come sia stato possibile tutto ciò è un mistero che ci sorpassa, è il mistero della Volontà permissiva di Dio in rapporto al male morale, che non è voluto ma solo permesso per trarne un bene maggiore.

Il perché dell'infiltrazione giudaico-massonica nella Chiesa sorpassa il nostro misero intelletto, ma sarebbe irragionevole chiudere gli occhi sugli avvenimenti che la comprovano e purtroppo, con il Concilio Vaticano II, la testimoniano sino al suo stesso vertice. Paolo VI d'altronde, aveva già parlato di "autodemolizione della Chiesa" e di "fumo di satana, penetrato all'interno della Chiesa di Dio", ammettendo implicitamente la realtà del fatto.

In molti casi dobbiamo fermarci al quia, alla constatazione del fatto, senza pretendere di conoscere il propter quid, il perché del fatto. La Giudeo-Massoneria ha formato il disegno di corrompere le membra della Chiesa, e specialmente il clero e la gerarchia, inoculando in esse falsi principi che di cristiano mantengono solo il nome senza averne più la sostanza [2].

Un altro fatto inequivocabile (oltre al complotto contro la Chiesa) è che oggi quasi tutti, anche i cattolici, appartengono in qualche modo all'anima della Massoneria, pur non essendo membri del suo corpo, cioè pensano e ragionano da massoni: sono per la tolleranza, il pluralismo, il rispetto dell'errante, la democrazia moderna e liberale, il non esclusivismo. Oggi Benedetto Croce avrebbe più giustamente scritto Perché non possiamo non dirci massoni, e la teoria di Rahner andrebbe riproposta come Il massone anonimo [3].

Questa è la triste realtà: da un lato il complotto della Sinagoga contro la Chiesa, dall'altro lo spirito cabalistico-massonico che ha invaso ogni cosa e che respiriamo ormai come l'aria che ci circonda. È molto arduo poter definire il perché, il come di tutto ciò, che in molti aspetti ci sfugge, ci sovrasta e su cui possiamo solo fare congetture senza poter arrivare alla certezza; eppure non dobbiamo chiudere gli occhi sulla terribile realtà nella quale siamo chiamati a vivere, sotto pena di sbagliare di "campo" o di stendardo, convinti magari di militare sotto quello di Cristo, ma combattendo in realtà, sotto quello di Lucifero [4].

Nell'articolo precedente abbiamo visto i piani massonici (svelati da Barruel e da Cretineau-Joli, e riportati nei suoi volumi da Mons. Delassus), i quali parlano di un "papa" secondo i bisogni della setta, cioè imbevuto della sua filosofia, un "Papa" che, pur non essendovi iscritto, fa però parte della sua anima, al fine di portare a compimento il trionfo della Rivoluzione. Per giungere a tale scopo la Massoneria ha formato una generazione degna di tale avvenimento, mediante la corruzione intellettuale e morale della gioventù, fin dalla più tenera età, per poterla poi attirare, senza che se ne accorga, alla mentalità del "massonismo". Soprattutto nei seminari essa ha svolto il suo ruolo d'infiltrata, di corruttrice delle idee, perché un giorno i giovani seminaristi diverranno preti, vescovi, cardinali, governeranno e amministreranno la Chiesa e, come cardinali, saranno chiamati a scegliere un "Papa"; ma questo "Papa", come la maggior parte dei suoi contemporanei, sarà imbevuto di principi filantropici e naturalistici e sarà quindi omologo agli interessi della setta.

Il clero e i fedeli marceranno così sotto lo stendardo massonico, credendo ancora di essere sotto la bandiera pontificia.

I fatti che mi accingo a riportare sono la prova inequivocabile che tale disegno è riuscito, almeno per ora. Nostro Signore infatti ci ha promesso che "le porte dell'inferno non prevarranno" e così sarà. Noi cristiani, come il nostro Capo, Gesù Cristo siamo abituati a vincere per mezzo delle sconfitte. Proprio quando Gesù fu crocifisso e abbandonato da tutti, con la sua morte ci redènse; così sarà anche del suo Corpo Mistico, la Chiesa: quando sembrerà ormai essere morta, allora risorgerà in tutto il suo fulgore: "Regnavit a ligno Deus"!

Tali fatti non devono scandalizzarci, ma, al contrario, devono farci prendere i mezzi adatti (con l'aiuto di Dio che non manca mai) per fare qualcosa per il bene della Chiesa, flagellata e coronata di spine come il caro e buon Gesù.

Una bella preghiera di San Tommaso Moro recita così: "O Signore fate che non mi scandalizzi davanti al male ed al peccato, ma datemi la forza di porvi rimedio".

I PAPI DENUNCIANO LE INFILTRAZIONI GIUDAICO-MASSONICHE ALL'INTERNO DELLA CHIESA


Pio VI nel Breve "Quid aliquantum" (10 marzo 1791) critica la Costituzione civile del clero e in un altro Breve al clero e al popolo francese (19 marzo 1792) condanna gli ecclesiastici che giurano fedeltà alla Rivoluzione in questi termini: "Il carattere... degli eretici e degli scismatici fu... di ricorrere all'artificio e alla dissimulazione: così i nuovi intrusi della Chiesa di Francia hanno imitato alla perfezione quest'arte... d'ingannare... mediante la finzione e la menzogna..." [5].

Pio VII nell'Enciclica Diu Satis (15 maggio 1800) mette in guardia l'alto clero: "Non ammettete nessuno nei ranghi del clero... prima di averlo esaminato con cura, controllato ed approvato maturamente... [vi è] una moltitudine di falsi apostoli... artefici di inganni, mascherati da apostoli di Cristo".

Nell'Enciclica Ecclesiam (13 settembre 1821) condanna la Carboneria, vera miniera di falsi fratelli: "Vengono a voi sotto apparenza di agnelli ma sono, nel fondo del loro cuore, lupi rapaci".

Il Cardinale Bernetti in una lettera del 4 agosto 1845 scriveva: "Il nostro giovane clero è imbevuto delle dottrine liberali... La parte del clero che, dopo noi, arriva al governo, ... è mille volte di più intaccata dal vizio liberale" [6].

Pio IX nell'Enciclica Nostis et Nobiscum (8 dicembre 1849) si lamenta del complotto contro la Chiesa: "Vi sono in Italia degli ecclesiastici, ... che son passati nei ranghi del nemico della Chiesa".

Molti anni dopo nella lettera Exortae in ista (29 aprile 1876) descrive il caso classico di un'infiltrazione massonica in Brasile. "La confusione che è sorta in Brasile in questi anni è dovuta all'azione di agenti affiliati alla setta massonica, che si sono infiltrati nelle confraternite di pii cristiani" [7].

Il cattolicesimo liberale è per Papa Mastai ancora più pericoloso del Comunismo; è infatti la "quinta colonna" della Giudeo-Massoneria nel seno stesso della Chiesa. Per Pio IX è molto più facile scoprire un nemico dichiarato che un falso fratello, come lo è, in realtà, il cattolico liberale. Nel Breve indirizzato al circolo Sant'Ambrogio di Milano (6 marzo 1873) spiega perché bisogna diffidare assolutamente dei cattolici democratici, imbevuti della filosofia moderna: "Questi uomini sono più pericolosi che i nemici dichiarati, poiché secondano gli sforzi di questi ultimi, ma non si fanno scorgere. Infatti, restando sui limiti delle opinioni condannate, si presentano sotto le apparenze di una dottrina integra e pura e ingannano così i fanatici della conciliazione ed anche i ferventi cristiani che, senza ciò, s'opporrebbero fermamente ad un errore manifesto" [8].

Leone XIII nell'Enciclica Inimica vis (8 dicembre 1892), mette in guardia i vescovi e gli arcivescovi d'Italia contro la Massoneria che cerca di conquistare alla sua filosofia il clero: "...i settari massoni cercano con delle promesse di sedurre il basso clero. Allo scopo di guadagnare alla loro causa i ministri sacri e poi... di farne dei rivoltosi".

San Pio X condanna i cattolici-liberali, i democratici-cristiani, i modernisti come "la razza più pericolosa... che pretende di condurre la Chiesa al proprio modo di pensare. Tramite l'astuzia e la menzogna di questo perfido cattolicesimo-liberale, che fermandosi giusto ai limiti dell'errore condannato, si sforza di apparire come ortodosso... I cattolici liberali sono lupi sotto apparenza di agnelli. Il prete... deve svelare le loro trame perfide. Sarete chiamati papisti, clericali, retrogradi, intransigenti; onoratevene ..." [9].

Anche nell'Enciclica Pieni l'animo (28 luglio 1906) San Pio X mette in guardia contro le infiltrazioni nemiche nella Chiesa e parla esplicitamente dello "spirito d'insubordinazione e di indipendenza" che si manifesta tra il clero. Tale spirito - prosegue il Papa - "... penetra fin nel Santuario. ... E soprattutto tra i giovani preti che uno spirito sì funesto porta la corruzione... Si fa per tali dottrine nuove una propaganda più o meno occulta, tra i giovani che nei seminari si preparano al sacerdozio".

Nella Pascendi (8 settembre 1907), poi, il Pontefice denuncia che "...i nemici sono arrivati fin dentro il cuore della Chiesa, nemici tanto più temibili quanto più lo sono meno apertamente. ... Parliamo di un gran numero... di preti... è dal di dentro che tramano la rovina della Chiesa, il pericolo è oggi quasi nel seno e nelle vene della Chiesa stessa ... essi [i modernisti] non colpiscono i rami... ma la radice stessa, vale a dire la Fede".

Inoltre sempre S. Pio X, nell'allocuzione alla cerimonia d'imposizione della berretta cardinalizia ai nuovi porporati (27 maggio 1914) pronunciò queste parole: "Oh quanti marinai, quanti piloti e, non voglia Dio, quanti capitani, facendo confidenza a queste novità profane ed alla falsa scienza del tempo presente, invece di giungere in porto, hanno fatto naufragio!" (S. Pio X AAS 1914 pagg. 260-262).

Si noti che il Papa santo morirà neanche tre mesi dopo, i120 agosto 1914, e che la parola "capitani" si riferisce ai Vescovi!

Pio XI denuncia i progressi fatti dalla "quinta colonna" infiltratasi ormai nell'alto clero.

"Nel Concistoro del 23 maggio 1923 Pio XI chiese a circa trenta cardinali della Curia romana cosa pensassero della convocazione di un Concilio Ecumenico. Il card. Billot parlò esplicitamente di divergenze profonde nel seno dello stesso Episcopato. Il card. Boggiani, domenicano, pensava che una parte considerevole del clero e dei vescovi era imbevuta di idee moderniste. ... Il card. Billot concludeva dicendo che il Concilio sarebbe stato manovrato dai peggiori nemici della Chiesa" [10]

Ancora, nell'Enciclica Divini Redemptoris (29 settembre 1937) Pio XI denuncia i tentativi d'infiltrazione comunista che, senza menzionare la dottrina propria del Comunismo, vorrebbe "impiantare i propri errori nei luoghi ove –– senza ciò –– non potrebbero penetrare. E lavorano [i comunisti] con tutte le loro forze per infiltrarsi perfidamente nelle assemblee cattoliche".

Il P. Cordovani, infine, maestro dei Sacri Palazzi Apostolici sotto il pontificato di Pio XII, e quindi teologo di papa Pacelli, scrive sull'Osservatore Romano del 19 marzo 1950: "Nulla è cambiato nella legislazione della Chiesa rispetto alla Massoneria. ... I canoni 694 e specialmente il canone 2335, che infligge la scomunica alla Massoneria senza distinzione di riti, sono sempre in vigore. ... Tutti i cattolici devono... ricordarselo per non cadere nella trappola".

Jacques Ploncard d'Assac commenta che si era in presenza di un'infiltrazione di idee massoniche nella Chiesa e che il padre Cordovani, profondo conoscitore del problema, insisteva: "La scomunica, lo ripeto, vale per tutti i riti massonici, ... anche se alcuni dichiarano che non sono ostili alla Chiesa. ... Questa tendenza moderna, ... che metterebbe volentieri il Cattolicesimo in armonia con tutte le ideologie... non ha forse il marchio dell'eresia?" [11]

I Papi perciò, fino a Pio XII, non hanno cessato di metterci in guardia contro le infiltrazioni nemiche nella Chiesa: purtroppo con Giovanni XXIII, Paolo VI e Giovanni Paolo II l'atteggiamento muta radicalmente; si dialoga con la Massoneria, si ammette addirittura la doppia appartenenza, come vedremo nei capitoli successivi [12]
 http://nicolaiannazzo.org/wp-content/uploads/2013/02/wojtyla_bnai.jpg

I FATTI: IL DIALOGO CATTOMASSONICO


Con la morte di Pio XII il Concilio non era ancora stato adunato, ma "l'aggiornamento" roncalliano cominciava già a dar corpo alle antiche aspirazioni di apertura verso i suppositi della Giudeo-Massoneria, per poter così introdurre il cavallo di Troia nella Chiesa di Cristo.

Naturalmente ci si propose di dialogare, oltre che con le altre religioni, anche con la Massoneria, per poter superare le condanne portate dalla Chiesa contro la setta (oltre 590 documenti), a partire da Clemente XII (In Eminenti, 1738) fino a Pio XII incluso e mai messe in discussione.

"Le prime manifestazioni di questa tendenza nuova risalgono agli anni '20. Un gesuita tedesco, P. Gruber... prese contatto con alti dignitari massonici... La campagna di avvicinamento iniziata in segreto dal padre Gruber fu ripresa... in Francia dal padre Berteloot, anch'esso gesuita. Costui pubblicò dal 1945 al 1949 una serie di articoli e di libri redatti con una grande prudenza, per poter preparare il riavvicinamento.

lunedì 15 aprile 2013

LETTERA DI UN PRETE PERPLESSO A “LA TRADIZIONE CATTOLICA”...

Rieviamo, gentilmente, dal diretto interessato e noi pubblichiamo...

Articolo di don Curzio Nitoglia:

http://doncurzionitoglia.files.wordpress.com/2013/04/s-messa-tradizionale-2013.jpg

PRIMA PARTE
L’ASSISTENZA ALLA MESSA TRADIZIONALE
La posizione de “La Tradizione Cattolica

La Tradizione Cattolica”, organo ufficiale del ‘Distretto Italiano’ della ‘Fraternità Sacerdotale San Pio X’ (d’ora in poi ‘FSSPX’) al n.° 86, 1/2013 (p. 21) afferma:
“Quanto alle Messe tradizionali celebrate da sacerdoti che fanno professione di accettare gli errori del Concilio, o a quelle celebrate in virtù del motu proprio […], dovremo fare attenzione non alla fede personale del celebrante, ma a quella di cui si fa professione esplicita in quella particolare celebrazione. Se si intende esplicitamente celebrare in virtù del motu proprio, che assimila l’antico rito al nuovo (e che nell’istruzione applicativa richiede, come il vecchio indulto, l’adesione al Concilio), è ovvio che si sta partecipando alla professione di una falsità, e ci si deve astenere da questo”
Alcune perplessità
1)    Questa direttiva mi lascia perplesso perché soprattutto in questi ultimi tempi anche la Direzione generale della ‘FSSPX’ fa professione di accettare il Concilio nella quasi totalità dei suoi Documenti. Si legga, per esempio, l’intervista rilasciata da mons. Bernard Fellay, Superiore generale della ‘FSSPX’, al quotidiano vallesanoLa Liberté’ dell’11 maggio 2001 e ripresa dall’Agenzia stampa ufficiale della Fraternità “DICI”, n. ° 8, 18 maggio 2001: «Potrebbe sembrare che rifiutiamo interamente il Vaticano II. Invece, ne accettiamo il 95%. È piuttosto ad uno spirito, ad un’attitudine che ci opponiamo».

Secondo mons. Fellay, come per Benedetto XVI, non è la lettera (ossia i Documenti) del Vaticano II ad essere in rottura con la Tradizione apostolica, ma solo lo spirito ossia l’interpretazione abusiva datane dagli ultra progressisti nell’ottica dell’ermeneutica della rottura. Invece gli errori che riguardano la collegialità, l’ecumenismo, la libertà delle false religioni, il pancristismo e l’antropocentrismo si trovano nei Documenti stessi del Concilio Vaticano II, i quali non sono in continuità con la Tradizione apostolica.

Infatti i Documenti del Vaticano II (e non la loro interpretazione abusiva) presentano dei punti assai controversi, che sono perlomeno teologicamente erronei, temerari, contrari alla dottrina comune, offensivi del senso religioso dei fedeli, male sonanti, ambigui, scandalosi, se non addirittura favorenti l’eresia e prossimi all’eresia.
Brevemente: I) la Costituzione dogmatica su “La Divina Rivelazione” Dei Verbum del Vaticano II accantona la dottrina definita dal Concilio Tridentino e dal Vaticano I sulle “due Fonti” della Rivelazione (Tradizione e S. Scrittura), per far convergere la Tradizione e il Magistero nella sola S. Scrittura; II) la Costituzione dogmatica su “La Chiesa” Lumen gentium  si allontana dalla Dottrina della Chiesa della quale la Collegialità episcopale non fa parte[1]. Il conciliarismo, invece, tende ad assegnare ai Vescovi riuniti in Concilio ecumenico una funzione suprema eguale se non superiore a quella del Papa[2]; III) l’antropocentrismo della Costituzione pastorale  Gaudium et spes su “La Chiesa nel mondo contemporaneo” (n.° 24, § 4): «l’uomo è in terra la sola creatura che Dio abbia voluto per se stessa (“propter se ipsam”)» è in opposizione radicale con la Dottrina cattolica la quale come San Pio X vuole “instaurare omnia in Cristo, ricentrare tutto in Cristo”, mentre Gaudium et spes vuol “instaurare omnia in homine; ricentrare tutto nell’uomo”, essa rappresenta un contro-Magistero tutto orientato in direzione dell’uomo e proteso ad abbassare Cristo al livello del puramente naturale, disarcionandolo dal trono della sua Divinità. Quale rottura più radicale di questa?; IV) La Dichiarazione su “La Libertà Religiosa (Dignitatis humanae, 7 dicembre 1965) è in contraddizione con la Tradizione apostolica e il Magistero costante della Chiesa riassunte nel Diritto Pubblico Ecclesiastico[3]. Pio IX nella Quanta cura (8 dicembre 1864) ha definito esplicitamente che la libertà religiosa in foro esterno “è contraria alla dottrina della S. Scrittura, della Chiesa e dei Santi padri ecclesiastici” e che “lo Stato ha il dovere di reprimere i violatori della Religione cattolica con pene specifiche”; V) la Dichiarazione su “Le relazioni della Chiesa con le religioni non cristiane” Nostra aetate (7 dicembre 1965) è in difformità con la Tradizione cattolica (Padri ecclesiastici) ed il Magistero costantemente insegnato dal IV secolo sino a Pio XII. Inoltre sempre secondo la dottrina conciliare (cfr. Nostra aetate: “i doni di Dio sono irrevocabili”) e postconciliare (cfr. Giovanni Paolo II a Magonza nel 1980: “L’Antica Alleanza mai revocata”) l’Ebraismo attuale sarebbe ancora titolare dell’Alleanza con Dio. Invece la Tradizione cattolica (S. Scrittura interpretata unanimemente dai Padri e Magistero ecclesiastico costante e uniforme) insegna che «c’è una prima e c’è una seconda Alleanza: irrevocabile è ciò che dalla prima passa alla seconda, subentrata all’altra, quando questa “antiquata e soggetta ad invecchiamento ulteriore, sta ormai per scomparire” (Ebr., VIII, 8-13). Se non che la grazia promessa ai titolari dalla prima Alleanza non muore con essa, ma viene elargita ai titolari della seconda: questo, infatti, si verificò, quando quasi tutti i titolari della prima, rifiutando Cristo, non riconobbero il tempo in cui Dio li aveva visitati (Lc., XIX, 44). “A quelli, però, che l’accolsero” il Visitatore “fece il dono della figliolanza divina” (Gv., I, 12), strinse con essi (la “piccola reliquia” del popolo ebraico che accettò Cristo) la seconda Alleanza e l’aprì a quanti (i pagani) sarebbero sopraggiunti “dall’oriente e dall’occidente” da settentrione e da mezzogiorno (Lc., XIII, 29), trasferendo alla seconda tutti i doni già in possesso della prima. Quindi molti membri del popolo eletto rifiutarono Cristo, ma “un piccolo resto” (Apostoli e Discepoli) Lo accolsero (Rm., XI, 1-10). La Dichiarazione Nosta aetate non reca una sola citazione di un Padre della Chiesa, di un Papa o di un pronunciamento del Magistero, perché non ve ne sono. Come  si può dire che al 95% questi Documenti sono accettabili e mantenere integra ed inviolata la Fede cattolica, senza la quale nessuno può salvarsi?
L’unico Documento del Concilio Vaticano II, che non contiene gravi errori, è il Decreto su “Gli strumenti di comunicazione sociale” Inter mirifica (4 dicembre del 1963)[4]. Esso conta grosso modo 10 pagine sulle circa 600 dei 16 Documenti del Vaticano II. Non vedo, perciò, come si possa dire che i Documenti del Concilio Vaticano II siano accettabili al 95%, quando la proporzione giusta sarebbe all’incirca di 1 su 60, ammesso e non concesso che sia lecito fare un’equazione matematica in questioni riguardanti la Dottrina ed i Costumi.

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Questa intervista di mons. Fellay sull’accettazione del Concilio Vaticano II al 95%, che verte su questioni di Fede, senza la quale “è impossibile piacere a Dio” (Ebr., XI, 6)[5], è stata ripresa dall’organo stampa ufficiale “DICI”  della ‘FSSPX’ e non è stata mai smentita. Perciò non può essere minimizzata come se fosse di poca importanza e lascia dubitare dell’integrità dottrinale della Direzione generale della ‘FSSPX’.
Infatti la Fede non può essere accettata al 95% e l’errore non può essere rifiutato al 5%.
La teologia cattolica insegna che le “Verità di Fede”, non ammettono la scelta o la selezione e gli errori contro la Fede non ammettono il rifiuto parziale.
La Rivelazione, la Fede, la Dottrina cattolica o la si accetta integralmente come è ed allora essa apre la via al Cielo se è accompagnata dalle Buone Opere, oppure, anche se si nega un solo Articolo o Verità di Fede, la si rigetta per intero, ed allora si imbocca una strada pericolosa, poiché “senza Fede è impossibile piacere a Dio” (Ebr., XI, 6).

sabato 9 marzo 2013

BENEDETTO XVI AI PARROCI ROMANI 14 febbraio 2013. Il Modernismo impenitente..

Di don Curzio Nitoglia...
 
BENEDETTO XVI AI PARROCI ROMANI
14 febbraio 2013
Il Modernismo impenitente
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Concilio, dolce parola che mi manda in visibilio, ma – dico io – come fa un Concilio a conciliar l’inconciliabile?” (Domenico Giuliotti).
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PROLOGO
Le dimissioni di Benedetto XVI
●Dopo aver annunciato le sue dimissioni, l’11 febbraio, per mancanza di forze fisiche e morali che non gli avrebbe consentito di agire per il bene della Chiesa[1], Benedetto XVI ha incontrato il Clero di Roma, al quale - il 14 febbraio - ha proluso una “Lectio magistralis” sul Concilio Vaticano II, la sua retta interpretazione ed è tornato con la memoria ai ricordi storico/teologici della sua partecipazione da giovane teologo al Concilio, prima come teologo privato del cardinal Frings e poi come “Perito ufficiale” del Concilio.
●Più che sulle illazioni sui motivi delle sue dimissioni, che in sé sono lecite e non sono una novità in rottura con la Tradizione, mi vorrei soffermare su questo testo reale ed oggettivo, che esprime la teologia almeno materialmente modernistica di Benedetto XVI dal 1959 al 2013, testo ufficialmente diffuso dalla “Radio Vaticana”. In esso si constata che l’85nne Benedetto XVI nel 2013 è sostanzialmente identico al 38nne don Ratzinger del 1960-65. Egli, infatti, resta un convinto assertore delle novità introdotte dalla “nouvelle théologie” nella Pastorale del Vaticano II, come allora ne fu un attivo pensatore. Questa è la vera “tragedia” e non l’aver dato le dimissioni per motivi di incapacità di governare la Chiesa (ammesso che la motivazione sia realmente questa). Aver riunito ad Assisi nell’ottobre del 2102 tutte le false “religioni” assieme all’unica vera è un atto in sé inaccettabile ed in rottura con la Tradizione apostolica: basta leggere l’Enciclica “Mortalium animos” di Pio XI del 1928. È questo che occorre far risaltare oggi come nel 49 san Paolo ad Antiochia resistette apertamente in faccia a Pietro “quia reprensibilis erat” (Galati, II, 11). Aver elogiato la Collegialità, la rivolta contro gli Schemi preparatori del S. Uffizio, l’Ecumenismo, la Riforma della Messa anche nel momento che precede le sue dimissioni ed il redde rationem finale è qualcosa di molto grave, che deve aprirci gli occhi sulla mentalità di Benedetto XVI, anche quanto alla liberalizzazione della Messa tradizionale del 7 luglio 2007, per non cadere nel trabocchetto della “Continuità” tra Concilio Vaticano II e Tradizione apostolica, la quale è smentita implicitamente da ciò che dice lo stesso papa Ratzinger, il quale proclama - ma non dimostra - la ‘non-rottura’ del Vaticano II con la Tradizione, il che è proprio del modernista, che, avendo sposato la filosofia, tanto elogiata dal Vaticano II e da Benedetto XVI, della Modernità (il kantismo e l’hegelismo), si contraddice senza alcun problema per lui e pensa di poter conciliare gli opposti (Cattolicesimo e Modernità, Vaticano II e Tradizione apostolica).
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DIVISIONE
Testo e Commento
Il discorso di Benedetto XVI è bene articolato e riafferma quasi tutti i grandi temi del Vaticano II in quest’ordine: 1a Parte) la Chiesa e la Modernità (in 3 Tesi e Risposte); 2a Parte) l’Ecclesiologia (in 7 Tesi e Risposte); 3a Parte) la Riforma liturgica (in 3 Tesi e Risposte); 4a Parte) nel mezzo di questi tre grandi temi, Benedetto XVI parla di due questioni particolari: a) il ‘caso Galileo Galilei’ e gli errori della Chiesa preconciliare; b) gli ‘incontri trasversali’ dei “nuovi teologi” del “Reno”, che si gettava nel “Tevere” ed ora lo ha pienamente invaso ed occupato.
Per aiutare il lettore ho diviso il testo in ‘Quattro Parti’ e ‘15 Tesi’, (la ‘Quarta Parte’ l’ho messa in ‘Appendice’ alla fine dell’articolo in ‘2 Tesi’ e ‘2 Risposte’), esponendo le Tesi di papa Ratzinger e cercando di dare una Risposta a ciascuna di esse.
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Testo di Benedetto XVI diviso in Tesi
(© Copyright Radio Vaticana)
PRIMA PARTE
CHIESA E MODERNITÀ
Tre ‘Tesi’ e ‘Risposte
1a Tesi) Il primo punto esposto da Benedetto XVI lascia più che perplessi. Infatti esso contiene l’utopica conciliabilità tra Concilio e il mondo del Pensiero Moderno”.
Rispondo: la Modernità è caratterizzata dal Soggettivismo (religioso di Lutero, filosofico di Cartesio e socio/politico di Rousseau). Il Concilio Vaticano II ha preteso di conciliare la Modernità filosofica iniziata da Cartesio, perfezionata da Kant e ultimata da Hegel con il Cattolicesimo. Ma questa è l’essenza del Modernismo, il quale - come insegna San Pio X nell’Enciclica Pascendi (8 settembre 1907) - è “lo spurio connubio di Cristianesimo e kantismo”, ossia una contradictio in terminis, che sfocia nella “cloaca di tutte le eresie” (ivi).
Infatti l’uomo, secondo il kantismo, è Supremo Legislatore di se stesso. Egli agisce moralmente soltanto quando osserva la sua propria legge; se si sottomette alla Legge divina, si ha l’eteronomia (sottomissione ad una legge estranea) che è immorale, poiché contraddice l’autonomia della morale. Kant ripete, con parole più sfumate, il non serviam di Lucifero e lo erige a sistema “filosofico”. La filosofia moderna si fonda sul principio di autonomia assoluta e di autosufficienza completa dell’uomo, ossia dell’allontanamento dell’uomo da Dio con la conseguenza dell’autodistruzione progressiva.
Dio (come pure l’essere partecipato-creaturale, la ragione umana e la logica, la morale oggettiva e naturale), soprattutto nell’epoca contemporanea, viene visto come il male da combattere, distruggere ed uccidere[2]. Eppure il Vaticano II ha voluto conciliare il Vangelo con la Modernità. Ma diceva il Giuliotti: “Concilio, dolce parola che mi manda in visibilio, ma – dico io – come fa un Concilio a conciliar l’inconciliabile?”.
L’uomo contemporaneo si sente limitato da Dio, dalla sua Chiesa, dalla vera Religione, dall’essere extra-mentale, dalla logica e dalla morale oggettiva. Quindi è impossibile conciliare Cattolicesimo e Modernità o post-Modernità, tranne che la Modernità si converta al Cattolicesimo e sconfessi se stessa o che i Cristiani abiurino il Cattolicesimo ed aderiscano alla Modernità. Purtroppo il dialogo conciliare con la Modernità ha portato i Cristiani e gli Ecclesiastici all’aggiornamento, ossia all’adattamento ed all’accettazione della Modernità soggettivistica.
L’ateismo implicito iniziale e il deicidio, come ateismo esplicito compiuto, rappresentano la natura del processo filosofico moderno, che dialetticamente prima nega Dio e, poi, nichilisticamente lo vorrebbe uccidere.
La negazione del peccato originale è una conseguenza pratica della negazione di un Dio creatore, che limita l’uomo come creatura: poiché il peccato originale infligge all’Uomo/totale o Assoluto una doppia ferita: quella della creaturalità e della vulnerabilità, che egli non è più disposto ad accettare, come avveniva in passato[3]. L’uomo si protende, invece, verso un Umanesimo integrale[4], che è ateismo e nichilismo radicale.
Da questa filosofia è nata la contrapposizione radicale tra il Cristianesimo tradizionale ed il mondo moderno-contemporaneo. Contraddizione che è stata volutamente ignorata da alcuni Ecclesiastici modernisti e che essi hanno cercato di superare nel disperato tentativo di conciliare il teo-centrismo con l’antropo-centrismo (Gaudium et spes, 22, 24). Alcuni di loro hanno detto esplicitamente che la natura esige la grazia ed implicitamente che l’uomo è Dio (Henry de Lubac, Surnaturel, Parigi, 1946). Tuttavia il mondo ha rifiutato, in larga misura, questa mano tesa da parte dell’arrendevolezza modernistica ed ha riaffermato, sempre più marcatamente, la diversità e la contrarietà tra Fede e ragione, tra Grazia e natura, tra Chiesa e Stato.
Per cui è un’utopia malsana voler conciliare l’inconciliabile, ossia un Concilio e la Modernità filosofico/teologica. Questa malsana utopia è stata esplicitata a chiare lettere da Papa Montini, che giunse a proclamare durante “l’omelia nella 9a Sessione del Concilio Vaticano II” (7 dicembre del 1965): «La religione del Dio che si è fatto uomo s’è incontrata con la religione (perché tale è) dell’uomo che si fa Dio. Cosa è avvenuto? Uno scontro, una lotta, un anatema? Tale poteva essere; ma non è avvenuto. […]. Una simpatia immensa verso ogni uomo ha pervaso tutto il Concilio. Dategli merito almeno in questo, voi umanisti moderni, che rifiutate le verità, le quali trascendono la natura delle cose terrestri, e riconoscete il nostro nuovo umanesimo: anche noi, più di tutti, abbiamo il culto dell’uomo»[5]. Proprio qui, nella lettera e non solo nello spirito del Concilio, per ammissione stessa di chi lo ha promulgato, si trova la rivoluzione antropolatrica del neo-umanesimo panteistico. San Pio X nella sua prima enciclica “E supremi apostolatus” (1904) ha descritto la natura del regno dell’Anticristo finale come “culto dell’uomo”, culto che invece Paolo VI, alla luce del Concilio, asserisce di “avere più di qualunque altro”! Qui si trova, perciò, l’errore od orrore radicale ed anche la radice della spaventosa decadenza intellettuale, spirituale e morale, che da gran tempo corrompe la maggior parte dei fedeli cristiani, turlupinati e corrotti da falsi e cattivi Pastori. Padre Cornelio Fabro ha commentato: «l’antropologia [antropocentrica e antropolatrica] diventa l’asso piglia tutto. […]. Oggi […] l’uomo è il centro»[6]. Invece la liturgia della Chiesa, che è “la Fede pregata” ci fa invocare: “Cor Jesu, rex et centrum omnium cordium, misere nobis!”. Il centro, il re, il fine ultimo è Dio e non l’uomo, due centri in una stessa figura sono impossibili (“ponere duos fines haereticum esse”) e la creatura è un mezzo in rapporto al Fine, che è solo e soltanto Dio. Infatti, l’unica soluzione logicamente e dogmaticamente retta dell’errore panteistico, immanentistico e antropocentrico non consiste nel far coincidere gli opposti, come voleva Spinoza, ossia Dio e l’uomo, l’Infinito e il finito; neppure nella sublimazione della contraddittorietà mediante la dialettica hegeliana, onde tra la tesi (Dio) e l’antitesi (uomo) si giungerebbe ad una sintesi (Dio = uomo), ma nel mantenere - mediante l’analogia, la partecipazione e la causalità efficiente - l’infinita differenza tra Dio e mondo e la distinzione reale tra Infinito e finito. “O Dio o l’assurdità radicale” (R. Garrigou-Lagrange). Il cuore del “problema dell’ora presente” è propriamente la velleità di conciliare l’inconciliabile, teocentrismo e antropocentrismo, Messa romana e ‘Novus Ordo’, Tradizione divino-apostolica e Vaticano II, Collegialità episcopale e Primato di Pietro. Questa velleità è stata il cuore della teologia del giovane Ratzinger e del Pontificato di Benedetto XVI modernista impenitente sino alla fine (v. Discorso al Clero Romano del 14 febbraio 2013), speriamo non sino alla morte.

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2a Tesi) «Speravamo che tutto si rinnovasse, che venisse una nuova Pentecoste, una nuova èra della Chiesa» (Benedetto XVI).
Rispondo: questa Tesi ecclesiologica della Nuova èra dell’economia della salvezza e di una Nuovissima Chiesa pneumatica già venne espressa da Gioacchino da Fiore, di cui J. Ratzinger come dottore privato è un profondo conoscitore. Essa, però, è stata condannata dalla Chiesa. San Tommaso d’Aquino, risponde e confuta (meglio di ogni altro) gli errori millenaristi di Gioacchino e della sua scuola. Nella Somma Teologica dimostra che la Nuova Alleanza e la Chiesa di Cristo fondata su Pietro durerà sino alla fine del mondo (S. Th., I-II, q. 106, a. 4). Infatti, la Nuova Alleanza è succeduta alla Vecchia, come il più perfetto al meno perfetto. Ora, nello stato della vita umana in questo mondo, nulla può essere più perfetto di Cristo e della Nuova Legge, poiché qualcosa è perfetto in quanto si avvicina al suo fine. Ora, Cristo ci introduce – grazie alla sua Incarnazione e morte – in Cielo. Quindi, non vi può essere – su questa terra – nulla di più perfetto di Gesù e della sua Chiesa.

venerdì 22 febbraio 2013

LA TESI DI CASSICÌACUM Il Papato materiale Per un dibattito sereno

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Articolo di don Curzio Nitoglia...
 
«In questo passo del Vangelo di Marco (VI, 47-56) è scritto giustamente che la Nave (ossia la Chiesa) si trovava nel mezzo del mare, mentre Gesù stava da solo sulla terra ferma: poiché la Chiesa non solo è tormentata ed oppressa da tante persecuzioni da parte del mondo, ma talvolta è anche sporcata e contaminata di modo che, se fosse possibile, il suo Redentore in queste circostanze, sembrerebbe averla abbandonata completamente». San Beda (In Marcum, cap. VI, lib. II, cap. XXVIII, tomo 4).

Introduzione
Un eminente teologo domenicano, padre Michel Louis Guérard des Lauriers, di fronte alla tragedia del Concilio Vaticano II e del Novus Ordo Missae, ha elaborato una “Tesi” detta di “Cassicìacum”, secondo la quale almeno a partire dalla promulgazione di Dignitatis humane (7 dicembre 1965) la Sede di Pietro è formalmente vacante. Ossia Paolo VI era Papa soltanto materialmente o in potenza, ma non formalmente o in atto.
La distinzione tra materia/forma, potenza/atto non è una sua invenzione (come hanno voluto far credere molti suoi detrattori); essa è stata elaborata da Aristotele, perfezionata da S. Tommaso d’Aquino con l’essere quale atto ultimo di ogni forma o essenza, canonizzata dal Magistero sin dal XIII secolo e specialmente al Concilio di Trento riguardo ai Sacramenti (materia, forma e ministro)[1].
Tuttavia, se viene applicata al Papato, essa può funzionare sino alla morte del Papa materiale, ma non oltre. In questo articolo cerco di spiegare il perché ai lettori, che sono viepiù disorientati dalla dottrina del Concilio Vaticano II e del post-concilio e dalle incertezze della resistenza “tradizionalista” alle novità modernistiche e si volgono alla Tesi del Papato materiale, che appare logicamente fondata, per risolvere il problema dell’Autorità nella Chiesa. Così facendo, però, iniziano col difenderla ma finiscono per annichilirla.
Certamente di fronte a tanto sfacelo nell’ambiente ecclesiale, sorge spontanea la domanda: «come può essere vero “Cristo in terra”, colui che bacia il corano, va in sinagoga a proclamare gli ebrei “padri del Cristianesimo”, riunisce tutte le false religioni assieme all’unica vera in Assisi …?». Però di qui a teorizzare la “Tesi teologica” della Vacanza del Papato (non del solo Papa, ma dei Cardinali, dei Vescovi e dei Parroci) per cinquanta anni consecutivi e ad organizzare un conseguente “Movimento religioso” con una disciplina morale e liturgica estremamente dettagliata, la quale applica la “Tesi” ai casi pratici ed arriva a negare i Sacramenti a chi non è d’accordo con la suddetta “Tesi”, ritenuta una “specificazione di un atto di Fede”, il passo è troppo lungo e quando il passo è ‘più lungo della gamba’ non conduce a nulla di buono, ma ad un fragoroso scivolone.
Non voglio denigrare i ‘sedevacantisti’, i quali sono stati emarginati ed accusati sin troppo in ambiente “tradizionalista”, pur prestando il fianco alle critiche con le loro teorie ed il loro atteggiamento portato agli “eccessi”. Tuttavia essi hanno dalla loro parte alcuni elementi positivi: (studio serio della Chiesa e del Papato alla luce della logica, dell’ecclesiologia, del problema della contro-Chiesa, dell’integrismo romano ampiamente dimenticato in ambiente “tradizionalista”, dell’antimodernismo classico ecc.). Tuttavia mi permetto di raccomandare loro – essendo stato io stesso ‘sedevacantista’ per 20 anni[2] – di evitare quegli eccessi, che non aiutano a condurre più facilmente e sicuramente le anime in Paradiso (“suprema lex Ecclesiae: salus animarum”), ossia il sostenere che certamente tutti i Sacramenti dei sacerdoti ‘non-sedevacantisti’ sono invalidi o gravemente peccaminosi e quindi non bisogna accostarvisi[3]; una certa tendenza alla critica personale, che può sfociare nel pettegolezzo (addirittura si attacca ora anche e persino con accuse personali prive di fondamento mons. Williamson). Ogni eccesso è un difetto. Padre Guérard des Lauriers, (che stimo ancora profondamente come uomo, sacerdote e teologo, pur se non ne condivido più la Tesi teologica[4]) era alieno da tali piccinerie, anche se dotato di una forte vis polemica, perché la “lotta per la verità” non va confusa con il pettegolezzo, la calunnia, la saccenteria e la malevolenza.

Il Papato materiale & la Chiesa virtuale
È di Fede che la Chiesa durerà sino alla fine del mondo (“Io sono con voi tutti i giorni sino alla fine del mondo”, Mt., XXVIII, 20). È di Fede definita che Cristo ha dato alla sua Chiesa una Gerarchia (Papa e Vescovi), che durerà sino alla fine della Chiesa (Conc. Trid., DB 966). I Protestanti, invece, riconoscono solo il sacerdozio generale di tutti i fedeli e negano la Gerarchia ossia il Papato e l’Episcopato. Essi furono condannati come eretici dal Tridentino. Il Concilio Vaticano I definisce di Fede: “Cristo volle che nella sua Chiesa, sino alla fine del mondo, vi fossero Pastori e Maestri” (DB 1821), che sono i Vescovi successori degli Apostoli e sottomessi al Primo o al Principe degli Apostoli, che è Pietro e i suoi successori nella Sede Romana (DB 1828). Togli il “primo” e tutto crolla. Inoltre è di Fede che “Cristo ha stabilito Pietro primo di tutti gli Apostoli e Capo visibile di tutta la Chiesa” (Conc. Vat. I, DB 1823). Quindi la Chiesa deve poggiare su Pietro e gli Apostoli ed i loro successori (Papa e Vescovi) sino alla fine del mondo allorché vi dovranno essere almeno due Vescovi secondo l’interpretazione più restrittiva del Concilio Vat. I (quanto all’Ordine e alla Giurisdizione) ed un Papa primo di tutti gli Apostoli (quanto all’Ordine e alla Giurisdizione). Ora i ‘sedevacantisti mitigati’, che seguono la ‘Tesi di Cassiciacum’, ammettono che debbano esservi sempre durante la storia della Chiesa almeno due Vescovi validamente consacrati, con Fede integra e Giurisdizione (Magisterium, Imperium et Sacerdotium), ma negano che debba esservi un Papa in atto, basta loro solo un Papa in potenza.  Questa distinzione non mi sembra accettabile. Infatti come potrebbe poggiare la Chiesa su un Papa che non è ancora Papa in atto, ma che è un battezzato eletto dai Cardinali, il quale non ha ancora accettato l’elezione canonica e quindi non è Papa? La Chiesa (come qualsiasi ente) non può poggiare e fondarsi sulla potenzialità e sul divenire, ma solo sull’atto e sull’essere; altrimenti sarebbe una Chiesa potenziale, virtuale ed in fieri.
Inoltre non è possibile che manchino assieme il Papa in atto, il Collegio cardinalizio capace di supplire il Papa defunto governando con autorità (una sorta di collegio “vicario” del Vicario di Cristo perché un Collegio cardinalizio soltanto materiale, il quale può eleggere validamente un Papa, ma non governare in atto la Chiesa, non salva l’apostolicità formale), e persino l’Episcopato universale avente giurisdizione in atto con ogni Vescovo nella sua Diocesi[5], i quali mantengono così l’unità e l’esistenza della Chiesa, in attesa dell’elezione di un nuovo Papa. Altrimenti ci si troverebbe di fronte ad uno stato di ‘Chiesa vacante’ più che a quello della sola ‘Sede papale vacante’.
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Unità e Apostolicità della Chiesa
L’Unità è una nota essenziale della Chiesa ed è essenzialmente concentrata nell’unico Capo visibile della Chiesa, il Pontefice Romano, al quale rimonta il principio della successione apostolica (o Apostolicità formale, la sola ‘apostolicità materiale’ non basta come nota della Chiesa di Cristo). Quindi senza Pietro o Papa non sussiste la Chiesa, che è in comunione con Cristo tramite il Principe degli Apostoli[6].
Per cui tutto ciò che avviene fuori dell’unica catena ininterrotta di Pietro e dei suoi successori è fuori dell’Unità e Apostolicità formale della Chiesa[7] ed evidenzia lo staccarsi dei rami secchi dal tronco vitale della Chiesa di Cristo.
L’Apostolicità è, nella crisi che l’ambiente ecclesiale sta vivendo, la nota più utile e importante per capire cosa succede e porre rimedio a tanto male. Senza Apostoli non sussiste la Chiesa di Cristo, poiché Gesù stesso l’ha fondata su di loro. Ma senza il Principe degli Apostoli, senza Pietro, che è la ‘pietra’ secondaria e subordinata a Cristo, gli Apostoli sono slegati da Cristo. È allora assolutamente necessaria la presenza del Papa e non solo dei Vescovi in atto o in essere e non in potenza o in fieri. Infatti, se la Chiesa fosse in potenza o in divenire, non esisterebbe ancora ed inoltre Cristo non sarebbe con lei, come ha promesso, tutti i giorni dal Calvario sino alla fine del mondo, ma lo sarebbe ad intervalli, certe volte in atto o in essere e certe altre solo in potenza o in fieri. Invece Cristo ha fondato la Sua Chiesa su un’unica catena ininterrotta di Papi in atto d’essere e non in divenire perpetuo o ad intermittenza: Pietro e gli Apostoli erano Papa e Vescovi in atto e formalmente, non in potenza, in fieri o solo materialmente. La Chiesa poggia sull’essere, sull’atto e la forma, non sul divenire, la potenza e la materialità; una “Chiesa” siffatta sembrerebbe piuttosto la “Chiesa cosmica” del “Cristo cosmico” in perpetua evoluzione di Teilhard de Chardin. Perciò la Chiesa o il Papato materiale o in divenire, che da ben quattro Papi non è passato all’atto ed ha interrotto l’unità e la successione apostolica formale da Pietro, è un Papato concepito dalla mente di un uomo, fosse anche un grandissimo teologo (che, però, non è Cristo in terra né il Magistero ecclesiastico), ma non è la Chiesa voluta da Dio Padre, Figlio e Spirito Santo.