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martedì 7 aprile 2015

" Il Papa è per noi in tutta la nostra condotta ciò che il Santissimo Sacramento è per noi in tutta la nostra adorazione. Il mistero del Suo Vicariato è simile al mistero del Santissimo Sacramento. I due misteri sono intrecciati".

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Il Santissimo Sacramento e la devozione a Pio IX (parte prima)

Il nuovo anno inizia con una festa di Gesù; e la festa commemora il primo spargimento del Suo Sangue. E’ una sorta di tipizzazione di tutta la vita cristiana. Cristo vive in noi e noi viviamo di nuovo la Sua vita. La vita del redento è così intrecciata con quella del Redentore che noi non siamo capaci di comprenderla senza di Lui. Egli è coinvolto in tutto ciò che facciamo, in tutto ciò che siamo, in tutto ciò che soffriamo. Non abbiamo un dolore o una gioia che non sia nostro quanto Suo. Sono Suoi perché sono nostri. E’ il fine, la forza, il significato di tutta la vita santa. Fa Sue tutte le cose, anche quelle che sembrano appartenere meno ai Suoi interessi. La Sua giurisdizione è allo stesso tempo universale e minuta. E’ parte del Suo amore che i nostri piccoli interessi siano grandi per Lui. Il Vecchio Anno finisce con la Sua nascita, come se dovesse togliere tutta la tristezza dal grembo del tempo tramite un così dolce ammonimento d’eternità. Il Nuovo Anno inizia col Suo dolore, come se dovesse calmare la spensieratezza della gioia e temperare ogni impetuosità d’azione. E’ l’esatta descrizione della nostra vita che Gesù è ovunque e in qualsiasi cosa. Quando invecchiamo, la Sua attrazione assorbe le nostre vite più potentemente e più esclusivamente. Dato che Egli era il pensiero principale di Dio per tutta l’eternità, anche il Suo pensiero in noi deve dominare ogni altro pensiero. Viviamo solo per adorarlo. Siamo stati predestinati solo perché Egli era predestinato prima. E’ il primo nato di tutte le creature. Siamo stati fatti a Sua immagine e per il Suo bene. Ognuno di noi ha qualche lavoro da compiere per Lui, qualche ufficio speciale da adempiere nella Sua corte, qualche vocazione peculiare dalla quale Egli trarrà qualche gloria speciale. Questo è il nostro significato. Siamo nulla senza di Lui. Ma per Lui noi siamo sia cari, sia importanti. Fa molto di noi; ed è il nostro sapere, come la nostra felicità, di rendere Lui tutto per noi.

E’ vero che Gesù non è solamente la nostra vita. E’ vero anche che la Sua vita è la nostra vita; e questo è vero in infiniti modi, dall’augusta realtà del Santissimo Sacramento fino all’influenza che uno qualunque dei misteri del Signore esercita sulla nostra preghiera e sulla nostra personalità. In tutta la creazione di Dio, a parte gli angeli, non c’è nulla di così meraviglioso come la vita dell’uomo. Ce ne sono state milioni di tali vite, ciascuna con la sua meraviglia. Ma una Vita è la vita vera di tutte queste vite, una Vita più stupenda di tutte le vite angeliche. E’ la vita del nostro Salvatore Gesù Cristo, Dio e Uomo. Visse per trentatré anni sulla terra. La Sua vita è una serie ininterrotta di misteri. I Sui meriti infiniti e le Sue infinite soddisfazioni sono i tesori che hanno arricchito la povertà del mondo. La Sua vita umana ci ha fornito i mezzi per redimerci, e ci ha anche fornito, in tutti i suoi esempi, il percorso di tutta la santità umana. Le nostre vite devono essere modellate sulla Sua. L’amore di Gesù e la somiglianza con Gesù: queste due cose costituiscono l’intera santità. Tutta la storia reale del mondo, tutta quella che ci deve preoccupare per la salvezza, è contenuta nei quattro Vangeli, nel racconto dei trentatré anni. Ma questa è solo parte della verità. La vita di Nostro Signore non è un semplice esempio esterno. E’ un potere, una grazia, un’efficacia, la cui energia immortale è trasmessa ai secoli più lontani, sia nell’operato dei Sacramenti, che nelle grazie della contemplazione. In altre parole, i trentatré anni non sono finiti, e non lo saranno mai. Andranno avanti nella Chiesa fino alla fine dei tempi.
Ma non dobbiamo attardarci ora, sebbene ne siamo tentati, sulle dolci verità e consolazioni inspiegabili che ci fornisce questo fatto. Per noi è sufficiente sapere che tutta la santità consista nel vivere i nostri anni per Gesù trovando nella Sua vita il modello e il potere nascosto che ci permette di conformarci a quel modello. La Chiesa ci insegna questo durante l’anno ecclesiastico. Non solo ha delle feste separate per celebrare i vari misteri del Signore, ma si sforza di farci vivere i trentatré anni della vita di Nostro Signore di nuovo in ciascuno dei nostri anni. Attraversiamo i dodici bellissimi anni della sua Infanzia nelle settimane fra Natale e Quaresima. La Quaresima ci tiene con Lui nel deserto, e ci purifica per la versione dettagliata della Sua Passione, che la Settimana Santa ci mostra così prepotentemente. Il tempo di Pasqua è la Sua vita da Risorto, e la festa dell’Ascensione è incompleta senza quella del Santo Sacramento, il trionfale giorno santo del Santissimo Sacramento. Da lì fino all’Avvento ci nutriamo per mesi con i Sermoni, le parabole e gli avvenimenti del Suo Ministero di tre anni. Nel frattempo, sotto questa vita annuale di Cristo giace la vita annuale di Maria, che è anche una vita di Gesù. La sua Immacolata Concezione è quasi mescolata con la sua Maternità.
  Celebriamo la sua Purificazione, ma un po’ prima celebriamo la tentazione di Nostro Signore nel deserto. La commemorazione dei suoi Dolori sta vicino alla commemorazione della Sua Passione. L’Assunzione sta alle feste di Maria come l’ascensione a quelle di Gesù. In tutta quest’organizzazione percepiamo il costante e forte richiamo della Chiesa al fatto che la vita di Gesù è la nostra vita, l’esempio della nostra vita, e anche la sua energia soprannaturale. Tutto è riassunto in questa semplice ma inesaustibile verità, che i cristiani sono Cristo.

E’ dunque una forma comune del nostro amore verso il nostro carissimo Signore lo sperare che, con la nostra conoscenza e la nostra fede attuali, siamo stati con Lui durante i Suoi trentatré anni sulla terra. Pensiamo a quanto amorevolmente avremmo dovuto servirLo. Immaginiamo mille casi nei quali il nostro amore si sarebbe espresso in atti di reverenza e di adorazione. I nostri pensieri si abbandonano sulle continue riparazioni che avremmo dovuto fare al Suo onore, come avremmo dovuto intuire i Suoi desideri meglio di coloro che Lo attorniavano, come le nostre assiduità si sarebbero avvicinate all’entusiastica devozione degli Apostoli, e come, come l’angelo confortante sul Getsemani, avremmo dovuto per sempre alleviare le sofferenze della Sua vita col nostro amore. Desiderare queste cose fa parte del nostro spirito cristiano. Ma ecco che arriviamo in vista della grande meraviglia della vita cristiana. Questo non è un semplice desiderio, un sogno romantico, un irreale strumento dell’amore. I trentatré anni non sono finiti. Gesù è ancora con noi. Qua e là, come nell’antica Giudea, reali ministri personali a Gesù sono le azioni con le quali ci santifichiamo. Devono essere allo stesso tempo l’accensione e la soddisfazione del nostro amore. Per questo fine Egli è tornato a noi sotto forma del Santissimo Sacramento. Abita in mezzo a noi nella timida magnificenza del tabernacolo. Mostra i margini dei Suoi bianchi vestiti ai nostri occhi. Si mette nelle nostre mani. Affida il suo essere indifeso a noi. Si appoggia sulla nostra lingua e scende nei nostri cuori in tutte le sorpassanti realtà del potente Sacramento. E’ più accessibile a noi adesso che nei Suoi trentatré anni. Dà a ciascuno di noi più tempo e più attenzione. Possiamo averLo totalmente per noi. Possiamo goderLo con più comodo e più in privato. Di conseguenza il Santissimo Sacramento è il centro della nostra vita. Possiamo difficilmente comprendere come si può vivere senza di esso, o lontani da esso. Carissimo Signore. Come sapeva bene la maniera con la quale dovevamo tendere ad amarlo, e quanto incredibilmente ha soddisfatto questo desiderio!

E’ il fine del Santissimo Sacramento rendere Gesù presente per noi, e miracolosamente moltiplicare la Sua presenza. I Sacramenti, come li chiama la teologia, sono le azioni di Cristo. Il Santissimo sacramento è Cristo stesso vivente. Così vengono continuati sulla terra i trentatré anni, e continuati in migliaia di posti allo stesso tempo, in modo che milioni di anime vengano attratte nella loro sfera, e che vivano vite soprannaturali grazie al calore ed alla luce con la quale la perenne vita umana del Salvatore li circonda. Come potrebbe il cielo interferire più palesemente mostrando che l’amore personale di Gesù è l’essenza della religione, e che la presenza di Gesù era la necessità della sua vita e del suo potere?
A volte delle grandi grazie appaiono fantastiche quando le paragoniamo con altre minori; ma più spesso le minori appaiono specialmente stupende quando le paragoniamo con quelle più grandi. In altre parole, la misericordia di Dio colpisce di più nelle piccole cose, in particolare quando le piccole cose sembrano la ripetizione e la superfluità di quelle grandi. Gesù ha soddisfatto il Suo immenso amore, e ha dato al nostro amore spazio per diventare immenso, nel tornare a noi nella Sua natura umana attraverso il Santissimo Sacramento. Non si può immaginare una più incredibile continuazione dei suoi trentatré anni. In realtà nessuna intelligenza creata ne avrebbe potuta immaginare una così incredibile. Ma il Suo amore copre tutta la creazione; ed Egli ha sentito che questa invisibile permanenza con noi non fosse abbastanza. Tutte le attenzioni al Santissimo Sacramento devono per necessità essere di adorazione; e il potere umano di effettiva adorazione è intermittente. I nostri poveri cuori vorrebbero sempre adorare il Santissimo Sacramento, ma lo sforzo sarebbe eccessivo.

 Inoltre il nostro servizio al Santissimo Sacramento rappresenta o le grandi azioni di omaggi pubblici, nelle quali tutti i fedeli si ritrovano solennemente per unirvisi, e che sono pertanto poche ed accadono alla distanza temporale che gli uffici della vita richiede, o rappresenta le nostre intime, nascoste vite di comunione con Dio. I nostri dolori segreti sono sussurrati alla porta del Tabernacolo. Portiamo lì le nostre gioie per essere benedette, raffinate e per essere messe al sicuro. Là ci lamentiamo delle tentazioni. Là, con timida intrusione, osiamo portare le familiarità dell’amore, sicuri che solo l’orecchio indulgente del Signore le sentirà. Là senza vergogna discutiamo con lui, come Giobbe dei tempi andati, e, anche mentre tremiamo davanti alla Sua Maestà, ci facciamo coraggio e Lo assaltiamo con la petulanza delle nostre preghiere che credono solo a metà. Ma il nostro amore ha bisogno di altro oltre a questo. La nostra vita è una vita di materia, sensi, e cose sensibili. Nel Santissimo Sacramento Gesù è invisibile. Di conseguenza noi siamo molto lontani da coloro i quali conversarono col Lui in Giudea. Essi vedevano il loro amore. Conoscevano con la vista il loro amore. Leggevano i cari misteri del Divin Cuore dalle divine espressioni della Sua bellissima Faccia. La luce dei Suoi occhi era per loro un linguaggio. Il suono della Sua voce era una rivelazione per loro. La Sua bellezza esterna era un aiuto al loro amore interno. Il Santissimo Sacramento è migliore in molti modi. Per usare le parole di Nostro Signore, la Sua invisibile presenza era “più conveniente”. Ma il Gesù visibile era in un certo modo più dolce, più caro. Non possiamo evitare di sentire questo, ma dovremmo comunque essere sorpresi di come Gesù ha rimediato per noi a questa perdita, se non fosse che una tale ripetuta esperienza del Suo amore ci ha fatto cessare di sorprenderci di qualunque cosa Egli faccia.

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Dovrebbe un’anima conoscere un modo col quale può amare Gesù, e non bruciarsi? Un’anima dovrebbe conoscere un modo per amare Gesù, e poi scoprire che Gesù non ha previsto che essa Lo potesse amare in quel modo? Sapeva che, quando l’amore per Lui avesse preso posto nel nostro cuore e vi avesse acquisito un delizioso dominio, avremmo dovuto desiderare di prenderci cura di Lui con le nostre vite esterne, di darGli infinite prove del nostro affetto, di darGli quelle dimostrazioni di affetto delle quali il cuore può essere così fertile quando vuole. Il Suo infinito sapere è sempre il compagno della Sua infinita compassione. Ha cercato la Sua creazione per trovare un adeguato rappresentate di Se Stesso. Ha cercato la terra col suo infallibile amore per trovare un adeguato monumento sul quale, come sul piedistallo di un trofeo, potesse appendere la Sua insegna, e chiedergli di servirLo. Dev’essere così simile a Lui, che tutti gli uomini dovrebbero riconoscerlo. Deve avere una tale somiglianza, da provocare al meglio amore entusiasta e duraturo. Dev’essere un compendio visibile di tutti i trentatré anni. Come se tutta Betlemme, tutta Nazareth, tutta la Galilea e tutto il Calvario devono essere invisibili nel Santissimo Sacramento, così ora in questa nuova visibile presenza di Gesù tutta Betlemme, tutta Nazareth, tutta la Galilea e tutto il Calvario devono essere chiari e visibili, reali e patetici. O caratteristica scelta di Colui che scelse tutte le cose dall’eternità! Il Creatore scelse il Povero. Quando stava per venire sulla terra, scelse per Sé la povertà, come condizione della Sua vita privata. Ora, mentre ha nascosto la Sua faccia nelle nuvole del cielo, ha scelto i poveri per rappresentarLo, e per continuare per il nostro bene tutte le occasioni di venerazione e opportunità di santità, che appartenevano ai trentatré anni. Per questo la chiesa ha sempre aderito al Povero, come Maria aderì nel freddo, nel buio, nell’umido al bambino di Betlemme. Di conseguenza i generosi slanci verso i Poveri sono infallibili segni del nostro amore interno per Gesù, e che la spiritualità è impedita dall’ingannarsi potendo sempre testare la sua realtà tramite l’abbondanza della sua elemosina. Che rivelazione da parte di Gesù è questa Sua scelta dei poveri! Sentiamo che sappiamo molto di più su di Lui, dato che Ne abbiamo avuto questa nuova rivelazione. Rivela il Suo carattere grazie alla peculiarità della Sua scelta, mentre lasciarsi dietro questo secondo Sé visibile ci manifesta ancora più fortemente che i suoi trentatré anni non termineranno, e che il servizio personale a Lui è l’unica forma della nostra santificazione.

Ci farebbe molto bene rimanere su questa materia, ma dobbiamo continuare. In realtà il nostro carissimo Signore ha fatto molto per soddisfare la nostra fame di amore. Ma ce ne sono molti che non possono servirLo nelle opere di carità corporale; e il più grande numero, di molto, anche delle opere di carità spirituale per i poveri dipende dalle elemosine. Anche i poveri stessi devono avere un secondo sé in Gesù, che possono investire con le sollecitudini del loro amore credente. Inoltre ci sono ancora desideri e amori nei cuori degli uomini, che dovrebbero essere portati alla dignità di amore per Gesù, e che non sono soddisfatti nella devozione ai poveri. Quindi Gesù ha scelto un altro Sé visibile, in modo da coprire tutto il terreno che i cuori umani possono coprire. E’ stata una cara invenzione di amore, simile a quella che ha trasformato il matrimonio in un Sacramento. Ha scelto i Bambini. Ha scelto i piccoli, che riempiono le nostre abitazioni, che giocano nelle nostre strade, che affollano i banchi delle nostre scuole. Prima di tutto ci ha spaventato facendoci diventare reverenti raccontandoci della vendetta dei grandi angeli, che sono incaricati di custodire l’anima dei bambini, e del loro potere di punirci, a causa di quella cattiva Vista di Dio che loro vedono sempre; e poi ci dice che tutti gli atti di gentilezza verso questi deboli piccoli sono atti di gentilezza verso di Sé. Da questa scelta è venuto l’istinto della Sua Chiesa verso gli interessi dei più piccoli. Per le loro anime essa combatte coi governi del mondo, si lascia aperta agli attacchi, mette in pericolo la sua pace, lascia da parte la protezione dei grandi, rifiuta la sanzione della sua obbedienza a leggi inique, sopporta di essere considerata inintelligibilmente fanatica o pretenziosamente falsa, per coloro che non possono credere nella sincerità di un tale zelo puramente soprannaturale. Senza dubbio è stato l’amore del nostro caro Signore nei nostri confronti, che lo ha spinto a fare dei bambini degli altri Sé.

O gloriosa capacità dei cuori umani di amare! Persino tutto ciò non fu abbastanza. Quando serviamo il nostro carissimo Signore nelle persone dei poveri e dei bambini, noi siamo, come fosse, i Suoi superiori. Lo stiamo provvedendo delle nostre sovrabbondanze. Ci viene di fronte in condizioni pietose, e noi siamo pieni di compassione, e corriamo verso la Sua misericordia, e corriamo verso la Sua salvezza, e lo soccorriamo. Davvero un dolce incarico, e un più meraviglioso sollievo per il nostro crescente amore, il quale sta aumentando così tanto da essere un peso per se stesso! Eppure ci sono altri tipi di amore, che noi raggiungiamo quando cresciamo nella grazia, tipi più alti rivelanti grazie più alte, più robusti quanto più adatti alla pienezza della nostra umanità in Cristo. Vogliamo obbedire. Vogliamo ricevere comandi, dare ascolto agli insegnamenti, praticare la sottomissione. Abbiamo nostre proprie volontà, e vogliamo rinunciare ad esse per la volontà di Colui che amiamo. Ci attacchiamo alle nostre opinioni, e abbiamo fissato un prezzo elevato sui nostri giudizi; e desideriamo abbandonarli per Suo amore. Vogliamo conquistare l’autoricerca delle nostre comprensioni, affinché i nostri cuori possano ingrandirsi e noi possiamo essere in grado di amare con più veemenza e più esclusivamente. Nel nostro servizio a Gesù vogliamo immolarci più di quanto i poveri e i bambini possano compensare. 

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Inoltre, noi vogliamo Gesù in tutti i modi. Lo vogliamo come nostro Maestro. Era il nome con cui i Suoi discepoli sulla terra si compiacevano di chiamarLo. In qualche modo riuscivano a dare a questo nome un suono affettuoso, nel Suo caso al di sopra di quello che qualunque altro nome possiede. Ascoltavano i Suoi sermoni sul monte e al piano. Seguivano attentamente le parole che cadevano come perle di grande valore dalle Sue belle labbra. In estasiato silenzio essi alimentavano le proprie anime col Suo insegnamento, che era per loro l’autentico pane della vita eterna. Le Sue parabole penetravano nei loro cuori e ivi diventavano vaste rivelazioni dei misteri di Dio. Non possiamo rinunciare a tutto questo. Egli deve essere anche il nostro Maestro, non in un libro morto, non per sentito dire, ma il nostro davvero vivente Maestro, ai cui piedi possiamo deporre la nostra presunzione, e al suono della Sua voce possiamo smettere d’amare i nostri giudizi e le nostre vanità. Gesù lasciò Maria alla Chiesa nascente, ma anche Pietro.
Non era forse per fornire questo ardente desiderio di fervore primitivo, un ardente desiderio che si era nutrito così recentemente della Sua propria cara presenza nella carne? Persino le maestosità della santità apostolica non potevano sopportare che sia Gesù che Maria venissero prelevati in uno stesso momento. Così allo stesso modo ora Egli ci ha lasciato il Papa. Il Sovrano Pontefice è una terza visibile presenza di Gesù tra di noi, di un ordine più elevato, di un significato più profondo, di un’importanza più immediata, di una natura più esigente della Sua presenza nei poveri e nei bambini. Il Papa è il Vicario di Gesù sulla terra, e tra i sovrani del mondo gode di tutti i diritti e poteri supremi della Sacra Umanità di Gesù. Nessuna corona può essere al di sopra della sua corona. Per diritto divino egli non può essere soggetto a nessuno. Qualsiasi sottomissione è una violenza e una persecuzione. Egli è un re per la virtù del suo ufficio; tra tutti i re egli è il più prossimo al Re dei re. Egli è l’ombra visibile proiettata dall’Invisibile Capo della Chiesa nel Santissimo Sacramento. Il suo ufficio è un’istituzione emanante dalla stessa profondità del Sacro Cuore, fuori dal quale abbiamo già visto sorgere il Santissimo Sacramento e l’elevazione dei poveri e dei bambini. E’ una manifestazione dello stesso amore, un’esposizione dello stesso principio. Con quale premura poi, con quale reverenza, con quale estrema fedeltà, non dobbiamo noi corrispondere a una così magnifica grazia, a un così stupefacente amore, quale è questo che il nostro dilettissimo Salvatore ci ha mostrato nella Sua scelta ed istituzione del Suo Vicario in terra! Pietro vive sempre perché i trentatré anni stanno sempre continuando. Le due verità appartengono l’una all’altra. Il Papa è per noi in tutta la nostra condotta ciò che il Santissimo Sacramento è per noi in tutta la nostra adorazione. Il mistero del Suo Vicariato è simile al mistero del Santissimo Sacramento. I due misteri sono intrecciati.

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Il Santissimo Sacramento e la devozione a Pio IX (parte seconda)

La conclusione che va tratta da tutto ciò è di grave importanza. E’ niente di meno che questo: la devozione al Papa è una parte essenziale di tutta la religiosità cristiana. Non è una questione distinta dalla vita spirituale, come se il Papato fosse solo l’esercizio di governo della Chiesa, un’istituzione appartenente alla vita esteriore, un interesse divinamente stabilito del governo ecclesiastico. E’ una dottrina e una devozione. E’ una parte integrante del progetto del nostro Santissimo Signore. Egli è nel Papa in un modo nondimeno più elevato di quanto è nei poveri o nei bambini. Quel che viene fatto al Papa, per lui o contro di lui, è fatto a Gesù stesso. Tutto ciò che è regale, tutto ciò che è sacerdotale nel nostro dilettissimo Signore è messo insieme nella persona del Suo Vicario, al fine di ricevere il nostro ossequio e la nostra venerazione. Un uomo potrebbe pure tentare di essere un buon cristiano senza devozione a Nostra Signora, così come senza devozione al Papa; e in entrambi i casi per la stessa ragione. Sia Sua Madre che il Suo Vicario sono parte del Vangelo di Nostro Signore.
Vi chiederei di prendervi ciò molto a cuore ora. Sono convinto che enormi conseguenze, per il bene della religione, seguirebbero da una chiara percezione del fatto che la devozione al Papa è una parte essenziale della religiosità Cristiana. Correggerebbe molti errori. Chiarirebbe molte incomprensioni. Eviterebbe molte calamità. Ho sempre detto che l’unica cosa per risolvere tutte le difficoltà è guardare le cose semplicemente ed esclusivamente dal punto di vista del nostro Santissimo Signore. Lasciamo che ogni cosa ci sembri com’è in Lui e per Lui. Ci sono molte complicazioni oggigiorno, molti intrecci confusi tra la Chiesa e il mondo; ma se noi restiamo saldi a questo principio, se con un coraggio fanciullesco siamo tutti per Gesù, ci apriremo con sicurezza un varco in tutti i labirinti e mai ci ritroveremo infelicemente, per codardia o per rispetto umano o per la volontà di un discernimento spirituale, dalla parte dove non c’è Gesù.

Se il Papa è la presenza visibile di Gesù, unendo in se stesso tutta la giurisdizione spirituale e temporale così come essa appartiene alla Sacra Umanità, e se la devozione al Papa è un elemento indispensabile in tutta la santità Cristiana, cosicché senza di essa nessuna religiosità è solida, ci riguarda davvero molto vedere cosa noi sentiamo nei confronti del Vicario di Cristo e se i nostri sentimenti abituali verso di lui sono adeguati a ciò che il nostro Santissimo Signore esige. Vorrei discutere della questione da un punto di vista devozionale perché considero questo un punto di vista molto importante. E’ proprio del mio ufficio e della mia posizione, così come dei miei gusti e impulsi, guardare a essa in questo modo. In tempi di pace è perfettamente concepibile che i cattolici possano difficilmente capire, come dovrebbero, la necessità della devozione al Papa come un elemento essenziale della pietà cristiana. Potrebbero in pratica arrivare a pensare che ciò che li riguarda sia andare in chiesa, frequentare i Sacramenti e adempiere i loro atti di pietà privati. Potrebbe sembrar loro che non siano interessati da ciò che potrebbero chiamare politica ecclesiastica. Questo è certamente sempre un triste errore, e uno a causa del quale sempre l’anima deve soffrire, così come per quanto concerne più grandi grazie e avanzamenti verso la perfezione. In ogni epoca è stata una caratteristica costante dei santi che essi avessero una profonda e sensibile devozione nei confronti della Santa Sede. Ma se la nostra sorte in tempi di afflizione è proiettata al Sovrano Pontefice, dovremo velocemente capire che un decadimento della pietà pratica segue rapidamente e infallibilmente ad ogni visione erronea del Papato, o ad ogni vile condotta nei confronti del Papa. Dovremo rimanere sorpresi di scoprire che stretta connessione c’è tra una grande fedeltà a lui e tutta la nostra generosità verso Dio, così come per la munificenza di Dio nei nostri confronti. Dobbiamo entrare, dev’essere parte della nostra devozione privata entrare, calorosamente nei sentimenti della Chiesa per il suo Capo visibile, altrimenti Dio non sarà in armonia con noi. In ogni tempo, come in ogni vocazione, la grazia è data a certe tacite condizioni. In futuro, quando Dio permetterà che la Chiesa venga assalita nella persona del suo Capo visibile, la sensibilità per la Santa Sede sarà una condizione implicita di tutta la crescita nella grazia.

Quali sono allora le ragioni sulle quali la nostra devozione al Papa dovrebbe essere basata? Primo e più importante, sul fatto che egli è il Vicario del nostro amatissimo Signore. Il suo ufficio è il modo principale col quale Gesù si è reso visibile sulla terra. Nella sua giurisdizione egli è per noi come se fosse il nostro Beatissimo Signore stesso. Poi ancora, la spaventosità della funzione del Papa è un’altra fonte della nostra devozione per lui. Può qualcuno guardare a una responsabilità così enorme e non tremare? Milioni di conseguenze dipendono da lui. Moltitudini di appelli stanno aspettando la sua decisione. Gli interessi con i quali ha a che fare sono di un’importanza senza pari, perché influiscono sugli interessi eterni delle anime. Un giorno di governo della Chiesa è più ricco di conseguenze di un anno di governo dell’impero più potente sulla terra. Da quale importanza del Sovrano Pontefice deve dipendere Dio tutto il santo giorno! Quali infinite ispirazioni dello Spirito Santo deve aspettarsi senza ansia al fine di distinguere la verità nel clamore delle contraddizioni o nell’oscurità della distanza! La Colomba sussurrante all’orecchio di San Gregorio, – che cos’è se non un simbolo del Papato? Tra questi giganteschi sforzi, di tutti i lavori sulla terra, forse il più ingrato e il meno apprezzato, quanto commovente è l’impotenza del Sovrano Pontefice, così come l’utilità del suo amato Maestro. 

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Il suo potere è la pazienza. La sua maestà è la sopportazione. Egli è la vittima di tutta l’impazienza e indecenza della terra nelle alte sfere. E’ veramente il servo dei servi di Dio. Gli uomini non possono riempirlo di oltraggi, come quando sputavano in faccia al suo Maestro. Lo possono annientare con le loro navi da guerra, come Erode con le sue navi da guerra annientò il Salvatore del mondo. Possono sacrificare i suoi diritti alle esigenze passeggere della loro cupidigia, come Ponzio Pilato un tempo sacrificò Nostro Signore. Ci può essere una cupidigia nei governi tanto profonda che nessuna cupidigia individuale può avvicinare; ed è soprattutto questa cupidigia che fa soffrire il Vicario di Cristo. Uomini che indossano corone d’oro invidiano lui che indossa la corona di spine. Essi gli invidiano la gravosa sovranità, per la quale egli deve sacrificare la propria vita, perché essa è il lascito del suo Maestro e non la sua propria eredità. In ogni successiva generazione Gesù, nella persona del Suo Vicario, precede nuovi Pilati ed Erodi. Il Vaticano è soprattutto un Calvario. Chi può contemplare questa commovente magnificenza e comprenderla come la comprende il cristiano, e non essere spinto a piangere?
Quando siamo malati, a volte a causa della collera abbiamo il triste pensiero che il nostro Beatissimo Signore non santificò mai quella croce con la Sua pazienza. Ma Egli sopportò e santificò ogni tipo di dolore fisico nelle innumerevoli sofferenze e ingegnose crudeltà della Sua Passione. Ma non ha mai patito la vecchiaia. Il peso degli anni non ha mai intaccato i Suoi bei lineamenti. La luce dei Suoi occhi non si è mai annebbiata. L’energica virilità della Sua voce non è mai svanita. Non poteva nemmeno essere che le onorevoli decadenze dell’età lo avvicinassero. Tuttavia Egli si degna di essere vecchio nei Suoi Pontefici. I Suoi Vicari sono per la maggior parte incurvati per gli anni. Io vedo in questo un altro esempio del Suo amore, un’altra disposizione per la nostra diversità d’amore per Lui. Nessuno in Giudea poteva mai onorarLo con quello speciale amore che gli uomini buoni si gloriano di pagare alla vecchiaia. Il rispetto per gli anziani è una delle più belle forme di generosità dei giovani; ma i giovani in Giudea non potevano gioire nel sottomettersi così pesantemente nei loro ministeri a Gesù. Ma ora, nella persona del Suo Vicario, le cui premure sono rese mille volte più toccanti e le sue indegnità più commoventi a causa dell’età, noi possiamo avvicinarci a Gesù con nuovi ministeri d’amore. Un nuovo tipo d’amore per Lui è aperto al fervore e all’appassionata lungimiranza del nostro affetto. Per questo fatto, nel conflitto di un vecchio uomo inerme con le grandiosità e le diplomazie e le false sapienze delle orgogliose giovani generazioni appena esse sorgono, c’è sicuramente un’altra fonte della nostra devozione al Papa.

Agli occhi della fede non ci può essere niente di più venerabile del modo in cui il Papa rappresenta Dio. E’ come se il Cielo fosse sempre aperto sopra la sua testa, e la luce lo illuminasse e, come Stefano, egli vedesse Gesù stare alla destra del Padre, mentre il mondo digrigna i denti contro di lui con un odio, il cui eccesso soprannaturale deve essere per se stesso un prodigio. Tuttavia, all’occhio incredulo, il Papato, così come la maggior parte delle cose divine, è una visione spregevole e miserabile, che provoca soltanto un disprezzo irritato. E’ l’oggetto della nostra devozione che ripara costantemente a questo disprezzo. Dobbiamo venerare il Vicario di Gesù con fede amorosa e con una fiduciosa, non biasimante riverenza. Non dobbiamo permetterci di abbandonarci a pensieri vergognosi, a vili sospetti e a una altrettanto vile incertezza riguardo a qualsiasi cosa concernente la sua sovranità, sia spirituale che temporale; giacché anche il suo potere sovrano fa parte della nostra religione. Non dobbiamo permetterci l’irriverente infedeltà di distinguere in lui e nella sua funzione ciò che possiamo considerare come umano da ciò che possiamo riconoscere come divino. Dobbiamo difenderlo con tutta la tenacia, con tutto l’ardore, con tutta l’integrità, con tutta la completezza, con cui solo l’amore sa come difendere le proprie cose sacre. Dobbiamo soccorrerlo nella preghiera fatta con abnegazione, con una totale, intima, viva, entusiasta sottomissione, e soprattutto, in questi abominevoli giorni di biasimo e blasfemia, con una fedeltà più aperta, cavalleresca e senza vergogna. Gli interessi di Gesù sono in gioco. Non dobbiamo né essere in ritardo, né stare dalla parte sbagliata.
Ci sono stati tempi nell’esperienza della Chiesa, in cui la barca di Pietro sembrava stesse per affondare nei mari oscuri. Ci sono pagine di storia che ci fanno trattenere il respiro quando le leggiamo, e fermare i palpiti del nostro cuore, anche se sappiamo molto bene che la prossima pagina registrerà la brillante vittoria che deriva dalla viva umiliazione. Ora siamo finiti in una di quelle epoche malvagie. E’ dura da sopportare. Ma la nostra indignazione non compie la giustizia di Dio e l’amarezza non ci da potere insieme a Lui. Tuttavia c’è un immenso potere nello scoraggiamento del Fedele. E’ un potere che il mondo potrebbe temere, se solo lo potesse discernere e capire. Il silenzio della Chiesa fa sì che i veri angeli guardino a Lei con speranza. Noi almeno dobbiamo attendere nella paziente tranquillità della preghiera. L’empietà del miscredente può risvegliare la nostra fede. L’incertezza dei bambini del Gregge può addolorare i nostri cuori. Ma non lasciamo che la sacralità del nostro dolore si mischi con l’amarezza. Dobbiamo fissare i nostri occhi su Gesù e compiere il doppio dovere che il nostro amore per Lui ci impone. Dico, il doppio dovere. Poiché questo è un giorno in cui Dio cerca aperte professioni della nostra fede, annunci senza vergogna della nostra fedeltà. E’ anche un giorno in cui il senso della nostra impotenza esteriore ci rimanda più che mai al dovere della preghiera interiore. 

Questo è l’altro dovere. L’aperta professione è di poco valore senza la preghiera interiore; tuttavia io penso che la preghiera interiore è quasi di minor valore senza la professione esteriore. Molte virtù crescono in segreto; ma la fedeltà può fiorire solamente all’aperta luce del sole e sulle aperte colline.
Come allora stiamo per inaugurare il nostro nuovo anno? Con l’inenarrabile permesso della Sua compassione, stiamo per innalzare sul Suo trono sacramentale il Capo Invisibile della Chiesa, cosicché possiamo venire in soccorso del nostro Capo Visibile, il Suo carissimo e sacratissimo Vicario, il nostro carissimo e venerabilissimo Padre. Non c’è bisogno che vi dica per cosa pregare, né come pregare; ma ho un pensiero, su cui ho riflettuto spesso, e col quale voglio concludere: – io ho un istinto irrefrenabile, che cioè il premio in paradiso sarà maggiore per coloro che in terra hanno amato specialmente il Papa che ha definito l’Immacolata Concezione.

1 commento:

  1. La papolatria è una invenzione del 1870. Prima non esisteva (se non nella corte vaticana)! Leggetevi la storia!

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