Per la maggior Gloria di Nostro Signore cerchiamo persone disponibili ad eventuali Traduzioni da altre lingue verso l'Italiano. per chi si rendesse disponibile puo' scrivere all'indirizzo Mail: cruccasgianluca@gmail.com
Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...

domenica 31 ottobre 2010

NO AD HALLOWEEN!!!




Coloro che praticavano questa festa agli inizi, erano adoratori, sacerdoti di “Samain” che è il dio della morte. Questi erano maestri dell’esoterismo e praticavano la magia degli alberi, una sorta di rito per predire il futuro e aiutare gli uomini. Si crede che Stonehege (nel Regno Unito) fosse un tempio sdruida dove si celebrava il capodanno celtico e si adorava il loro dio: Samain.
Halloween inizia 6 settimane prima del 31 ottobre, con digiuni e piccoli sacrifici. Col passare dei giorni i sacrifici aumentano fino ad arrivare al 31 ottobre dove vengono a contatto con gli spiriti dell’aldilà. Nel 884 d.C papa Gregorio IV istituisce la festa di tutti i santi cercando di togliere la festa di halloween a causa delle sue origini pagane.

Sbarcata per prima degli Stati Uniti con l’immigrazione degli irlandesi, il 60% dei costumi per halloween viene venduta agli adulti, tanti ignari del fatto che stanno partecipando ad una festa satanica.
Nella sera di halloween, mentre si va in giro per il classico di dolcetto scherzetto, in altre parti nello stesso momento si compiono riti satanici con sacrifici di bambini. Quelli che li sacrificano gli aprono il petto, gli prendono il cuore e se lo mangiano crudo, abbiamo anche pochi casi dove sacrificano gli animali sempre con lo stesso rito.
In questi ultimi tempi vediamo che tanti omicidi partono da un contesto satanico. L’autore della bibbia di satana, Anton Lavey, dice che il 31 ottobre è il giorno più importante per i satanisti.
Doreen Irvine, ex strega convertitasi a DIO dice: se i padri sapessero il significato di halloween non nominerebbero questa parola davanti i loro figli.
Il popolo che adorava il dio Samain era solito andare di casa in casa a chiedere cibi per offrirli al loro dio, e a quelli che rifiutavano gli lanciavano una maledizione: la morte di un membro della famiglia entro un anno.
Ecco alcubi simboli che caratterizzano la festa:
• Zucca = demoni
• Stella a cinque punte con mezza luna = magia
• Pipistrello e gufo = comunione con i morti
• Fantasmi = messaggeri speciali per pagani
• Gatto nero = rincarnazione di morti malvagi
• Cerchio con all’interno stella a cinque punte = protezione
• Scopa = energia liberata
• Scheletro = ciò che abbondava la notte tra tenebre e halloween
• Maschere e costumi = in forme di animali che usavano i sacerdoti nei rituali per chiedere la forza di quei animali

Vogliamo sensibilizzare chiunque legga questo articolo, grande o piccolo, cristiano e non, ad allontanarsi e allontanare coloro che vi partecipano perché come abbiamo visto questa festa è puramente satanica, con una maschera di una festa infantile ma che non ha niente a che fare con i bambini.
Noi sappiamo che Dio ci comanda a non mischiarci con queste cose perché senza accorgercene possiamo fare pratiche o usare oggetti che apparentemente non hanno nulla di male ma dietro nascondono cose cattive e pesanti che possono far male.


VISIONATE QUESTO ILLUMINATE VIDEO SU HALLOWEEN:


LA CACCIATA DI LUCIFERO: dall'esperienza di un esorcista!

( ...in questa notte di Vigilia della Solennità di tutti i Santi, che per il mondo di trasforma nella tristissima e satanica festa di Halloween, volentieri proponiamo questa testimonianza che ci fa riflettere sull'assoluto strapotere di Dio Altissimo e dei Suoi Angeli nei confronti di Lucifero, colui che ancora si illude, con tormenti ed inganni, di poter dominare la Terra e conquistare il Regno di Dio....)



dal libro di Don Francesco Bamonte " Angeli ribelli " .

Un giorno un esorcista, dopo aver elevato intense preghiere di lode a Dio e aver invitato tutte le creature a lodare con lui il loro Signore, sentì il demonio dire: « Non pensavo, non pensavamo che ci mandasse qui sulla terra, pensavamo che ci mandasse in un'altra... parte del cielo, non umiliati in mezzo agli uomini. No, pensavamo che ci mandasse in un'altra parte del cielo infinito, dove potevamo anche noi governare come dèi dall'alto, e invece ci ha mandati quaggiù, ma quaggiù, non ti preoccupare, "ci siamo adattati", "ci siamo adattati bene"! »
In un altro esorcismo, mentre pregava san Michele, il sacerdote sentì Satana esprimersi con voce lamentevole: « Michele e gli altri con lui mi hanno scaraventato "giù". Erano tanti e avevano con loro il potere dell'Altissimo. Michele e tutti gli altri mi hanno detto: "Da questo momento non sei più niente". Allora ho combattuto, ma Michele mi ha mandato via. Con la sua spada mi ha fatto precipitare dicendomi: "Vattene via! Questo non è più il tuo posto. Vai negli abissi, vai nelle tenebre! ". E io sono dovuto andare via insieme con gli altri. Mentre precipitavamo, ho detto che li avrei combattuti togliendo le anime a Dio ». A questo punto, cambiando la voce e assumendo un tono di sfida, continuò dicendo: « E a Lui [si riferiva a Dio] gli ho detto: "Noi siamo grandi quanto Te, noi siamo potenti quanto Te, noi comanderemo nel regno nostro, noi regneremo sul mondo. Il potere del peccato sarà il nostro altare, su quello sacrificheremo le anime dei tuoi figli maledetti, su quell'altare faremo scorrere il sangue dei tuoi figli maledetti". Gli altri che mi seguirono dissero a Lui [cioè a Dio]: "C'è un dio per chi odia e questo dio è il mio dio". E Lui rispose [cioè ancora Dio]: "Verranno con te quelli che vogliono venire con te; e verranno da Me e da mio Figlio e dallo Spirito Santo, quelli che vogliono vivere nel mio Regno, dal quale Io ti ho cacciato, perché tu mi hai disubbidito." »
Un esorcista invocava san Michele, e Lucifero in quella occasione manifestò quale fosse stata la reazione dell'Arcangelo San Michele, di fronte alla sua rivolta contro l'amore di Dio: «Michele è quello che si è più indignato, si è indignato della mia opposizione a Dio e per la mia mancanza di rispetto del nostro Creatore, del nostro Dio. Ora il suo ruolo è quello di essersi messo completamente a disposizione di tutte le anime che io voglio prendermi, e specialmente delle anime che Quello [Gesù] ha più care a Lui, tiene più vicine a Lui. Lui cerca di proteggere tutti, ma ci sono alcune che non si lasciano proteggere, perché camminano su altre vie. »
La battaglia con San Michele, che ora continua sulla terra, Lucifero l'ha descritta così: « Sono l'angelo sterminatore: voglio sterminarvi tutti, voglio "ammazzarvi" tutti, ma viene sempre quello, mi viene sempre contro. Ce l'ha sempre con me. Viene con la sua spada e mi "squarta" e io non posso fare più quello che vorrei fare. Io voglio portare la guerra tra gli uomini e lui sta cercando di fare la pace, di impedire guerre tra di voi. Lui così mi combatte, cercando di distruggere tutto quello che io tento di fare. Io cerco di fare tutto quello che posso e lui viene e fa sempre il contrario di quello che io voglio fare. Quando voi pregate lui, mi dà fastidio, perché sventa i miei piani e li distrugge. Io cerco di fomentare guerre e azioni cattive di ogni genere. Tutto quello che c'è di male io posso farlo quando non c'è lui, ma quando c'è lui non posso, perché lui ha un potere al di sopra del mio. »
Come affermano spesso gli autori cristiani che abbiamo precedentemente presentato, il diavolo, cacciato via dal cielo, vuole vendicarsi in qualche modo contro Dio, sia portando nel mondo umano la stessa ribellione suscitata fra gli angeli, sia sottraendo a Dio il maggior numero possibile di uomini. Questo è il motivo per cui, durante gli esorcismi, tante volte i demoni stessi affermano, in maniera molto chiara, che la loro principale attività in mezzo agli uomini non è la possessione, ma la tentazione.
Una volta, durante un esorcismo, un demonio riassunse questa loro attività tentatrice fra gli uomini in una sintesi eccezionale e categorica, con queste parole: « Il nostro "dovere" è tentare, sempre, chiunque, dovunque e comunque. Qualcuno cade nella nostra rete, qualcuno ci cade per sempre! Lui [Dio] vuole anime libere e sante, io voglio anime schiave. A me interessa la volontà degli uomini. Voi potete ancora accostarvi a Lui e noi non vogliamo, non dovete. Voi dovete essere come noi, questa è la nostra vendetta su di Lui! ».

La festa di Cristo Re nella storia, nella liturgia, nella teologia Di Daniele Di Sorco




1. Uno spostamento apparentemente irrilevante.


Col motu proprio Summorum Pontificum il Papa Benedetto XVI ha definitivamente chiarito che il Messale romano tradizionale, detto di S. Pio V, non è mai stato abolito e che pertanto qualunque sacerdote può utilizzarlo nella sua integralità. La Pontificia Commissione Ecclesia Dei, in una risposta del 20 ottobre 2008, ha ribadito che “l'uso legittimo dei libri liturgici in vigore nel 1962 comprende il diritto di usare il calendario proprio dei medesimi libri liturgici”. Com'è noto, nel calendario universale del rito romano antico la festa di Cristo Re è assegnata all'ultima domenica di ottobre, mentre il Messale romano riformato, approvato da Paolo VI nel 1969, la colloca all'ultima domenica dell'anno liturgico.
Non mancano coloro che, in nome di una maggiore uniformità tra le “due forme dell'unico rito romano”, insistono per una revisione del calendario che garantisca per lo meno la coincidenza delle feste maggiori (revisione che de facto è stata già compiuta per il rito ambrosiano antico, non però de iure, visto che le norme del diritto richiedono per qualunque modifica liturgica, anche relativa a riti diversi dal romano, l'espressa approvazione della Santa Sede). I più, tuttavia, considerano questo spostamento della festa di Cristo Re come irrilevante: dopo tutto, la ricorrenza è rimasta, anche se leggermente modificata nel titolo (non più "Cristo Re" simpliciter, ma "Cristo Re dell'universo"), e il fatto che sia assegnata ad una data piuttosto che ad un'altra non ne altera la sostanza. Alcuni, sebbene legati al rito antico, giungono a preferire la scelta del nuovo calendario: la festa della regalità di Cristo, infatti, costituisce il perfetto coronamento dell'anno liturgico, mentre non si vede il motivo di collocarla in una posizione apparentemente priva di significato come la fine del mese di ottobre.
Di fronte a tanta variabilità di opinioni, cercheremo, in questo articolo, di ricostruire la genesi storica della festa di Cristo Re, di delinearne - per quanto ci è possibile, in qualità di non specialisti - la portata teologica, e infine di dimostrare perché, a nostro avviso, lo spostamento in questione è tutt'altro che irrilevante.


2. Istituzione della festa.

La festa di Cristo Re fu istituita da Pio XI l'11 dicembre 1925 mediante l'enciclica Quas primas. Si trattava di una festa del tutto nuova, priva - al contrario di altre feste, per esempio quella del Sacro Cuore - di precedenti nei calendari locali o religiosi. D'altronde, se nuova era la festa, non nuova era l'idea della regalità attribuita alla figura di Cristo, che non soltanto la Scrittura, i Padri e i teologi, ma anche l'arte sacra e il senso comune dei fedeli concordemente affermano. Perché il Papa abbia avvertito il bisogno di istituire una ricorrenza specifica dedicata a questo mistero, risulta chiaro dal testo della stessa enciclica: “Se comandiamo che Cristo Re venga venerato da tutti i cattolici del mondo, con ciò Noi provvederemo alle necessità dei tempi presenti, apportando un rimedio efficacissimo a quella peste che pervade l'umana società”.
Quale peste?
Quella - risponde il Papa nel paragrafo successivo - del laicismo: “La peste della età nostra è il così detto laicismo coi suoi errori e i suoi empi incentivi; e voi sapete, o Venerabili Fratelli, che tale empietà non maturò in un solo giorno ma da gran tempo covava nelle viscere della società. Infatti si cominciò a negare l'impero di Cristo su tutte le genti; si negò alla Chiesa il diritto — che scaturisce dal diritto di Gesù Cristo — di ammaestrare, cioè, le genti, di far leggi, di governare i popoli per condurli alla eterna felicità. E a poco a poco la religione cristiana fu uguagliata con altre religioni false e indecorosamente abbassata al livello di queste; quindi la si sottomise al potere civile e fu lasciata quasi all'arbitrio dei principi e dei magistrati. Si andò più innanzi ancora: vi furono di quelli che pensarono di sostituire alla religione di Cristo un certo sentimento religioso naturale. Né mancarono Stati i quali opinarono di poter fare a meno di Dio, riposero la loro religione nell'irreligione e nel disprezzo di Dio stesso”.

Quindi, se il fine generico della festa - nelle intenzioni del Pontefice - era quello di divulgare nel popolo cristiano “la cognizione della regale dignità di nostro Signore” (regalità in senso lato), il fine specifico era quello di porre l'accento proprio su quella specificazione della regalità che il laicismo nega, vale a dire la regalità sociale. Che sia questo l'autentica ratio della festa, emerge non soltanto dal contenuto dell'enciclica, ma anche da una semplice constatazione di carattere liturgico: tutte le feste, infatti, celebrano - direttamente o indirettamente - la regalità, genericamente intesa, di nostro Signore; ma non esisteva, fino al 1925, alcuna ricorrenza espressamente dedicata al suo regno sulle società di questo mondo.
Tale conclusione è confermata dall'indole dei testi liturgici della festa, promulgati dalla S. Congregazione dei Riti il 12 dicembre dello stesso anno.

Nel Breviario, l'inno dei Vespri afferma:
Te nationum praesides
Honore tollant publico,
Colant magistri, iudices,
Leges et artes exprimant.
   Submissa regum fulgeant
   Tibi dicata insignia:
   Mitique sceptro patriam
   Domosque subde civium

(traduzione nostra: “Te i governanti delle nazioni esaltino con pubblici onori, Te onorino i maestri, i giudici, Te esprimano le leggi e le arti. Risplendano, a Te dedicate e sottomesse, le insegne dei re: sottometti al tuo mite scettro la patria e le dimore dei cittadini”).

Nell'inno del Mattutino si legge:
Cui iure sceptrum gentium
Pater supremum credidit
(“A Te [Redentore] il Padre ha consegnato, per diritto, lo scettro dei popoli”).
E ancora:
Iesu, tibi sit gloria, qui sceptra mundi temperas
(“A Te, o Gesù, sia gloria, che regoli gli scettri [= le autorità] del mondo”).

Stessi concetti ribaditi dall'inno delle Lodi:
O ter beata civitas
Cui rite Christus imperat,
Quae iussa pergit exsequi
Edicta mundo caelitus!
(“O tre volte beata la società, cui Cristo legittimamente comanda, che esegue gli ordini che il cielo ha impartito al mondo!”).

Così pure nell'orazione, dove Cristo viene definito “universorum Rege” (non Re di un generico e imprecisato universo, come afferma la nuova liturgia nelle traduzioni volgari, ma Re di tutti, ossia di tutti gli uomini), si dice che il Padre ha voluto in lui instaurare ogni cosa (ivi compreso l'ordinamento sociale), e si auspica che “cunctae familiae gentium” (diremmo, in linguaggio moderno, “ogni società umana”) si sottomettano al suo soavissimo impero.

Dei testi della Messa, ci limiteremo a ricordare le letture scritturistiche. Nell'epistola, S. Paolo insegna l'assoluta e completa dipendenza di ogni cosa, nessuna esclusa, da Cristo “in omnibus primatum tenens” (Col. 1, 18).
Dal Vangelo, poi, apprendiamo che il regno del Signore dev'essere inteso non solo in senso trascendente (regalità spirituale) ma anche immanente (regalità temporale o sociale). Quando infatti Pilato pone a Gesù la fondamentale domanda: “Ergo rex es tu?” si riferisce senza dubbio al concetto di regalità che egli, come romano e come pagano, possedeva, vale a dire al regno su questo mondo.


3. Regalità spirituale e regalità temporale.

Né deve trarre in inganno il fatto che Gesù risponda che il suo regno non è di questo mondo. Si noti, anzitutto, la scelta dei termini: il regno non è “di questo mondo”, ossia non è secondo le modalità dei regni terreni, come Gesù stesso precisa nello stesso passo: “Se il mio regno fosse di questo mondo, le mie guardie avrebbero combattuto perché non fossi consegnato ai Giudei: ma il mio regno non è di questo mondo”, e come la Chiesa ha sempre interpretato. Ma ciò non significa che non sia un regno su questo mondo. È ancora Gesù che, poco dopo, lo specifica: “Tu lo dici: io sono re. Io per questo sono nato e per questo sono venuto nel mondo: per dare testimonianza alla verità. Chiunque è per la verità, ascolta la mia voce” (Gv. 18, 33-37).
La differenza, quindi, sta nel modo, non nell'oggetto. Gesù dichiara di essere venuto nel mondo per regnare su di esso, non però al modo dei monarchi terreni, che regnano per autorità delegata, direttamente e valendosi (in modo legittimo) della forza, ma al modo del Monarca eterno ed universale, che regna per autorità propria, indirettamente e pacificamente (“Rex pacificus vocabitur”, come ricorda la prima antifona dei Vespri, tratta da Isaia).
“L'origine di questa regalità è celeste e spirituale, anche sei poteri regali sono esercitati nel mondo” (S. Garofalo, Commento al Vangelo di Giovanni, in La Sacra Bibbia tradotta dai testi originali e commentata, Torino, Marietti, 1960, vol. III, p. 273).

Lo scopo della festa, vale a dire la celebrazione della regalità sociale di Cristo, ne illumina anche la collocazione nel calendario. Esistono diversi motivi per cui essa fu assegnata all'ultima domenica di ottobre.
Il primo e più importante è quello delineato dal Papa nell'enciclica: “Ci sembrò poi più d’ogni altra opportuna a questa celebrazione l’ultima domenica del mese di ottobre, nella quale si chiude quasi l’anno liturgico, così infatti avverrà che i misteri della vita di Gesù Cristo, commemorati nel corso dell’anno, terminino e quasi ricevano coronamento da questa solennità di Cristo Re, e prima che si celebri e si esalti la gloria di Colui che trionfa in tutti i Santi e in tutti gli eletti”. In altre parole, la festa di tutti i Santi, che regnano per partecipazione, viene fatta precedere dalla festa di Cristo, che regna per diritto proprio.
La ricorrenza della regalità di Cristo, inoltre, costituisce il coronamento di tutto l'anno liturgico, e pertanto viene posta verso la sua fine.
È lecito domandarsi: perché non proprio alla fine?
Probabilmente - è l'unica spiegazione veramente plausibile - per non confondere la regalità escatologica (di ordine spirituale), che la liturgia tradizionale ricorda nell'ultima domenica dell'anno liturgico mediante la pericope evangelica sulla fine del mondo, con la regalità sociale, che costituiva l'oggetto specifico della nuova festa.
Vi è poi un altra ragione, non esplicitata nell'enciclica, ma ragionevolmente presumibile. Il mese di ottobre era il mese dedicato alle missioni e nella sua penultima domenica si pregava specialmente per la propagazione della Fede tra i pagani. Quale modo migliore, per concluderlo, che ricordare il fine ultimo delle missioni, vale a dire il regno sociale di Cristo su tutti i popoli?
L'intenzione del Pontefice espressa nell'enciclica, l'indole dei testi liturgici, la collocazione originaria della festa: tutti questi elementi consentono di concludere in modo sicuro che la ricorrenza di Cristo Re fu istituita al preciso scopo di ricordare la regalità sociale di nostro Signore e di costituire così un efficace antidoto al laicismo dilagante.
Occorre, a questo punto, vedere che cosa si intenda per “regalita sociale di Cristo”. Cercheremo di farlo senza esorbitare dai limiti di una trattazione che non è e non intende essere specialistica.
Il fondamento dogmatico della regalità di Cristo genericamente intesa è l'unione ipostatica, “per mezzo della quale la natura assunta dagli uomini è unita alla seconda Persona della SS. Trinità: per tale ragione, dunque, Egli non solo è stato costituito Mediatore dal primo momento della sua Incarnazione, ma è anche divenuto, per questo ammirabile avvenimento, Re di tutta la creazione, in ragione della propria divinità” (P. Radó, Enchiridion liturgicum, Romae-Friburgi-Barcinone, 1961, vol. II, p. 1309).
Lo afferma chiaramente il Papa nella citata enciclica: “In questo medesimo anno, con la centenaria ricorrenza del Concilio Niceno, commemorammo la difesa e la definizione del dogma della consustanzialità del Verbo incarnato col Padre, sulla quale si fonda l'impero sovrano del medesimo Cristo su tutti i popoli”.
L'origine della regalità di Cristo in quanto uomo - prosegue Pio XI - è duplice: egli infatti è re non solo per diritto (nativo) di natura, poiché la sua umanità appartiene alla Persona del Verbo divino, ma anche per diritto (acquisito) di conquista, “in forza della Redenzione”, cioè per aver riscattato col suo Sangue il genere umano dal peccato. “Dal che segue che Cristo non solo deve essere adorato come Dio dagli Angeli e dagli uomini, ma anche che a Lui, come Uomo, debbono essi esser soggetti ed obbedire: cioè che per il solo fatto dell'unione ipostatica Cristo ebbe potestà su tutte le creature”.
L'estensione del Regno del Verbo incarnato è universale, come universali sono la creazione e la redenzione donde esso promana. Perciò si estende indiscriminatamente a tutte le cose.

Quanto alla sua natura, poiché il mondo consta di realtà trascendenti e di realtà immanenti, è invalso l'uso di distinguere tra regalità spirituale e regalità temporale. Delle due, è la prima ad avere la preminenza, poiché il temporale è per sua natura ordinato allo spirituale.
Si legge infatti nell'enciclica: “Che poi questo Regno sia principalmente spirituale e attinente alle cose spirituali, ce lo dimostrano i passi della sacra Bibbia sopra riferiti, e ce lo conferma Gesù Cristo stesso col suo modo di agire”. Tuttavia - prosegue il Sommo Pontefice - “sbaglierebbe gravemente chi togliesse a Cristo Uomo il potere su tutte le cose temporali, dato che Egli ha ricevuto dal Padre un diritto assoluto su tutte le cose create, in modo che tutto soggiaccia al suo arbitrio”.
Ora, se la regalità temporale di Cristo, al pari di quella spirituale, si esercita su tutte le cose, essa riguarda non soltanto l'individuo (regalità individuale), ma anche l'insieme degli individui, vale a dire la società (regalità sociale). Ne consegue che le istituzioni sociali hanno nei confronti di Cristo gli stessi doveri dell'individuo singolarmente considerato: devono riconoscerlo, adorarlo e sottomettersi alla sua santa Legge. “Né v'è differenza fra gli individui e il consorzio domestico e civile, poiché gli uomini, uniti in società, non sono meno sotto la potestà di Cristo di quello che lo siano gli uomini singoli”, precisa l'enciclica.
Sarebbe dunque in errore chi pensasse che l'obbligo morale di aderire alla divina Rivelazione riguardi soltanto il singolo, mentre la società, nelle sue istituzioni, potrebbe e dovrebbe limitarsi al solo diritto naturale (o addirittura ai soli cosiddetti "diritti umani"). Di qui l'esortazione, rivolta dal Papa ai capi delle nazioni, “di prestare pubblica testimonianza di riverenza e di obbedienza all'impero di Cristo insieme coi loro popoli”.


4. La "nuova" festa di Cristo Re dell'universo.

Uno dei capisaldi del pensiero moderno è la riduzione della religione alla sola dimensione privata, senza alcuna influenza diretta sulla vita pubblica. Si tratta del "laicismo" (che oggi molti preferiscono chiamare "laicità") di cui parla l'enciclica, già individuato e condannato dai Pontefici precedenti. La festa di Cristo Re - nelle intenzioni di Pio XI - doveva fungere da rimedio a questa pericolosa tendenza e ricordare al popolo cristiano che la regalità di Cristo si estende anche alle realtà temporali. Ci domandiamo: tali concetti emergono con la stessa chiarezza anche nella versione attuale, riformata nel 1969, della festa?
Procederemo, anche in questo caso, con l'analisi dei testi liturgici e della collocazione del calendario.

Nella Liturgia delle Ore, l'inno dei Vespri è lo stesso (Te saeculorum Principem), ma da esso sono state soppresse proprio quelle strofe, citate sopra in questo articolo, che parlano esplicitamente della regalità sociale
(“Te nationum praesides...” e “Submissa regum fulgeant...”).
Nella seconda strofa, inoltre, il riferimento al laicismo
(“Scelesta turba clamitat: / Regnare Christum nolumus” = “La folla empia grida: Non vogliamo che Cristo regni”)
è stato rimpiazzato da una frase generica e indefinita
(“Quem prona adorant agmina / hymnisque laudant cælitum” = “Ti adorano prone le schiere celesti e ti lodano con inni”).

Completamente diverso l'inno dell'Ufficio delle Letture (il vecchio Mattutino), privo anch'esso di qualunque riferimento alla dimensione sociale e temporale del Regno di Cristo. Le letture tratte dall'enciclica Quas primas, che il Breviario antico assegnava al secondo Notturno, sono state rimpiazzate da un brano di Origene, di carattere marcatamente spirituale.

Così pure si cercherebbe invano un'allusione o un accenno alla necessità che Cristo regni sulla società civile nel nuovo inno delle Lodi mattutine.
La nuova orazione ricalca lo schema della vecchia, modificandone però completamente il senso. Non si domanda più che la società umana, disgregata dalla ferita del peccato, si sottometta al soavissimo impero di Cristo, ma che ogni creatura, libera dalla schiavitù del peccato, serva e lodi Dio senza fine. La regalità sociale e temporale dell'antica formula, resa necessaria dalla disgregazione del peccato, lascia il posto alla regalità individuale e spirituale della nuova, nella quale peraltro non vi è alcun accenno esplicito all'impero di Cristo.
Inoltre, sebbene l'originale latino parli ancora di Cristo “universorum Rex”, le versioni moderne hanno tradotto questa espressione con “Re dell'Universo” (cfr. inglese "King of the Universe", francese "Roi de l'Universe", spagnolo "Rey del Universo"), indebolendone ulteriormente la dimensione immanente, concreta, storica del suo Regno.

Le stesse considerazioni valgono a proposito del nuovo titolo della festa (“Cristo Re dell'Universo”) nei libri liturgici in lingua moderna.

La Messa si articola, come di consueto nel nuovo rito, in tre cicli scritturistici.
Il primo (anno A) ha carattere eminentemente escatologico, è incentrata cioè sulla pienezza del regno spirituale di Cristo alla fine dei tempi e non contiene alcun cenno alla regalità sociale.
Il secondo (anno B) prevede il vangelo del formulario tradizionale, ma nella seconda lettura l'epistola di S. Paolo è stata sostituita da un brano dell'Apocalisse che ribadisce la natura spirituale del Regno di Cristo.
Il terzo (anno C) denota una situazione simile ma inversa: l'epistola è quella del formulario antico, mentre il vangelo parla del regno ultraterreno e spirituale che Gesù assicura al buon ladrone. Nel secondo e terzo ciclo scritturistico, quindi, la regalità sociale è presente, ma in misura meno esplicita, e diremmo quasi irriconoscibile, che nel formulario tradizionale.
Del tutto scomparso il testo dell'antico graduale, tratto dal salmo 71, che, alludendo al Messia, affermava:  “Dominabitur a mari usque ad mare, et a flumine usque ad terminos orbis terrarum” (espressioni ebraiche che denotano l'interezza del mondo immanente).
E ancora: “Et adorabunt eum omnes reges terrae, omnes gentes servient ei” (altro chiaro riferimento all'ossequio dei governanti e della società).

Lo spostamento della festa di Cristo Re verso una dimensione essenzialmente spirituale e trascendente è confermato dalla sua nuova posizione nel calendario. Essa non è più posta in riferimento ai Santi che regnano con Cristo e alle missioni che diffondono il suo regno temporale, ma si trova alla fine dell'anno liturgico, nella posizione che la liturgia romana assegna tradizionalmente al ricordo della fine del mondo e del giudizio universale. Il che, se da un lato spiega l'indole del ciclo scritturistico A, dall'altro rafforza l'idea che nella nuova liturgia il Regno di Cristo a cui si allude con la corrispondente festa non è primariamente, come intendeva Pio XI, quello sociale, storico, temporale, che del resto avrà fine con la sua venuta escatologica, ma piuttosto quello trascendente, spirituale, eterno, che troverà il suo perfetto compimento nella Parusia.


5. Conclusione.

Sulla base di tutti questi elementi, è possibile affermare che, nel nuovo rito, la festa di Cristo Re ha subito un sorprendente allontanamento dal significato voluto al momento della sua istituzione. E non ci sembra azzardato ravvisare, in questo, un certo influsso del pensiero moderno, penetrato negli ultimi decenni anche in ambiente ecclesiastico, che se da un lato accetta - come espressione del pluralismo - la regalità di Cristo sui singoli, dall'altro la rifiuta sulle istituzioni sociali.
C'è da auspicare, pertanto, che almeno nel rito antico alla festa di Cristo Re siano mantenuti, non soltanto il suo formulario, ma anche la sua collocazione originaria. Spostarla al termine dell'anno liturgico, infatti, ne accentuerebbe la dimensione escatologica a discapito di quella sociale, e finirebbe in qualche modo per alimentare la credenza, oggi assai diffusa anche nel mondo cattolico, secondo cui la società civile - intesa nel suo complesso e nelle sue istituzioni - avrebbe il diritto e persino il dovere di prescindere dal soavissimo giogo del Regno di Cristo. “Se invece gli uomini privatamente e in pubblico avranno riconosciuto la sovrana potestà di Cristo, necessariamente segnalati benefici di giusta libertà, di tranquilla disciplina e di pacifica concordia pervaderanno l'intero consorzio umano. La regale dignità di nostro Signore come rende in qualche modo sacra l'autorità umana dei principi e dei capi di Stato, così nobilita i doveri dei cittadini e la loro obbedienza” (Pio XI, enciclica Quas primas).

Un Vescovo modernista favorevole alle unioni civili...

 


lettera aperta a Mons. Simone Giusti, Vescovo di Livorno

Eccellenza,

leggo con sconcerto l’articolo comparso sul Tirreno di pochi giorni, a firma di Luciano De Majo, nel quale si rende noto che "il registro delle unioni civili non dispiace affatto a monsignor Paolo Razzauti, vicario della diocesi per la città e parroco della Cattedrale" e che, anzi, questi "lo apprezza come segno di rispetto per ogni persona". Come tutti sappiamo, Eccellenza, si definiscono unioni civili tutte quelle forme di convivenza fra due persone, legate da vincoli affettivi ed economici, che non accedono volontariamente all'istituto giuridico del matrimonio. L’istituto delle unioni civili pare dunque ingiustificato sotto molteplici profili. Sotto un primo profilo, logico-giuridico, le unioni civili appaiono ingiustificate perché si vuole da un lato evitare il matrimonio quale fonte di regolamentazione giuridica e dall’altro si chiede comunque una regolamentazione giuridica dell’unione civile. Si chiede all’ordinamento, in altre parole, di provvedere ad una regolamentazione giuridica (com’è nel matrimonio), ma con uno strumento diverso dal matrimonio. Inoltre, sempre in un’ottica laica, la Costituzione non riconosce forse "i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio" (art. 29 cost)?! Sicuri allora che queste unioni civili siano conformi al dettato costituzionale?! In ogni caso, è bene ripeterlo, chiedere all’ordinamento di provvedere ad una regolamentazione giuridica (com’è nel matrimonio), ma con uno strumento diverso dal matrimonio, pare francamente un capriccio. A meno che… E qui vengo al dunque. E a ciò che ci interessa maggiormente perché chiama in causa la dottrina cattolica. Pare un capriccio perché è come se io chiedessi allo Stato di riconoscere una situazione giuridica analoga alla proprietà, di riconoscermi, in altre parole, le stesse facoltà derivanti dal diritto di proprietà, ma attraverso un altro diritto che non sia più la "proprietà", bensì, ad esempio, il "diritto di cosa mia". E’ evidentemente un capriccio, come dicevo, a meno che non si voglia giungere oltre. E questo è il punto. Non si vuol forse, in questo modo, legittimare le unioni omosessuali, aggirando l’art. 29 della Costituzione che fa riferimento alla famiglia eterosessuale con il termine "naturale"?! Se, come pare ovvio, quel "società naturale" è un riferimento giusnaturalistico alla famiglia eterosessuale, il matrimonio in Italia, proprio per dettato costituzionale, non può che essere fra uomo e donna. Di qui la necessità di pro vvedere ad un altro istituto giuridico (quello delle unioni civili) per legittimare e dare regolamentazione giuridica a forme di convivenza omosessuale che non potrebbero, per quanto fin ora detto, trovare formalizzazione giudica nel matrimonio. Ecco allora che, forse, non è un capriccio, ma una strategia ben precisa di qualcuno a cui mons. Razzauti ha dato credito e sostegno, infangando l’intera Chiesa diocesana livornese e il Vescovo stesso, di cui è vicario diocesano. Forse, dal momento che mons. Razzauti dice che "il matrimonio è un atto fra un uomo e una donna", egli stesso non ha capito a quale drammatico gioco si è prestato con questa sua dichiarazione, visto che, come detto, lo sbocco naturale delle unioni civili è nelle unioni omosessuali. O forse lo ha capito perché dicendo che "il matrimonio è un atto fra un uomo e una donna" non dice che di egual natura debba essere anche l’unione civile, cui si è dichiarato favorevole. Insomma, Eccellenza, un bel pasticcio. Anzi: un vero e proprio dramma dato che, come ha detto anche un parroco, "queste dichiarazioni gravissime ed erronee creano grande confusione nel popolo cristiano". Questo è il dramma, Eccellenza, Lei lo sa benissimo. In conclusione, Eccellenza reverendissima, due cose. La prima: chiarisca al suo vicario (che non ha fatto altro che ripetere in continuazione che "prima di tutto viene il rispetto, ogni persona va rispettata: è la base della nostra convivenza") che, per la dottrina cattolica, c’è sempre rispetto per la persona, ma mai il rispetto per l’errore (che pure lui tenta di legittimare). In secondo luogo, Eccellenza, per il bene della nostra fede, la prego di fare chiarezza e di smentire pubblicamente le affermazioni erronee del suo vicario diocesano. Diversamente, i fedeli si troveranno nella più totale confusione e saranno portati a credere che questa Dioc esi non è più in comunione con la Santa Sede.

Certo che, da successore degli Apostoli quale Sua Eccellenza è, Ella vorrà rendere questo servizio alla verità, per il bene e la salvezza delle anime di tanti fedeli così tanto confusi.

Cordiali saluti.

Francesco Bernardini

GNOSI, MODERNITÀ E MODERNISMO...





d. CURZIO NITOGLIA
30 ottobre 2010
http://www.doncurzionitoglia.com/gnosi_modernita_modernismo.htm
documento disponibile anche in formato Word e PDF al link


La modernità
La modernità filosofica inizia con Cartesio (+ 1650) e giunge sino all’idealismo classico tedesco (Hegel, + 1831). Essa è caratterizzata dal soggettivismo teoretico o primato del soggetto pensante sulla realtà oggettiva extra-mentale (Cogito cartesiano, Io assoluto hegeliano). In religione la modernità è iniziata, circa un secolo prima, con Lutero (+1546) e la sua essenza è il soggettivismo religioso (sola Scriptura e Libero esame), che dà il primato al singolo individuo nei rapporti con Dio, senza la mediazione della Chiesa gerarchica fondata da Cristo, ossia su Pietro e i suoi successori: i Papi.
Padre Giandomenico Mucci scrive: «La modernità è, concettualmente e storicamente, deliberata e programmata costruzione a far emergere l’uomo come unico protagonista della storia»[1]. È questo quel puro antropocentrismo, che è stato uno dei punti nodali della teologia del Concilio Vaticano II (cfr. Gaudium et spes, 12, 22, 24) e del post-Concilio (Paolo VI e Giovanni Paolo II). Romano Amerio ha scritto: «la Modernità sostituisce al Dio personale e trascendente che regola il mondo, il concetto di uomo auto-regolatore. Ossia l’uomo come fine del mondo»[2].

Gnosticismo e Gnosi
Lo Gnosticismo è un insieme risalente al II secolo d. C. di dottrine e sètte religiose anticristiane, di origine giudaico-cabalistica, che si avvalgono di termini greci e simboli egiziani-persiani, Esso tentò di ellenizzare il Cristianesimo rendendolo, dall’interno, una mera filosofia naturale gnostica, ma i Padri ecclesiastici insorsero e lo debellarono. La Gnosi è la conoscenza divinizzante (gnosi) delle eresie anticristiane del II sec. d. C. (gnosticismo), secondo cui l’uomo è un’emanazione di Dio e deve tornare a Lui appunto tramite la gnosi o conoscenza iniziatica ed esoterica, liberandosi dalla materia.

Modernità, gnosi e Vaticano II


Il Concilio Vaticano II, soprattutto nella Costituzione sui rapporti della Chiesa col mondo moderno (Gaudium et spes) e i commenti su di essa fatti da Paolo VI e Giovanni Paolo II, trasuda di filosofia moderna non solo quanto al modo di esprimersi, ma anche quanto alla sostanza. Non è solo l’interpretazione datane da alcuni teologi ultra-progressisti ad essere antropocentrica (lo “spirito del Concilio”), ma è il testo o la “lettera” stessa del Vaticano II che è antropolatrica e panteistica. Vediamo alcuni passaggi più significativi:
Gaudium et spes n° 12: «tutte le cose che esistono su questa terra sono ordinate e finalizzate all’uomo come al loro centro e fine», si potrebbe intendere questa pericope in maniera ortodossa, qualora tutte le cose inanimate, vegetali ed animali fossero ordinate all’uomo e questi a Dio, ma Gaudium et spes n° 24 specifica che «L’uomo su questa terra è la sola creatura che Dio ha voluto per se stessa (propter seipsam)». Questo errore va letto alla luce del pancristismo teilhardiano di Gaudium et spes n° 22: «per il fatto stesso che il Verbo si è incarnato ha unito a Sé ogni uomo».
●Durante “l’omelia nella 9a Sessione del Concilio Vaticano II”, il 7 dicembre del 1965, Papa Montini giunse a proclamare: «la religione del Dio che si è fatto uomo s’è incontrata con la religione (perché tale è) dell’uomo che si fa Dio. Cosa è avvenuto? Uno scontro, una lotta, un anatema? Tale poteva essere; ma non è avvenuto. […]. Una simpatia immensa verso ogni uomo ha pervaso tutto il Concilio. Dategli merito almeno in questo, voi umanisti moderni, che rifiutate le verità, le quali trascendono la natura delle cose terrestri, e riconoscete il nostro nuovo umanesimo: anche noi, più di tutti, abbiamo il culto dell’uomo»[3]. Attenzione! “Tutto il Concilio”, dice Paolo VI, non il solo ‘spirito del Concilio’, non la sola ermeneutica radicale della rottura con la Tradizione cattolica. Ora l’interpretazione ‘autentica’ del Concilio Vaticano II la dà papa Paolo VI e non Tizio, Caio o Sempronio. Inoltre Paolo VI chiama a “dar merito” a “tutto il Concilio” di questa “religione dell’uomo che si fa Dio” con le sole sue forze e senza il dono gratuito della grazia santificante gli “umanisti moderni”, cioè gli atei i quali “rifiutano le verità” di Fede soprannaturale, che trascendono l’umana ragione. Ma se “tutto il Concilio”, e non la sua interpretazione azzardata o il suo ‘spirito’, può e deve piacere agli atei o panteisti, non può piacere ai cristiani, che credono alle verità soprannaturali rivelate da Dio e distinguono la creatura dal Creatore. Come si evince da ciò che ha detto Paolo VI, è il testo stesso del Concilio che è in rottura con la Fede cattolica e come tale non può essere accettato. Il cuore del “problema dell’ora presente” è propriamente la velleità di conciliare l’inconciliabile: teocentrismo e antropocentrismo, Messa romana e ‘Novus Ordo Missae’, Tradizione divino-apostolica e Vaticano II. 

Karol Wojtyla nel 1976 da cardinale, predicando un ritiro spirituale a Paolo VI e ai suoi collaboratori, pubblicato in italiano sotto il titolo Segno di contraddizione. Meditazioni, (Milano, Vita e Pensiero, 1977), inizia la meditazione “Cristo svela pienamente l’uomo all’uomo” (cap. XII, pp. 114-122) con Gaudium et spes n.° 22 e asserisce: «il testo conciliare, applicando a sua volta la categoria del mistero all’uomo, spiega il carattere antropologico o perfino antropocentrico della Rivelazione offerta agli uomini in Cristo. Questa Rivelazione è concentrata sull’uomo […]. Il Figlio di Dio, attraverso la sua Incarnazione, si è unito ad ogni uomo, è diventato - come Uomo - uno di noi. […]. Ecco i punti centrali ai quali si potrebbe ridurre l’insegnamento conciliare sull’uomo e sul suo mistero» (pp. 115-116). In breve questo è il succo concentrato dei testi del Vaticano II: culto dell’uomo, panteismo e antropocentrismo idolatrico. Non lo dico io, ma Karol Wojtyla, alla luce di Paolo VI e del Concilio pastorale da lui ultimato, ossia gli interpreti ‘autentici’ del Vaticano II.
●Papa Giovanni Paolo II afferma nella sua seconda enciclica (del 1980) “Dives in misericordia” n.° 1: «Mentre le varie correnti del pensiero umano nel passato e nel presente sono state e continuano ad essere propense a dividere e persino a contrapporre il teocentrismo con l’antropocentrismo, la Chiesa [conciliare, ndr] […] cerca di congiungerli […] in maniera organica e profonda. E questo è uno dei punti fondamentali, e forse il più importante, del magistero dell’ultimo Concilio». Ancora una volta non è l’interpretazione radicale del Concilio, ma è l’insegnamento stesso conciliare ad essere gravemente erroneo.

L’essenza del Vaticano II è il panteismo gnostico e modernista
Non deve perciò destare stupore se si afferma che l’essenza del Concilio Vaticano II è gnostica, antropocentrica e panteistica. Non sono io ad asserirlo, sono i testi di Gaudium et spes e l’interpretazione datane da Paolo VI e Giovanni Paolo II. Una delle caratteristiche della gnosi è, come ricorda padre Mucci, «la conoscenza [gnosis] immanentisticamente “salvifica” dell’uomo per opera dell’uomo»[4]. Ma, mentre la gnosi antica era esoterica, elitaria, per pochi eletti ed iniziati, quella moderna è diventata un fenomeno di massa. Mentre la gnosi antica era tendenzialmente manichea e voleva liberare l’uomo dalla materia, dal corpo e dal carcere di questa vita e di questo mondo, la nuova vuole portare il paradiso in terra ed assicurare la somma felicità in questo mondo materiale. Il teocentrismo, la trascendenza e la partecipazione dell’ente creato a quello Increato e Creatore è negata o al massimo annacquata in uno spurio connubio di teo e antropo centrismo, di trascendenza e immanenza, le quali sfociano nel panteismo che è la coincidentia oppositorum. Più che di ‘eclissi del sacro’ nel mondo attuale, di deve parlare, perciò, di eclissi del cattolicesimo, poiché molte sono le forme del “sacro” le quali fanno proprie le istanze antropocentriche e immanentistiche del panteismo. Solo il cattolicesimo salva, tramite l’analogia e la partecipazione, la presenza di Dio nel mondo insieme con la Sua trascendenza, distingue il teocentrismo dall’antropocentrismo e fa dell’uomo il re delle creature, ma finalizzato e ordinato a Dio come ogni creatura fosse anche angelica, confuta ogni forma di panteismo (acosmista o pancosmista) poiché contraddittorio e ripugnante anche alla sola ragione umana. “L’epoca della secolarizzazione”, di cui parlava Augusto Del Noce, riguarda solo il cattolicesimo. Tutte le “spiritualità” più stravaganti avanzano e addirittura il “culto della shoah” è obbligatorio sotto pena di “scomunica” e di emarginazione dalla società civile, se non di carcere, mentre il cattolicesimo soffre una grave crisi interna, dottrinale, morale, disciplinare e liturgica. In realtà ciò che oggi viene presentato come cattolicesimo è l’apparenza del cattolicesimo tradizionale, il quale è stato eroso dall’interno dalla quella forma di gnosi che si chiama specificatamente modernismo e che l’ha ridotto ad una semplice filosofia o opinione soggettiva così che ognuno può farsene l’idea che vuole e praticarlo a proprio piacimento, in maniera antropolatrica o auto-redentiva. A differenza delle antiche eresie, che combattevano ed impugnavano alcuni dogmi o verità morali della Chiesa e uscivano da Essa, il modernismo non muove guerra alle verità di Fede ma dall’interno della Chiesa, come il vecchio Gnosticismo del II secolo, «tende a permearle di sé, svuotandole dei loro contenuti propri»[5] per formare una religione naturalistica, universalistica, mondialistica e trasversale a tutte le religioni positive, come fa la massoneria. Augusto Del Noce scriveva: «al fondo del nuovo gnosticismo c’è la negazione del peccato originale [la cui conclusione logica è il culto dell’uomo, quale nuova “Immacolata Concezione”]; posta tale negazione, tutto l’edificio del cristianesimo è destinato a crollare. […]. Tale sistema non può concludere che col divinizzare l’uomo stesso. Si ha così la completa inversione della concezione religiosa del peccato [e della Redenzione]: la creazione dell’idea dell’esistenza di Dio è il peccato da cui l’uomo deve liberarsi»[6].

La teologia del Vaticano II rappresenta l’inversione della vera Religione
Completa inversione della concezione religiosa”: sembra un’affermazione ardita e sproporzionata. Ma, quando si mette l’uomo al posto di Dio e si vuol cancellare il vero Dio personale e trascendente, si è realizzato il “Non serviam” di Lucifero, che per questo da Angelo divenne diavolo, avendo voluto usurpare il trono di Dio (inversione completa ed irreparabile), e che non cessa di tentare l’uomo a fare come lui: “Eritis sicut Dii”. Da Adamo ed Eva sino ad oggi, facendo perdere il ‘Paradiso terrestre’ ai nostri progenitori e gettandoli con i loro discendenti in questa “valle di lacrime” (completa inversione, riparabile solo grazie alla Redenzione divina). Il grave è che gli uomini di Chiesa sino ai suoi vertici hanno fatta propria - durante il Concilio Vaticano II - l’inversione di Lucifero ed hanno messo l’uomo al posto di Dio, portando il disordine dogmatico, morale, disciplinare e liturgico nel seno della Chiesa (sulla quale, però, “le porte dell’inferno non prevarranno”, anche se talora sembrano scuotere la “Barca di Pietro”). Ora dov’è “completa inversione”, non può sussistere “continuità”, ma solo rottura radicale per il principio di identità e non-contraddizione. Infatti, se metto l’uomo al posto di Dio, sfiguro completamente la vera Religione e la teologia naturale, tranne che non si voglia “conciliar l’inconciliabile”. San Paolo, però, ci avverte: “non illudetevi, non ci si prende gioco di Dio”; ci si può prendere gioco degli uomini, ma mai di Dio. Non si può cercare di risolvere l’opposizione irreconciliabile tra la “religione di Dio che s’è fatto uomo” e quella “dell’uomo che si fa Dio” raccontando delle storielle su ciò che il Papa ‘tradizionale in privato’, ma ‘progressista in pubblico’, poiché prigioniero della mafia dei cardinali cattivi, avrebbe raccontato a Tizio, Caio o Sempronio. La triste realtà è l’essenza antropocentrica e panteistica dei testi conciliari, come hanno spiegato Paolo VI e Giovanni Paolo II. Ora tale problema lo si affronta seriamente, come ha fatto mons. Brunero Gherardini nei suoi due ultimi libri (“Concilio Ecumenico Vaticano II. Un discorso da fare”; e “Tradidi quod et accepi. La Tradizione vita e giovinezza della Chiesa”, Frigento, 2009; 2010) e non raccontando storielle. Una tragedia così immane non la si affronta con le “barzellette”. “Il medico pietoso fa la piaga cancrenosa”.
Nel 1940 Pio XII rispondendo a Dino Alfieri, ambasciatore d’Italia presso la S. Sede, stigmatizzava «il pensiero che umanizza il divino e divinizza l’umano» e ne prevedeva la ineluttabile fine: «ognuno di questi errori ha il suo tempo: il suo tempo di accrescimento e il suo tempo di decadenza. Il tempo di crescita, quando il veleno inebriante travolge e infatua gli uomini, e il tempo di crisi, quando gli amari frutti maturano e gli occhi delle persone più assennate li guardano atterrite». Col senno di poi (2010) gli anni Sessanta hanno rappresentato il tempo dell’ottimismo esagerato, gli anni Settanta e Ottanta hanno offerto lo spettacolo dei “frutti del Concilio”; speriamo che ben presto gli uomini, e soprattutto i vescovi, aprano gli occhi e ammettano quali amarissimi frutti abbia portato la svolta antropocentrica della teologia conciliare: l’inversione della religione, senza cercare inutilmente di “conciliar l’inconciliabile” o di raccontar storielle, ma agendo seriamente per rimettere in ordine ciò che è stato invertito.

d. CURZIO NITOGLIA

30 ottobre 2010

A quando il processo di beatificazione del Venerabile Papa Pio XII, l'ultimo Pontefice legato alla Tradizione bimillenaria della Chiesa?...




Da quando Benedetto XVI ha pubblicamente riconosciuto le virtù eroiche di Papa Pio XII, il "Papa della guerra e della pace", si sono sollevate molte polemiche negli ambienti sionisti e massonico - ebraici. Il popolo Cattolico è in fermento, in quanto il suddetto Pontefice ha, di fatto, retto la chiesa in un periodo difficilissimo e lo fece con grande autorevolezza e con la dovuta scaltrezza che deve contraddistinguere i Pontefici che non scendono a compromesso col mondo. Eletto dopo la morte di Papa Pio XI, in un Conclave retto dallo stesso Eugenio Maria Giuseppe Giovanni Pacelli, durato solo 1 giorno e con 2 fumate nere ed una bianca, Pacelli divenne Pio XII e, in piena successione Apostolica, seppe ricoprire con grande ardore e devozione il ruolo di Vicario di Cristo in Terra. Vedere il passaggio di Pio XII, seduto sulla sedia gestatoria, attualmente abolita dallo sfrenato modernismo, in una Piazza San Pietro gremita all'inverosimile, nonostante il pericolo guerra, crea sempre una certa ... 
... emozione nel cuore di tutti i veri Cattolici, amanti della figura del Santo Padre e credenti fermamente nel ruolo che Questi ricopre in terra.
Detto anche il "Pastore Angelico", Pio XII fu il 260° Papa della Santa Romana Chiesa Cattolica ed Apostolica e, in pieno spirito cristiano, seppe reggere il soglio pontificio per quasi venti anni. Un pontificato lungo il Suo, in un periodo storico che fu contraddistinto in primo luogo dalla guerra e, in seguito, dalla pace e dalla ricostruzione.
Il Pacelli, durante il suo pontificato, seppe reagire con virtù eroiche ad ogni situazione gli fu sottoposta e, come seppe tacere al momento opportuno ed operare solo con i fatti, fu anche in grado di smorzare gli entusiasmi tipici del dopoguerra e, non di rado, bacchettare la figura di De Gasperi che, in certe occasioni, cercò di manipolare il popolo Cattolico, purtroppo non mantenendo la retta osservanza della Dottrina che, invece, avrebbe dovuto osservare.

Fu un Papa coraggioso Pio XII, difatti, tra le sue grandi opere si ricorda la scomunica ipso facto a tutti gli aderenti al partito comunista che, all'epoca, era costola spietata dello Stalinismo più becero e violento.
Il Santo Padre, difatti, riconosciuti i circa 30 milioni di morti deceduti sotto il regime bolscevico, seppe reagire con fermezza e buttare discredito ufficiale su un partito che, sia moralmente che economicamente, si rifaceva alla violenza di Stalin ed avrebbe voluto applicarla anche in Italia, azzittendo i dissidenti.
Cosa contestano gli ebrei a Pio XII?
Il fatto che Egli, durante la guerra, preferì adottare una politica di Stato Vaticano meno scenografica e plateale e più dedita alla salvezza delle persone.
E' noto, difatti, che in uno dei suoi discorsi radiofonici, fu lo stesso Pacelli ad ordinare a tutti i conventi ed a tutte le strutture religiose di Roma e dintorni, di aprire le porte ad ebrei  e dissidenti, i quali ebbero a vivere presso le suddette per quasi un anno.
Il risultato fu semplicissimo ed eroico: furono salvati circa 4.500 ebrei e più di 5.000 partigiani, persone che, diversamente, sarebbero state deportate in campi di concentramento.
Ci si domanda, in molti, il perché del silenzio di Pio XII dinanzi all'olocausto.
Le risposte di tutti gli storici sono unanime e giungono a gran voce:
- punto primo, all'epoca non si aveva consapevolezza di cosa fosse la shoa, concetto che nasce di fatto alla fine degli anni sessanta
- punto secondo, Il Papa fu molto intelligente. Accadde, difatti, che i Vescovi Olandesi si ribellarono pubblicamente al regime nazista e, come ritorsione, Hitler fece deportare e condannare a morte 40.000 uomini. Pio XII, preso coscienza della situazione, nelle sue memorie, raccontò esplicitamente che preferì tacere.
Le sue considerazioni furono ovvie ed intelligenti e disse: " se per dei Vescovi che hanno parlato sono morti 40.000 uomini, per la parola del Papa quante centinaia di migliaia di anime dovranno perdere la vita?".
In piena aderenza al Magistero, quindi, Pio XII preferì operare dietro le quinte e, seppur tacendo, preferì salvare di fatto le persone e, tantissime, sono le testimonianze a riprova della sua strategia e generosità. Egli fu il Papa della carità cristiana e, seppur operando in un periodo difficilissimo, dal 39 al 44, non ebbe paura di dare ospitalità e salvezza a più di 10.000 persone.
A questo punto, la massoneria ebraica che, di fatto, è contro la Chiesa di Cristo, non ha piacere che Pio XII sia beatificato, in quanto lo ritiene colpevole del silenzio. Ma di quale silenzio? Vadano a chiederlo ai 4.500 ebrei che lo stesso Papa salvò e, molti dei quali, ancora oggi ne sono grati.
Il museo dell'Olocausto di Gerusalemme, ospita dal 2005 una fotografia di Pio XII, la cui didascalia in calce ne definisce «ambiguo» il comportamento di fronte allo sterminio degli ebrei. Ma quale ambiguità? Dove la vedono questa confusione?


Pio XII fu un eroe, di cui la Chiesa Cattolica può essere orgogliosa e fu uno dei più grandi Papi moderni che la chiesa ricorda.

Noi Cattolici chiediamo a gran voce la beatificazione di questo sant'uomo e chiediamo al Santo Padre Benedetto XVI di operare in pieno spirito di Successione Apostolica, non tenendo in considerazione queste dichiarazioni mendaci e denigratorie di una piccola fazione del popolo ebraico, quella massonica, che non rappresenta assolutamente lo Stato di Israele.
Cosa dovremmo dire noi, dato che gli ebrei furono di fatto i deicidi? Una considerazione sorge spontanea: se non fai quello che dicono gli ebrei, ti trovi nei guai ... Pio XII beato subito.!
Carlo Di Pietro

XXXI DOMENICA DEL T.O. Anno C - DÓMINI NOSTRI IESU CHRISTI REGIS - 31 ottobre 2010


Consacrazione del genere umano al Sacratissimo Cuore di Gesù da recitarsi ogni anno all’ultima domenica di ottobre
O Gesù dolcissimo, o Redentore del genere umano, riguardate a noi umilmente prostrati innanzi al vostro altare.
Noi siamo vostri, e vostri vogliamo essere; e per vivere a voi più strettamente congiunti, ecco che ognuno di noi, oggi spontaneamente si consacra al vostro sacratissimo Cuore.
Molti, purtroppo, non vi conobbero mai; molti, disprezzando i vostri comandamenti, vi ripudiarono. O benignissimo Gesù, abbi misericordia e degli uni e degli altri e tutti quanti attira al vostro Sacratissimo Cuore.
O Signore, siate il Re non solo dei fedeli che non si allontanarono mai da voi, ma anche dì quei figli prodighi che vi abbandonarono; fate che questi, quanto prima, ritornino alla casa paterna, per non morire di miseria e di fame.
Siate il Re di coloro che vivono nell'inganno e dell'errore, o per discordia da voi separati; richiamateli al porto della verità, all'unità della fede, affinché in breve si faccia un solo ovile sotto un solo pastore.
Siate il re finalmente di tutti quelli che sono avvolti nelle superstizioni dell’Idolatria e dell’Islamismo; e non ricusate di trarli tutti al lume e al regno vostro.
Riguardate finalmente con occhio di misericordia i figli di quel popolo che un giorno fu il prediletto; scenda anche sopra di loro, lavacro di redenzione di vita, il sangue già sopra essi invocato,
Largite, o Signore, incolumità e libertà sicura al la vostra Chiesa, largite a tutti i popoli la tranquillità dell'ordine. Fate che da un capo all'altro della terra risuoni quest'unica voce:
Sia lode a quel Cuore divino, da cui venne la nostra salute; a lui si canti gloria e onore nei secoli dei secoli. Amen

 
Nel 18 luglio 1959 Giovanni XXIII fece omettere le seguenti parti:
Siate il re finalmente di tutti quelli che sono avvolti nelle superstizioni dell’Idolatria e dell’Islamismo; e non ricusate di trarli tutti al lume e al regno vostro. Riguardate finalmente con occhio di misericordia i figli di quel popolo che un giorno fu il prediletto; scenda anche sopra di loro, lavacro di redenzione di vita, il sangue già sopra essi invocato.
 
Quindi, coloro che utilizzano il Messale di Giovanni XXIII, dovrebbero recitare la preghiera con le omissioni in chiave ecumenica. Del resto solamente accettando e utilizzando il Messale del 1962 si può sperare di essere ammessi nel mare magnum modernistico.
 
Inoltre, per chi usa saltuariamente il Messale di Giovanni XXIII e abitualmente il libro liturgico di Paolo VI, si troverà nell’assurda situazione di celebrare due volte la festa di Cristo Re: oggi con la liturgia romana, alla fine di novembre con quella riformata.
 
MISSALE ROMANUM
Domenica, 31 Ottobre 2010


VANGELO
Dal Vangelo secondo Luca Lc 19, 1-10
In quel tempo, Gesù entrò nella città di Gèrico e la stava attraversando, quand’ecco un uomo, di nome Zacchèo, capo dei pubblicani e ricco, cercava di vedere chi era Gesù, ma non gli riusciva a causa della folla, perché era piccolo di statura. Allora corse avanti e, per riuscire a vederlo, salì su un sicomòro, perché doveva passare di là.
Quando giunse sul luogo, Gesù alzò lo sguardo e gli disse: «Zacchèo, scendi subito, perché oggi devo fermarmi a casa tua». Scese in fretta e lo accolse pieno di gioia. Vedendo ciò, tutti mormoravano: «È entrato in casa di un peccatore!».
Ma Zacchèo, alzatosi, disse al Signore: «Ecco, Signore, io do la metà di ciò che possiedo ai poveri e, se ho rubato a qualcuno, restituisco quattro volte tanto».
Gesù gli rispose: «Oggi per questa casa è venuta la salvezza, perché anch’egli è figlio di Abramo. Il Figlio dell’uomo infatti è venuto a cercare e a salvare ciò che era perduto».




EVANGÉLIUM
Sequéntia S. Evangélii secundum Ioánnem, 18, 33-37
In illo témpore: Dixit Pilátus ad Iesum: Tu es Rex Iudæórum? Respóndit Iesus: A temetípso hoc dicis, an álii dixérunt tibi de me? Respóndit Pilátus: Numquid ego Iudǽus sum? Gens tua, et pontífices tradidérunt te mihi: quid fecísti? Respóndit Iesus: Regnum meum non est de hoc mundo. Si ex hoc mundo esset regnum meum, minístri mei útique decertárent ut non tráderer Iudǽis: nunc áutem regnum meum non est hinc. Dixit ítaque ei Pilátus: Ergo Rex es tu? Respóndit Iesus: Tu dicis, quia Rex sum ego. Ego in hoc natus sum, et ad hoc veni in mundum, ut testimónium perhíbeam veritáti: omnis qui est ex veritáte, áudit vocem meam.

In quel tempo, Pilato rientrò nel pretorio, fece chiamare Gesù e gli disse: "Tu sei il re dei Giudei?". Gesù rispose: "Dici questo da te oppure altri te l'hanno detto sul mio conto?". Pilato rispose: "Sono io forse Giudeo? La tua gente e i sommi sacerdoti ti hanno consegnato a me; che cosa hai fatto?". Rispose Gesù: "Il mio regno non è di questo mondo; se il mio regno fosse di questo mondo, i miei servitori avrebbero combattuto perché non fossi consegnato ai Giudei; ma il mio regno non è di quaggiù". Allora Pilato gli disse: "Dunque tu sei re?". Rispose Gesù: "Tu lo dici; io sono re. Per questo io sono nato e per questo sono venuto nel mondo: per rendere testimonianza alla verità. Chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce".

Cristo Re dell'universo

El Papa Pio XIQuesta festa fu introdotta da papa Pio XI, con l’enciclica “Quas primas” dell’11 dicembre 1925, a coronamento del Giubileo che si celebrava in quell’anno.
È poco noto e, forse, un po’ dimenticato. Non appena elevato al soglio pontificio, nel 1922, Pio XI condannò in primo luogo esplicitamente il liberalismo “cattolico” nella sua enciclica “Ubi arcano Dei”. Egli comprese, però, che una disapprovazione in un’enciclica non sarebbe valsa a molto, visto che il popolo cristiano non leggeva i messaggi papali. Quel saggio pontefice pensò allora che il miglior modo di istruirlo fosse quello di utilizzare la liturgia. Di qui l’origine della “Quas primas”, nella quale egli dimostrava che la regalità di Cristo implicava (ed implica) necessariamente il dovere per i cattolici di fare quanto in loro potere per tendere verso l’ideale dello Stato cattolico: “Accelerare e affrettare questo ritorno [alla regalità sociale di Cristo] coll’azione e coll’opera loro, sarebbe dovere dei cattolici”. Dichiarava, quindi, di istituire la festa di Cristo Re, spiegando la sua intenzione di opporre così “un rimedio efficacissimo a quella peste, che pervade l'umana società. La peste della età nostra è il così detto laicismo, coi suoi errori e i suoi empi incentivi”.
Tale festività coincide con l’ultima domenica dell’anno liturgico, con ciò indicandosi che Cristo Redentore è Signore della storia e del tempo, a cui tutti gli uomini e le altre creature sono soggetti. Egli è l’Alfa e l’Omega, come canta l’Apocalisse (Ap 21, 6). Gesù stesso, dinanzi a Pilato, ha affermato categoricamente la sua regalità. Alla domanda di Pilato: “Allora tu sei re?”, il Divino Redentore rispose: “Tu lo dici, io sono re” (Gv 18, 37).
Pio XI insegnava che Cristo è veramente Re. Egli solo, infatti, Dio e uomo – scriveva il successore


Pio XII, nell’enciclica “Ad caeli Reginam” dell’11 ottobre 1954 – “in senso pieno, proprio e assoluto, … è re”.
Il suo regno, spiegava ancora Pio XI, “principalmente spirituale e (che) attiene alle cose spirituali”, è contrapposto unicamente a quello di Satana e delle potenze delle tenebre. Il Regno di cui parla Gesù nel Vangelo non è, dunque, di questo mondo, cioè, non ha la sua provenienza nel mondo degli uomini, ma in Dio solo; Cristo ha in mente un regno imposto non con la forza delle armi (non a caso dice a Pilato che se il suo Regno fosse una realtà mondana la sua gente “avrebbe combattuto perché non fosse consegnato ai giudei”), ma tramite la forza della Verità e dell'Amore.
Gli uomini vi entrano, preparandosi con la penitenza, per la fede e per il battesimo, il quale produce un’autentica rigenerazione interiore. Ai suoi sudditi questo Re richiede, prosegue Pio XI, “non solo l’animo distaccato dalle ricchezze e dalle cose terrene, la mitezza dei costumi, la fame e sete di giustizia, ma anche che essi rinneghino se stessi e prendano la loro croce”.
Tale Regno, peraltro, già mistericamente presente, troverà pieno compimento alla fine dei tempi, alla seconda venuta di Cristo, quando, quale Sommo Giudice e Re, verrà a giudicare i vivi ed i morti, separando, come il pastore, “le pecore dai capri” (Mt 25, 31 ss.). Si tratta di una realtà rivelata da Dio e da sempre professata dalla Chiesa e, da ultimo, dal Concilio Vaticano II, il quale insegnava a tal riguardo che “qui sulla terra il Regno è già presente, in mistero; ma con la venuta del Signore, giungerà a perfezione” (costituzione “Gaudium et spes”).
Con la sua seconda venuta, Cristo ricapitolerà tutte le cose, facendo “cieli nuovi e terra nuova” (Ap 21, 1), tergendo e consolando ogni lacrima di dolore e bandendo per sempre il peccato, la morte ed ogni ingiustizia dalla faccia della terra. Sempre il Concilio scriveva che “in questo regno anche la stessa creazione sarà liberata dalla schiavitù della corruzione per partecipare alla gloriosa libertà dei figli di Dio” (costituzione dogmatica “Lumen Gentium”).
Per questo i cristiani di ogni tempo invocano, già con la preghiera del Padre nostro, la venuta del Suo Regno (“Venga il tuo Regno”) ed, in modo particolare durante l’Avvento, cantano nella liturgia “Maranà tha”, cioè “Vieni Signore”, per esprimere così l’attesa impaziente della parusia (cfr. 1 Cor 16, 22).
Aggiunge ancora Pio XI che nondimeno sbaglierebbe colui il quale negasse al Cristo-uomo il potere su tutte le cose temporali, “dato che Egli ha ricevuto dal Padre un diritto assoluto su tutte le cose create”. Tuttavia – precisa – Cristo, quando era sulla terra, si astenne dall’esercitare completamente questo suo dominio, permettendo – come anche oggi – che “i possessori debitamente se ne servano”.
Questo potere abbraccia tutti gli uomini. Ciò lo aveva anche chiaramente espresso Leone XIII, nell’enciclica “Annum sacrum” del 25 maggio 1899, con cui preparava la consacrazione dell’umanità al Sacratissimo Cuore di Gesù nell’anno santo del 1900. Papa Pecci aveva scritto in effetti che “il dominio di Cristo non si estende soltanto sui popoli cattolici, o a coloro che, rigenerati nel fonte battesimale, appartengono, a rigore di diritto, alla Chiesa, sebbene le errate opinioni li allontanino da essa o il dissenso li divida dalla carità; ma abbraccia anche quanti sono privi di fede cristiana, di modo che tutto il genere umano è sotto la potestà di Gesù Cristo”.
L’uomo, misconoscendo la regalità di Cristo nella storia e rifiutando di sottomettersi a questo suo giogo che è “dolce” ed a questo carico “leggero”, non potrà trovare alcuna salvezza né troverà autentica pace, rimanendo vittima delle sue passioni, inimicizie ed inquietudini. È Cristo soltanto la “fonte della salute privata e pubblica”, diceva Pio XI. “Né in alcun altro vi salvezza, né sotto il cielo altro nome è stato dato agli uomini, mediante il quale dobbiamo essere salvati” (At 4, 12).
Lontano da Lui l’uomo ha dinanzi chimere e sistemi ideologici totalizzanti e fuorvianti; non cercando il suo Regno e la sua Giustizia, il genere umano ha di fronte a sé i vari “-ismi” della storia che, diabolicamente, in nome di un falso progresso sociale, economico e culturale, degradano ogni uomo, negandone la dignità.
Ed il XX secolo non ha mancato di fornirne dei tragici esempi con i vari regimi autoritari, comunisti e nazista (che la Chiesa ha condannato vigorosamente), riproponendo, per l’ennesima volta, il duro scontro tra Regno di Cristo e regno di Satana, che durerà sino alla fine dei tempi.
Basti qui far riferimento, a titolo esemplificativo, giusto al solo travagliato periodo del pontificato di papa Ratti per averne una pallida idea.
Con l’enciclica “Mit brennender Sorge”, del 14 marzo 1937 – tra i cui estensori vi era pure il cardinale segretario di Stato e futuro papa Pio XII, Eugenio Pacelli – il Pontefice romano disapprovava il provocante neopaganesimo imperante in Germania (il nazismo), il quale rinnegava la Sapienza Divina e la sua Provvidenza, che “con forza e dolcezza domina da un'estremità all’altra del mondo” (Sap. 8, 1), e tutto dirige a buon fine; deplorava anche certi banditori moderni che perseguono il falso mito della razza e del sangue; biasimava, infine, le liturgie del Terzo Reich tedesco, veri riti paganeggianti, qualificate come “false monete”.
In Messico, “totalmente infeudato dalla massoneria”, dove gli Stati Uniti avevano favorito – in nome dei loro interessi economici – la nascita di uno Stato dichiaratamente anticlericale ed anticristiano, furono promulgate pesanti leggi restrittive della libertà della Chiesa cattolica, stabilendo l’espulsione dei sacerdoti non sposati, la distruzione delle chiese e la soppressione persino della parola “adios”. Il fanatico anticlericale governatore dello Stato messicano di Tabasco, Tomás Garrido Canabal, autore di queste misure repressive, nella sua fattoria, “La Florida”, giunse a chiamare, in segno di dispregio, un toro “Dio”, ad un asino diede nome “Cristo”, una mucca “Vergine di Guadalupe”, un bue ed un maiale “Papa”. Suo figlio lo chiamò “Lenin” e sua figlia “Zoila Libertad”. Un nipote fu chiamato “Luzbel” [Lucifer], un altro figlio “Satan”.
Si costituì allora un esercito di popolo, i “cristeros”, i quali combattevano al grido di “Viva Cristo Re! Viva la Vergine di Guadalupe! Viva il Messico!”. Con le stesse parole sulle labbra versavano il loro sangue in quella terra anche numerose schiere di martiri, mentre i loro carnefici esclamavano, riempiendo ceste di vimini con le teste mozzate dei cattolici, “Viva Satana nostro padre”. Si trattò di un vero “olocausto” passato sotto silenzio ed ignorato. Alcuni dei valorosi martiri cristiani messicani, sotto il pontificato di Giovanni Paolo II, hanno raggiunto la gloria degli altari, come il gesuita Miguel Agustin Pro, fucilato senza processo. Le sue ultime parole furono giusto “Viva Cristo Re!”.
Questa grave situazione di persecuzione religiosa fu riprovata da Pio XI con le encicliche “Nos Es Muy Conocida” del 28 Marzo 1937 ed “Iniquis Afflictisque” del 18 novembre 1926.
Una netta opposizione fu, infine, manifestata nei confronti della Russia sovietica, contro il comunismo ateo, condannato dall'enciclica “Divini Redemptoris” del 19 marzo 1937, e nei riguardi della Spagna repubblicana, dichiaratamente antireligiosa.
Qui, il governo repubblicano socialista di Manuel Azaña Y Díaz proclamò che “da oggi la Spagna non è più cristiana”, mirando a “laicizzare” lo Stato. La nuova costituzione vanificava ogni potere della Chiesa, la religione cattolica era ridotta al rango d’associazione, senza sostegno finanziario da parte statale, senza scuole, esposta agli espropri; con il decreto 24 gennaio 1932 era dichiarata l’estinzione della compagnia di Gesù e se ne confiscavano i beni; era introdotto, nel 1932, il divorzio e il matrimonio civile ed abolito il reato di bestemmia; circa seimila religiosi furono massacrati. Pio XI reagì duramente con l’enciclica “Dilectissima Nobis” del 3 giugno 1933.
Questi esempi dimostrano lo scontro plurisecolare, sin dalla fondazione del Cristianesimo, tra il Regno di Cristo e quello di Satana, e come, anche in epoca contemporanea, la regalità di Cristo sia contestata, preferendo ad essa degli “idoli” politici, economici, sociali e pseudo-religiosi.

sabato 30 ottobre 2010

Chi ha ucciso Gesù Cristo?...3° parte...

Chi ha ucciso Gesù Cristo?...1° parte...

Chi ha ucciso Gesù Cristo?...2° parte...

-------------------------------------------------------------------------------------------------------------
L’UCCISORE DI CRISTO NEGLI ATTI DEGLI APOSTOLI


Gli Atti degli Apostoli sono il libro ispirato in cui più esplicitamente e pubblicamente viene presentata la morte violenta di Cristo come il più iniquo ed orrendo delitto dei capi e del popolo ebraico. Basta scorrerne alcuni capitoli, dove la tragica vicenda del Calvario viene ricordata con la più chiara espressione da parte specialmente degli Apostoli Pietro e Paolo e dal primo martire, Santo Stefano. Prima però di iniziarne la rassegna, notiamo che tutte le volte che si parla della morte di Cristo, viene anche ricordato come Egli trionfò della medesima nella Sua Risurrezione gloriosa, vincendo la morte stessa e tutte le insidie dei Suoi nemici. Ecco pertanto, come parla San Pietro, nel giorno della Pentecoste: «Uomini d’Israele, ascoltate queste parole. Gesù di Nazaret, uomo accreditato da Dio presso di voi con opere, prodigi e potenti segni che Dio fece tra voi per suo mezzo, come voi stessi sapete, voi lo avete trafitto per mano d’empi, e ucciso, dopo che per determinata volontà e prescienza di Dio fu tradito; Dio l’ha risuscitato, avendo infranto i legami della morte, siccome era impossibile che ne fosse ritenuto» (At 2, 22-24). Ed ancora: «Sappia dunque indubitatamente tutta la famiglia d’Israele che Dio ha costituito Signore e Cristo questo stesso Gesù che voi avete crocifisso» (At 2, 36). La stessa cosa ripete il primo Apostolo e primo Papa, dopo la guarigione dello storpio alla porta del tempio di Gerusalemme:« Israeliti, perché vi meravigliate voi di questo, e perché tenete gli occhi su noi, come se per potenza e bontà nostra avessimo fatto sì che costui cammini? Il Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe, il Dio dei Padri nostri ha glorificato il suo Figlio Gesù che voi avete tradito e rinnegato davanti a Pilato, benché lui fosse risoluto di liberarlo. Ma voi rinnegaste il Santo e il Giusto e chiedeste che vi fosse graziato un assassino; e uccideste l’Autore della vita che Dio resuscitò da morte, cosa di cui noi siamo testimoni» (At 2, 12-15). «Allora Pietro, ripieno di Spirito Santo, disse loro: «Capi del popolo e anziani, ascoltate: giacché oggi siamo interrogati sul beneficio fatto ad un uomo ammalato, per sapere in qual modo questo sia stato risanato, sia noto a tutti voi e a tutto il popolo d’Israele come in nome del Signor Nostro Gesù Cristo Nazareno che voi crocifiggeste e Dio risuscitò dai morti, in virtù di questo nome costui sta sano innanzi a voi. Questa è la pietra rigettata dai voi costruttori, la quale è divenuta testata d’angolo» (At 4, 8-11). Pietro e gli Apostoli presero a rispondere: «Bisogna ubbidire piuttosto a Dio, che agli uomini. Il Dio dei padri nostri ha risuscitato Gesù che voi uccideste appendendolo ad un patibolo» (At 5, 29-30). Ed ora è la volta di Santo Stefano, il quale rimprovera ai giudei l’uccisione di Cristo, come degli antichi Profeti che lo avevano annunciato. Ecco come egli parla ai suoi lapidatori: «Voi pure siete come i vostri padri. Quale dei Profeti i vostri padri non perseguitarono? Uccisero persino coloro che predicavano la venuta del Giusto, di cui voi siete stati adesso i traditori e gli assassini» (At 7, 51-52). Dopo, il Protomartire, torna a parlarci dell’uccisione di Cristo da parte degli ebrei ancora il primo Apostolo e primo Papa: «Voi sapete – egli dice ai giudei – quello che è avvenuto per tutta la Giudea, cominciando dalla Galilea, dopo il Battesimo predicato da Giovanni, come Dio unse di Spirito Santo e di potenza Gesù di Nazaret. Egli andò ovunque, facendo del bene e sanando tutti gli oppressi dal diavolo, perché Dio era con lui. E noi siamo testimoni di tutte le cose che egli fece nel paese dei giudei e in Gerusalemme; ma l’uccisero, avendolo appeso ad una croce. Dio però lo risuscitò il terzo giorno» (At 10, 27-41). A tutte queste testimonianze ultra-convincenti, noi aggiungiamo soltanto quella dell’Apostolo Paolo: «Giacché voi, fratelli, siete stati imitatori delle Chiese di Dio, che sono per la Giudea in Cristo Gesù; perché le medesime cose avete sofferte anche voi dai vostri connazionali come anche quelli dai giudei, i quali ed uccisero il Signore Gesù e i Profeti, e ci hanno perseguitato, e non piacciono a Dio, e sono avversi a tutti gli uomini; i quali proibiscono a noi il parlare alle genti perché si salvino, per andare sempre colmando la misura dei loro peccati; poiché è venuta sopra di essi l’ira di Dio sino alla fine» (1 Ts 2, 14-16). Chi uccise dunque Cristo? La parola di San Pietro di San Paolo e di Santo Stefano, è unanime, e credo debba essere sufficiente a convincere chiunque voglia o abbia pensato il contrario: Cristo fu tradito, ucciso crocifisso dai capi e dal popolo ebraico. La testimonianza qui riportata degli Atti degli Apostoli s’impone, com’è evidente, più di qualunque altra. Essa è veramente decisiva, assoluta e irrefragabile intorno all’uccisione di Cristo da parte dei giudei. Non è soltanto una testimonianza ispirata; porta con sé la certezza storica 29, e perciò esige l’assenso di tutti: credenti e non credenti, cristiani ed ebrei, purché non si dimentichino né le persone qualificate, né le diverse circostanze in cui venne affermata. è resa, infatti, da testi di primo piano che proclamano, con ogni sicurezza, sulla piazza e nel tempio di Gerusalemme, e alla presenza di varie migliaia di persone ed innanzi agli stessi capi della nazione il delitto enorme del deicidio. Eppure, nessuno degli uditori reagisce, nessuno nega il fatto così atroce, dell’uccisione del Messia, della crocifissione di Gesù che Pietro chiama senza timore «Autore della vita»! (At 3, 15). Anzi, al sentire Pietro, che accusa tutta la casa di Israele di aver crocifisso Gesù, gli ascoltatori non si rivoltano contro di lui; ma, convinti del loro enorme peccato, sono «compunti» e chiedono allo stesso Pietro e agli altri Apostoli: «Fratelli che dobbiamo fare? E Pietro a loro: «Pentitevi e ciascuno di voi si faccia battezzare nel nome di Gesù Cristo a remissione dei vostri peccati. E [...] salvatevi di mezzo a questa generazione perversa». E in quel giorno il numero dei fedeli aumentò di circa tremila persone» (At 2, passim.). In questi ed altri fatti consimili due cose appaiono, quindi, ben certe: 1) Pietro parla innanzi alla folla del popolo, e l’accusa di avere ucciso l’Autore della vita (cioè Gesù Uomo-Dio); 2) la folla e i capi non negano il fatto, ma chiedono che cosa debbono fare per sfuggire alla vendetta divina. Questo comportamento da parte del popolo e delle guide spirituali del medesimo, conferma con ogni evidenza ciò che Pietro va affermando intorno alla responsabilità dei giudei nella crocifissione e morte di Cristo. Ciò è chiaro e non ci vuole molto per capirlo. Eppure oggi vi è chi si chiede: «Perché il popolo giudaico viene chiamato «popolo deicida»? (cfr. in Palestra del Clero, art. cit., pag. 975; P. Mariano, op. cit.). La risposta a questa insistente domanda degli ebrei e non ebrei dei nostri tempi è ovvia: se lo chiamò così San Pietro, primo Apostolo e primo Papa, senza che il popolo e i loro capi negassero la sua affermazione, quando vedendo la gran folla parlò e, tra l`altro, disse: «Uomini israeliti [...] il Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe, il Dio dei nostri Padri ha glorificato il servo suo Gesù, che voi metteste in mano di Pilato e rinnegaste in faccia a lui, mentr’egli aveva deciso di liberarlo. Sì, voi rinnegaste il Santo e il Giusto, e chiedeste vi fosse graziato un omicida. Voi uccideste l’Autore della vita» (e uccidere l’Autore della vita è lo stesso, qui, che uccidere Gesù Uomo-Dio; N.d.R.), perché meravigliarsi che questa stessa affermazione sia stata ripetuta attraverso la Storia? (At 3, 12-15) Si potrà forse discutere se sia opportuno o meno rinfacciare in questa o in quella circostanza al popolo ebraico l’enorme delitto del deicidio, ma in nessun modo e da nessuno si potrà affermare e molto meno scrivere che tale delitto non fu mai commesso dal popolo ebraico. La carità può suggerire, qualche volta, di tacere, ma la verità comanda a tutti di non essere tradita ogni qualvolta è necessario parlare o scrivere di questo, come di qualunque altro argomento.
IL NUOVO POPOLO ELETTO

Gli oppositori della nostra tesi continuano a ripetere che, nonostante l’uccisione di Cristo, il popolo ebraico non è stato rigettato da Dio, e che la stessa distruzione di Gerusalemme e del Tempio non fu una punizione da parte di Dio per l’orrendo deicidio del Suo Figlio, inviato alla casa di Israele per salvarla, ma soltanto una previsione da parte di Gesù, come è stato detto. Noi già abbiamo dimostrato il contrario, specialmente nei due capitoli intitolati «Valore e conseguenza della frase «Il suo sangue sia sopra di noi e dei nostri figli» e «Il popolo ebraico riprovato da Dio», riferendo ed annotando ciò che è detto nel Vangelo, e quello che esegeti antichi e moderni hanno scritto intorno alla medesima frase. Quindi, ci pare che sarebbe inutile insistere ancora sullo stesso argomento. Piuttosto, ci sembra più utile cercare di conoscere come mai sia potuto avvenire che il popolo ebraico abbia rifiutato Cristo, e, a sua volta, esso sia stato rifiutato da Dio come popolo o razza eletta. A questa domanda ecco come risponde Mons. E. Le Camus: «Israele sognava un Messia terreno; voleva una rivoluzione politica e non una trasformazione religiosa. Nulla importavagli di quanto si riferiva solamente all’anima. Avendo collocato il suo ideale messianico nell’apparizione di un Re conquistatore, che dovesse regnare sull’universo, era incapace di riconoscerlo come fondatore pacifico di una religione novella; tanto più che questa religione, come la verità, era universale, e non esclusiva per il popolo ebraico, il quale nel suo egoismo, aspettava un salvatore unicamente per sé. Un Messia più umanitario che nazionale, che apportasse al popolo beni di un ordine puramente invisibile e completamente spirituale, non poteva essere il Messia; tale era il ragionamento che si faceva a Gerusalemme. Di fronte a simili pregiudizi, le opere, le parole, l’onnipotenza e la santità di Gesù erano nulla e non dimostravano nulla. Per tal modo si correva fatalmente alla conclusione segnalata più sopra: Israele per aver rigettato Cristo, veniva rigettato a sua volta; per averlo ucciso, si preparava ad essere a sua volta sterminato». Ed ancora: «Niente, infatti, mancò al delitto di costoro per essere inescusabile; né da parte dei colpevoli la malizia, né da parte di Dio la bontà paziente e benigna. Per mettercene sotto gli occhi la prova, San Giovanni riassume le dichiarazioni formali che Gesù era venuto loro facendo. Esse erano complete e per chiarezza e per autorità. Gesù aveva dichiarato a voce abbastanza alta per farsi capire: «Chi crede in me, crede veramente non in me, ma in Colui che mi ha mandato, e chi mi guarda, guarda Colui che mi ha inviato» 30. «Poiché, come abbiamo osservato più volte, Gesù aveva provato con i miracoli di essere la Sua causa quella di Dio, e Lui non essere che una cosa col Padre. Fuori di Lui, Dottore inviato dal cielo agli uomini, non vi erano che tenebre. Uno sguardo solo gettato sul mondo bastava a dimostrarlo… Guai quindi a chi si è ostinato a non riconoscere il divin Maestro e a chiudere gli occhi davanti alla Sua gloriosa manifestazione. Gli increduli hanno appreso dalla Sua stessa bocca la sorte che li attende: «Se qualcuno ascolta le mie parole e non le osserva – ha detto – non io lo giudicherò, poiché io non sono venuto a giudicare il mondo, ma a salvarlo. Chi respinge me e non accoglie i miei discepoli ha già il suo giudice: la parola che io annuncio sarà quella che giudicherà nell’ultimo giorno…». Ad onta di tutto ciò, Israele restò insensibile, ostinato e contrario. Invano, secondo la profezia di Isaia, invocata da San Paolo, Dio gli ha steso in ogni ora le braccia durante il tempo del ministero del Figlio. Non ne provocò che l’incredulità e l’opposizione. Stanco di incalzarlo, la grazia l’abbandonò finalmente a suoi istinti pervertiti, e noi lo vedremo commettere a sangue freddo l’eccesso dell’ingratitudine, il delitto più odioso, il sacrilegio più esecrabile che mai abbia macchiato la memoria di un popolo. Per tal maniera, il castigo divino, per quanto terribile, resterà ancora al di sotto della colpa» 31. Dunque, nessun dubbio che il popolo ebraico sia stato ormai rigettato, come popolo, da Dio, avendo essi prima rigettato l’Inviato del medesimo Dio. Un altro popolo, quindi, è nato, e si è messo al suo posto: il popolo degli eletti o, meglio, dei figli di Dio. I quali, come scrive San Giovanni, sono divenuti tali non a motivo del «sangue, né da volontà di carne, né da volontà d’uomo», ma perché hanno accolto e creduto nel Figlio di Dio, e perciò essi stessi «sono nati da Dio» (Gv 1, 12-13). E quindi sì è formato il nuovo popolo eletto, popolo di acquisto e di conquista da parte di Cristo, al quale potranno appartenere tutti, giudei e gentili, purché lo accolgano ed ascoltino la Sua parola, entrando a far parte del Suo ovile, di cui Egli è il Pastore eterno, e sopra del quale pose quale Maestro e Moderatore supremo e Pastore visibile che conduca gli agnelli e le pecore ai pascoli della vita, Pietro e i suoi successori. Questo è il nuovo popolo eletto, di cui possono esser partecipi tutti gli uomini a qualunque razza appartengano e di qualunque colore sia la loro pelle, giacché ormai, come scrive San Paolo, «non vi è distinzione di giudeo e greco. è lo stesso il Signore di tutti, ricco per tutti quelli che lo invocano. Poiché chiunque invocherà il nome del Signore sarà salvo» (Rm 10, 12,13). Continua, pertanto l’Apostolo: «Siete tutti figli di Dio per la fede in Cristo Gesù; quanti siete stati battezzati in Cristo, vi siete rivestiti di Cristo. Non vi è più giudeo, né greco, non vi è schiavo, né libero, non maschio o femmina; ma tutti voi siete uno solo in Cristo Gesù. E se voi siete di Cristo, siete seme di Abramo, eredi secondo la promessa» (Gal 3, 26-29). Non la razza o il sangue di Abramo, dunque, forma ormai il popolo eletto, bensì l’appartenenza a Cristo per mezzo del Battesimo, e il Suo Spirito rende veri figli di Abramo ed eredi, «secondo la promessa». Questa è la logica paolina da cui non è lecito sfuggire. In breve: «Con la caduta della città santa e del suo Tempio, l’ebraismo terminava la sua missione di unica vera religione rivelata da Dio, e cedeva il passo alla nuova religione, il cristianesimo» 32. Nota pertanto il citato Mons. Le Camus: «Del resto, tutto Israele non rigettò il Messia, e l’Evangelista si compiace di riconoscere che, anche tra i capi del popolo, parecchi credettero in Lui [...]. Dopo la Pentecoste, infatti, arditi e coraggiosi come tanti leoni, questi uomini pusillanimi ed esitanti, ma che avevano internamente riconosciuto la missione divina di Gesù, si levarono, e strappando, per così dire, dalle mani dei carnefici la croce fumante ancora di sangue, percorsero tutto l’universo ripetendo la parola del centurione: «Sì, questo crocifisso era veramente il Figlio di Dio». Il gruppo che formarono e che divenne la Chiesa, fu il vero Israele delle divine promesse; gli altri, come se l’erano ben meritato, rimasero l’Israele della riprovazione» 33. Intorno a questa questione della riprovazione d’Israele e del nuovo popolo eletto, merita di essere letto lo studio di D. Iudant intitolato Les deux Israël, da noi riportato nella Bibliografia. Sono pregevolissimi specialmente il cap. III («Israël et Jesus»); il VI («L’église a hérité des privilèges d’Israël»); il VII («Israël a perdu ses privilèges»), e l’VIII («La trasformation de l’Alliance»; pag. 33 e ss.; 111 e ss.; 151 e ss.).

SAN LORENZO DA BRINDISI E LA RESPONSABILITA’ EBRAICA NELLA MORTE DI CRISTO


S. Lorenzo da Brindisi

San Lorenzo da Brindisi (1559-1619), in più punti dell’Opera omnia torna a parlare della morte di Cristo e dei giudei, in quanto ne furono i principali attori 34. Noi, però, ci serviremo soltanto di quello che egli asserisce nel V volume (parte I-II e III della medesima opera). In questo volume, egli afferma chiaramente che gli ebrei, pure ammirando la dottrina di Cristo (II, 356-357), si perdettero a causa della loro ambizione ed avarizia (I, 341; II, 61). Accecati, pertanto, per giusta punizione di Dio, non credettero in Cristo (I, 71; II, 240, 359, 390), nonostante i tanti miracoli visti. Disprezzarono, anzi, lo stesso Cristo (III, 140), e l’odiarono (I, 492, 515), e vollero perfino ucciderlo (II, 43). A causa della loro durezza di cuore, derisero e calunniarono i Suoi miracoli (I, 335; II, 136, 364, 390). Sicché giunsero all’incredibile e inaudita follia di chiedere la liberazione di Barabba e la morte di Cristo (III, 302). Giustamente, quindi, furono condannati da Dio (II, 53); e, in pena della loro empietà, perirono nell’eccidio di Gerusalemme (I, 55), avvenuto quarant’anni dopo la morte di Cristo (III, 359). Anzi, per punizione dello stesso delitto, furono condotti in schiavitù perpetua (II, 392; III, 292), peggiore assai della schiavitù babilonese, come quella babilonese fu peggiore di quella d’Egitto (1, 337). Gli ebrei odiarono Cristo perché Egli denunciò e condannò i loro vizi (III, 1). Essi erano ambiziosi ed avari (III, 168, 180). Cercarono di lapidare Cristo (III, 7, 272). Erano pieni di spirito diabolico (III, 32, 70, 122). Avevano una volontà depravata (III, 180). Ignorando la Sua divinità (III, 14), non Gli credettero e l’uccisero (III, 37, 104, 123, 176, 267), per suggestione dei demoni (II, 332), temendo l’avvento del Suo regno (II, 361). Ma poiché Cristo non solo disse di essere Dio e vero Figlio di Dio, ma confermò, con l’evidenza delle Sue opere prodigiose, la Sua affermazione (III, 104), l’ignoranza, da parte dei giudei, della Sua divinità, non fu di pura negazione, bensì di prava affezione, e cioè ebbe origine dalla loro volontà depravata e perversa (I, 342). La quale ignoranza di prava affezione, afferma il Santo Dottore, mentre è «causa di tutti i mali», fu anche causa di rovina per i giudei e li trattiene tuttora fuori della Chiesa, nella quale soltanto si può sperare salvezza. In altre parole: l’ignoranza degli ebrei nel chiedere ed imporre a Pilato la morte di Cristo, fu pienamente colpevole. «Molti, infatti – dice San Lorenzo – soltanto per il depravato affetto della mente o volontà, non vogliono intendere la verità. Così, lo scostumato non vuole capire il decoro della castità, l’ambizioso non vuol capire la gloria dell’umiltà. Perciò Cristo disse ai giudei: «Come voi potete credere, se vi date gloria a vicenda e non cercate la gloria che viene da Dio»? (Gv 5, 44) «Dunque – conclude il Santo Dottore – avendo depravato l’intelletto dall’avarizia e dall’ambizione, non conobbero Cristo, e quindi, giustamente, furono puniti. Questo è ciò che disse Isaia: «Israele non mi conobbe [...], il mio popolo non ha avuto intelligenza. Oh gente peccatrice…». Così il Profeta predice la misera schiavitù in cui oggi si trova l’infelice Sinagoga: «Perciò, il mio popolo è condotto in schiavitù, per la sua sconsideratezza» (Is 5, 13); poiché non conobbe Cristo. Quindi, Cristo medesimo, predicendo l’eccidio di Gerusalemme, dice: «Poiché non hai riconosciuto il momento nel quale sei stata visitata. Oh se conoscessi anche tu, proprio in questo giorno, quel che giova alla tua pace»! (Lc 13, 44) (I, 341, 342). Ma poiché, come si è detto, questa ignoranza, non fu di pura negazione, ma di perversa affezione, nessuna scusa può addursi per attenuare la colpa ebraica nella morte di Cristo. L’uccisero temendo il Suo regno, e così perdettero il proprio regno (III 170, 176 178). Ciononostante, «anche ora si mostrano perfidi ed increduli» (III, 62). Per tutte queste ragioni, ed altre che qui omettiamo, dice il Santo Dottore, la misera ed infelice Sinagoga fu condannata e riprovata da Dio, e, al suo posto, fu eletta un’altra gente che forma la Chiesa in cui entrerà il popolo delle nazioni gentili (I, 338). «La legge di Mosè fu data soltanto al popolo ebraico, il quale era il popolo eletto di Dio, e per questo Dio lo aveva separato la tutte le altre nazioni. Ma allorché Gesù Cristo commosse tutta la città, diede la legge a tutti i popoli: «Predicate il Vangelo ad ogni creatura», cioè ad ogni uomo; poiché Egli disse: «La mia casa è casa di orazione per tutte le nazioni» (I, 313, 314). Dunque, il popolo ebraico, una volta fu il popolo eletto, ma ora non è più tale, poiché al suo posto sono state chiamate tutte le nazioni, alle quali è stato inviato, il messaggio evangelico per mezzo degli Apostoli e di coloro che ai medesimi succedono nei secoli, e ne continuano la missione. Nel quale popolo nuovo, eletto per la fede che riceve in Cristo, può inserirsi qualunque individuo, anche del popolo ebraico, purché accetti lo stesso messaggio e riconosca che Cristo è il vero Messia, e che soltanto in Lui si può avere salute e salvezza, come disse già San Pietro dinanzi al popolo ebraico che lo ascoltava a Gerusalemme (At 4, 12).
SAN PAOLO E IL RITORNO D’ISRAELE


Nonostante il delitto del deicidio commesso dai capi e dal popolo d’Israele, Dio è sempre pronto, nella Sua infinita bontà, a perdonare a chiunque torni a Lui, come perdonò a San Paolo e a molti altri giudei attraverso i secoli. Tuttavia, trattandosi del popolo intero, di tutta la massa e razza ebraica, dobbiamo ritenere, con San Paolo, che soltanto alla fine dei secoli, e cioè dopo l’entrata nel regno di Dio della totalità – moralmente intesa – dei gentili, il popolo ebraico, di fatto, tornerà a Dio e al suo Messia, acclamandolo, come Gesù stesso disse, con le parole enfatiche con cui già un giorno l’aveva acclamato, dicendo: «Benedetto colui che viene nel nome del Signore». San Paolo, infatti, nei capitoli, IX, X, XI della sua Lettera ai Romani, mentre è dolente che i giudei non giungono alla salvezza, insegna: 1) La salvezza non dipende dalla discendenza, ma è un dono di Dio, «perché non tutti quelli i che vengono da Israele sono israeliti; né i nati dalla stirpe di Abramo, sono tutti figli». 2) Dio non è ingiusto a salvare chi vuole, perché egli dice a Mosé: «Avrò misericordia (ogni salvezza è misericordia di Dio) di colui al quale mi piacerà usare misericordia, e avrò compassione di colui con il quale vorrò essere compassionevole» (Rm 15, 3). 3) Le genti entrano a far parte del regno di Dio, mentre molti ebrei vengono esclusi dal medesimo. Si legge, infatti, in Osea: «Chiamerò mio popolo quello che non era mio popolo» (Rm 9, 25). 4) Israele commise una colpa: si ostinò a non credere alla predicazione del Vangelo; alla quale, invece, prestò fede il popolo gentile. «Israele, che seguiva la legge e la giustizia, non ha raggiunto la legge della giustizia. E perché la cercò non nella fede, ma come se venisse dalle opere; così urtò nella pietra d’inciampo (Cristo) secondo quello che è scritto: «Ecco io pongo in Sion una pietra d’inciampo, una pietra di scandalo; ma chi crede in Lui, non resterà confuso» (vv. 30-33) Quindi, San Paolo è addolorato, perché i giudei non hanno conosciuto Cristo, fine della legge, e hanno rigettato la fede, unica via di salvezza. 5) L’ignoranza degli ebrei è inescusabile. Dice infatti l’Apostolo: «Nonostante che la predicazione evangelica sia giunta ovunque, nonostante che Dio sia stato trovato dai gentili, non è stato trovato da Israele, di cui Dio si lamenta per mezzo di Isaia, dicendo: «Tutto il giorno stesi le mie mani verso un popolo incredulo e ribelle». (Is 10, 21). Tuttavia: 6) Due cose sono chiare: a) che Israele nella sua totalità, e cioè come popolo, non ha conseguito quello che cercava, cioè la sua salvezza; b) ciò non toglie che la parte eletta di esso abbia conseguito e, perciò può conseguire, la sua salvezza. Ciò pare evidente nelle parole di San Paolo, il quale scrive: «Cos’è dunque successo? Che Israele non ha conseguito quello che cercava; ma l’ha conseguito la parte eletta; mentre gli altri sono stati accecati, secondo quello che sta scritto: «Dio diede loro lo spirito di stordimento, occhi da non vedere, orecchi da non sentire, fino al giorno d’oggi». E Davide dice: «La loro mensa sia per essi un laccio, un cappio, un inciampo e giusta punizione; siano oscurati i loro occhi da non vederci più, e la loro schiena incurvata del tutto» (Rm 11. 7-10). 7) Finalmente, dopo essere stati gli israeliti di giovamento alla stessa conversione dei gentili entrati che siano tutti (cosa già predetta da Isaia, al quale peraltro fa esplicita allusione lo stesso Gesù, quando dice che i giudei non lo vedranno più fin quando non lo acclameranno: «Benedetto colui che viene nel nome del Signore»; Mt 24, 15), anche il popolo Israelitico rientrerà. E così si compirà, anche in ciò, quello che disse Gesù: «Verranno dall’Oriente e dall`Occidente [...] e i figli del regno saranno cacciati fuori [...] e i primi saranno gli ultimi e gli ultimi i primi» (Mt 8, 11-12; Lc 13, 29-30). Quest’ultima affermazione viene chiaramente insegnata dalle parole dell’Apostolo, il quale così pone termine al capitolo XI della sua Lettera ai Romani: «Poiché io non voglio, o fratelli, che ignoriate questo mistero affinché non siate dentro di voi orgogliosi, che è avvenuto un induramento in una parte d’Israele, e ciò finché non sia entrata la totalità dei gentili; allora tutto Israele si salverà, conforme sta scritto: «Verrà da Sion il Liberatore e allontanerà l’empietà di Giacobbe», e «questo sarà il mio patto con loro, quando io abbia cancellato i loro peccati». Riguardo al Vangelo sono nemici per via di voi, ma rispetto all’elezione sono amati per via dei Padri; i doni e la vocazione di Dio non sono cose che soggiacciono a pentimento». Egli non dice che Israele è anche ora il popolo eletto, come è stato affermato (cfr. P. Marzano, Il Sangue di Lui). Dice soltanto che Dio, per via dei Padri, continua ad amare e ad offrire anche ai figli del popolo ebraico la sua misericordia affinché si convertano, e cioè, finalmente, riconoscano Cristo quale Messia, ne accettino il messaggio divino, ed abbiano la vita eterna (Gv 17, 3). «Come voi avete in passato disobbedito a Dio, ora invece avete ottenuto misericordia per la loro incredulità, così anche essi non hanno ora creduto per la misericordia che è nell’incredulità per usare a tutti misericordia. O profondità della ricchezza e sapienza e conoscenza di Dio! Come sono imperscrutabilità i suoi giudizi e non intracciabili le sue vie! Chi ha conosciuto il pensiero del Signore? E chi gli fu consigliere? O chi diede a Lui per primo da averne il contraccambio? Poiché da Lui e per Lui e a Lui ogni cosa; a Lui gloria nei secoli, così sia» (Rm 11, 25-35). Rimane dunque stabilito che, di fatto, ora Israele è nell’indurimento; ma verrà un giorno, come dice San Paolo, e cioè dopo l’entrata totale dei gentili, che esso si salverà per la misericordia e i giudizi imperscrutabili di Dio. Del medesimo parere è Giuseppe Ricciotti nella sua ben nota opera. Parlando dell’annunzio da parte di Gesù di tutte le sciagure che sarebbero venute sopra il popolo ebraico per averlo rifiutato, scrive: «All’annuncio che i farisei hanno colmato la misura dei loro padri, segue la deplorazione, come nella procedura forense alla dimostrazione del delitto seguiva la pena; è la terza parte del discorso: «Serpenti, razza di vipere, come avverrà che sfuggiate al giudizio di condanna della geenna? Per questo, ecco, io invio a voi profeti e sapienti e scribi: di essi ucciderete e crocifiggerete e di essi flagellerete nelle vostre sinagoghe e perseguiterete di città in città, affinché venga su voi il sangue giusto versato sulla terra dal sangue di Abele il giusto, fino al sangue di Zaccaria figlio di Barachia, che uccideste fra il santuario e l’altare. In verità vi dico: verranno tutte queste cose su questa generazione! Gerusalemme, che uccidi i profeti e lapidie gli inviati a te! Quante volte volli radunare insieme i tuoi figli, come una gallina raduna i pulcini sotto le ali, e voi non voleste! Ecco, è lasciata la vostra casa deserta. Vi dico infatti, non sarà che mi vediate da adesso fino a che diciate: «Benedetto colui che viene nel nome del Signore»! «Quest’ultima parte – commenta il Ricciotti – più che una minaccia è in realtà una deplorazione. Gesù deplora che i suoi reiterati tentativi di salvare città e nazione siano stati frustrati e che l’intero edificio costruito man mano da Dio per la salvezza d’Israele venga demolito man mano dalla pervicacia degli uomini; ciò che è avvenuto al tempo della legge quando i Profeti di Jahvé finivano lapidati, avverrà anche al tempo del Messia, i cui inviati finiranno in maniera analoga. Ma in tal modo, tutto il peso dei delitti anche più antichi graverà su quelli che compiono l’ultimo delitto, perché costoro scalzano le ultime fondamenta dell‘edificio di Dio, e, colmando la misura, attireranno su se stessi la vendetta totale. è dunque una minaccia salutare, un supremo angoscioso grido affinché le guide cieche della nazione eletta s’arrestino sull’estremo orlo dell’abisso. Ma con quest’appello angoscioso e minaccioso i tentativi di Gesù finiscono. Quando sia avvenuta l’ultima ripulsa e consumato l’ultimo delitto, la loro casa sarà abbandonata ad essi deserta, priva dell’aiuto di Colui che hanno respinto. Né essi rivedranno mai più Lui, se non in tempi d’un futuro remotissimo, allorché l’aberrante nazione si sarà ravveduta del suo errore e cercherà il respinto: «Una voce sulle nude colline, si ode il pianto supplichevole dei figli d’Israele: poiché aberrarono dalla loro via, dimenticarono Jahvè loro Dio; saranno giorni, quelli in cui non si esclamerà più oltre: «O Arca dell’alleanza di Jahvè»!, non starà (più) a cuore, non si penserà ad essa, non sarà rimpianta nè costruita più oltre; e agli aberranti sarà rivolto un invito: «Ritornate, o figli ribelli, guarirò io le vostre ribellioni»! Ed essi risponderanno: «Eccoci, noi veniamo a te, perché tu sei Jahvé nostro Dio! [...] Davvero, in Jahvè nostro Dio sta la salvezza d’Israele»! (Ger 3, 16-23, con inversioni) «Questa visione dell’antico Profeta – conclude il Ricciotti – è contemplata nuovamente da Gesù, sullo sfondo d’un tempo del tutto nuovo ed ancora più remoto, quello della parusia; allora Israele, riconciliato col già respinto Messia, potrà nuovamente vederlo, perché gli andrà incontro rivolgendogli l’acclamazione già rivoltagli nel breve trionfo di due giorni prima: «Benedetto colui che viene nel nome del Signore»! Qualche anno più tardi, il fariseo Paolo di Tarso, divenuto «schiavo» di Cristo Gesù, contemplerà anch’egli il remotissimo tempo in cui i suoi connazionali, presentemente accecati, riacquisteranno la vista e così l’intero Israele sarà salvato» (vedi Rm 11, 25-26) 35.
CHIARIFICAZIONE

Riassumendo quanto è stato detto in questo opuscolo, è evidente: 1) Che a premere sulla volontà di Pilato non fu un piccolo numero di persone e molto meno si trattò di un gruppo anonimo e non qualificato. Si trattò, invece, delle «guide spirituali del giudaismo e di una larga rappresentanza del popolo di Gerusalemme» (G. Ricciotti, op. cit.) 2) Quelle «guide spirituali» e quella «larga rappresentanza del popolo di Gerusalemme», sono i veri responsabili del delitto di deicidio, commesso contro la divina Persona di Cristo Uomo-Dio. 3) Il grido blasfemo ed empio delle guide spirituali dell’ebraismo e di una larga rappresentanza del popolo di Gerusalemme, mentre strappò dalle mani di Pilato la sentenza di morte di Cristo – poiché quello stesso grido fu pronunziato da una «rappresentativa vox populi, e fu un voto strettamente ufficiale che riassumeva i desideri sia dei capi che delle membra, sia del Sinedrio che del popolo» – ottenne anche che venisse accolto da Dio «mostrandolo avverato nella Storia» (G. Ricciotti, op. cit.). Questi i fatti, purtroppo dolorosi, deplorevoli, ed altrettanto misteriosi, se si pensa chi è Cristo e quel che fece per il Suo popolo, e come questo popolo si sia deciso a rifiutarlo chiedendone la morte di croce… Da una parte, dunque, un popolo che chiede, dall’altra Dio che accoglie la richiesta di quel popolo; la quale richiesta non soltanto sarà una punizione per esso ivi presente, ma anche per i loro figli lontani, poiché anche per essi il popolo e le guide si sono assunti la responsabilità del «suo Sangue» (Mt 27, 25). Tutto questo – dicevamo – è vero ed è altamente misterioso e doloroso. Ma in che senso dobbiamo e possiamo spiegare i fatti, i quali sono altrettanto eloquenti quanto innegabili per chiunque stia al Vangelo e alla Storia? Forse nel senso che Dio, dopo quell’infelice ed empia imprecazione, privi gli ebrei e i loro figli della libertà e della grazia per cui sia loro impedito di fare penitenza ed evitare la richiesta punizione? Forse nel senso che gli ebrei e i loro figli siano e rimangano maledetti, senza che essi continuino a cooperare liberamente e a rimanere nella loro ostinata negazione e ribellione? No, certamente. Dopo quell’invocazione, o presa di posizione responsabile da parte degli ebrei, per sé e per i loro figli, questi rimangono sempre liberi, e Dio, nella Sua infinita benignità, non nega loro la grazia, che suole concedere liberamente, a tutti, secondo i Suoi altissimi disegni. A proposito di ciò che andiamo affermando, Jean Daniélou fa la seguente riflessione: «La verità è che il piano di Dio, in certi momenti, può colpire una razza i cui individui potranno salvarsi o no, individualmente, secondo la loro personale corrispondenza alla grazia. Ci sono degli ebrei la cui responsabilità nella condanna di Cristo è estremamente grave, ma nell’insieme certamente «essi non sanno quello che fanno», come disse Gesù. Non si vuol perciò affermare che c’è una condanna individuale dei giudei, ma che era nel piano di Dio che quel popolo, in quanto tale venisse messo da parte per qualche tempo» 36. Tuttavia, è tale e così enorme il delitto commesso dagli ebrei, da farli rimanere accecati e nel loro «indurimento» (San Paolo), anche sotto la pioggia della grazia di Dio; e, pur potendo cooperare alla medesima, non cooperano – come popolo – non entrano nell’unica ovile di salvezza. E così, di fatto, rimanendo nel loro accecamento, per propria colpa, essi e i loro figli rimangono sotto quella maledizione che invocarono per ottenere la morte del Figlio di Dio. In realtà, Dio avrebbe potuto accogliere, anche in senso assoluto, l’invocazione o imprecazione dei giudei, sicché nessuno di essi e dei loro figli ne rimanesse immune; tuttavia, come nota un eminente esegeta, seguendo in ciò il pensiero di San Giovanni Crisostomo (ca 345-407), il Signore misericordiosissimo mitigò quella sentenza, applicandola soltanto a coloro che persistono nella loro incredulità e negazione di Cristo. Ecco le sue parole: «In secondo luogo, si deve notare che, quantunque tale pena fu imprecata dai giudei sopra sè stessi, e sopra i propri figli, tuttavia il misericordiosissimo Dio mitigò quella sentenza, applicandola soltanto agli increduli, e risparmiando i fedeli, come ebbe a notare San Giovanni Crisostomo (cfr. Hom. 87, in Matth.). «Il misericordiosissimo Gesù – dice il santo Dottore – nonostante che i giudei impazzissero sia contro sè stessi, sia contro i loro figli, tuttavia Egli non volle condannare tutti, secondo la loro sentenza. E così, sia tra essi, e sia tra i loro figli scelse molti, i quali si pentirono ed ebbero da Lui favori e doni copiosi. Fu, infatti, dei loro Paolo, e quelle molte migliaia, che a Gerusalemme accolsero la fede, dei quali parlano gli Atti degli Apostoli (21, 20). Di essi, infatti, San Giacomo dice a Paolo: «Fratello, tu vedi quante migliaia di giudei si sono convertiti alla fede». La stessa cosa insegna il medesimo Dottore in un’altra omelia (cfr. Hom. de Cruce ac latraone, in fine tertii tomi), confermando la sua tesi con l’esempio della fornace di Babilonia (Dn 3, 4). Dice, dunque, egli: «Il sangue di Cristo non è meno efficace del fuoco della fornace di Babilonia. Ora, quel fuoco seppe onorare e salvare i corpi dei santi, e bruciare i corpi dei caldei. Dunque, il sangue preziosissimo di Cristo saprà ben salvare i credenti, e bruciare gli increduli. In terzo luogo, va notato che il grido dei giudei ferì profondamente il Cuore di Cristo, come molte anime pie ebbero il privilegio di contemplare. Vide, cioè, Gesù con grande dolore che il Suo popolo, così gridando, sottometteva sè stesso e i propri figli a dure e gravi pene; mentre Egli veniva giudicato degno di morte dal Suo popolo, il quale invocava su sè stesso e sopra i suoi figli la pena e il castigo dello spargimento del Suo sangue divino» 37. Lo stesso pensiero esprime San Paolo nella sua Lettera ai Romani, dove scrive: «E anche quelli, cioè i giudei, se non rimarranno ostinati nella incredulità, saranno innestati; poiché Dio è potente a innestarli di nuovo. Poiché, se tu (una volta pagano) sei stato tagliato dall’olivo per sua natura selvatico, e contro natura sei stato innestato nell’olivo buono, quanto più saranno essi (ebrei) naturalmente innestati nel loro proprio olivo»! (Rm 11, 22-24). Come si vede, tutto dipende dalla corrispondenza alla grazia, nel ricevere liberamente, ancora una volta, l’innesto nel proprio olivo, tornando, cioè, a quella fede dei Patriarchi che videro già in Cristo il futuro Messia, Figlio di Dio «ucciso dai giudei, ma da Dio risuscitato da morte» (At 2, 23-24; 3,15). Tornare a questa fede, significa convertirsi, e perciò sfuggire a quella maledizione che i giudei invocarono sopra di sé e sopra i loro figli. è questo, credo, uno dei tanti motivi che dovrebbero indurre gli ebrei a ristudiare serenamente la vita, i miracoli e la dottrina di Cristo, per potere gioire di Lui e con Lui, come di Lui, con Lui e per Lui gioì lo stesso Abramo, il quale, come disse Gesù: «Vidit diem meum et gavisus est» («Vide il mio giorno e si rallegrò»; Gv 8, 26). Ma se «i figli» dei lontani padri, su cui certamente grava la responsabilità dell’uccisione di Cristo, se i figli – dicevo – di fatto rimangono ostinati nel loro indurimento ed accecamento e nella loro costante opposizione ed ostilità contro Cristo e la Sua Chiesa, e se nonostante la prova più evidente di Cristo e la Sua Chiesa, e la prova più evidente di Cristo risorto e del nuovo popolo (i gentili) entrato a far parte del regno di Dio, dopo il colpevole ripudio ebraico di Gesù Messia, continuano l’opera e l’atteggiamento dei padri, e non si decidono ad entrare, come tanti hanno fatto, nel regno di Dio, è ovvio che cadano nello stesso abbandono in cui caddero i padri, i quali ripudiarono Cristo, Figlio di Dio. Quando, perciò, come fa l’articolista di Palestra del Clero, si dice che uno solo, secondo la teologia cattolica, è il peccato che si tramanda alla discendenza dei colpevoli, e questo peccato non l’hanno commesso gli Ebrei – è quello di Adamo ed Eva – si afferma senz’altro una verità indiscutibile, ma non perciò tale da infirmare ciò che noi abbiamo affermato e dimostrato. Poiché noi non diciamo che sui figli degli ebrei pesa il peccato del deicidio, sic et simpliciter, come se l’avessero commesso essi stessi; diciamo soltanto che, di fatto, come mostra la Storia, quei figli, come gruppo etnico, o popolo ebraico, rifiutano il Messia e continuano nel loro accecamento, e, peggio ancora, rifiutano e combattono Cristo e la Sua Chiesa, oggi (come ieri i loro padri), e perciò è giusto che abbiano con essi una comune sorte, ed una stessa pena. Quale meraviglia, in breve, che su di essi cada la maledizione invocata dai padri, e dai figli non spezzata o, per lo meno, non rifiutata, aderendo alla verità la quale anche a testimonianza di una ebrea convertita, (Edith Stein), non si trova che in Cristo? Se, cioè, i figli dei lontani giudei uccisori di Cristo, di fatto rimangono ostinati attraverso i secoli nel loro indurimento, già denunciato da San Paolo, e se continuano a combattere Cristo nei Suoi seguaci, si ricordino le parole che Cristo rivolse a San Paolo sulla via di Damasco: «Saule, Saule, quid me persequeris»? (At 9, 4-5); e se, nonostante la prova più evidente di Cristo risorto e del miracolo della Sua Chiesa sempre combattuta e mai vinta, essi permangono nella ribellione a tutto ciò che ha nome da Cristo, quale meraviglia – ripeto – che siano anch’essi coinvolti in quello stesso abbandono e in quelle stesse sventure che vennero sui loro padri deicidi, i quali, peraltro, le invocarono anche per i loro figli? Tutto considerato, perciò, non può non valere anche per questi, ciò che Cristo disse al termine della parabola dei vignaioli ribelli. Cristo parlò ai padri, ma se i figli non si sottraggono alla mentalità di essi, ed anzi sono solidali con essi, quelle parole non possono non applicarsi anche a loro: «Non avete mai letto nelle Scritture: «La pietra rigettata dai costruttori è quella che è divenuta la pietra angolare; dal Signore è stato fatto questo ed è cosa meravigliosa ai nostri occhi»? Perciò io vi dico che il regno di Dio vi sarà tolto e sarà dato a un popolo che lo farà fruttificare. E chi cadrà su questa pietra, sarà sfracellato, ed essa stritolerà colui sul quale cadrà. I principi dei sacerdoti e gli scribi udite le sue parole capirono che parlava di loro e volevano impadronirsi di lui; ma avevano paura del popolo che l’aveva in conto di profeta» (Mt 21, 41-45). Capirono, e tuttavia si ostinarono, e così perirono e furono ripudiati… e stritolati… C’è da pensare che, dopo tanti secoli di cristianesimo abbiano a capire meglio i figli, e così riescano a sottrarsi a quella maledizione, procurata ai medesimi dai padri, persecutori ed uccisori di Cristo.

CONCLUSIONE

Quantunque sia certo che il popolo ebraico di fatto, come «gruppo etnico», rimarrà nel suo accecamento, o stordimento – come dice San Paolo – sino all’entrata nel regno di Dio di tutte le genti, poiché soltanto allora Israele come popolo o «insieme etnico» si convertirà, ed entrerà nell’unico ovile, fuori del quale non c’è salvezza (Rm 11, 25 e ss.); tuttavia – come è stato detto – non fu mai affermato, né si potrà affermare che i singoli ebrei, le persone singolarmente prese, non possano convertirsi anche prima, corrispondendo alle sollecitazioni della grazia, come è sempre avvenuto durante i secoli della storia cristiana. Sono ebrei convertiti, infatti, gli Apostoli, ed è ebreo convertito lo stesso San Paolo, e furono con ogni certezza tutti ebrei prima i 3.000 e poi i 5.000 che si convertirono alla parola di San Pietro e degli Apostoli (At 2, 41; 4, 4). Altrettanto avvenne attraverso tutti i tempi, quanto più e quanto meno, sino ai nostri giorni. Di ebrei che accettarono la fede cristiana se ne ebbero in ogni epoca e in ogni luogo: e furono ebrei spesso illustri e profondi conoscitori delle divine scritture, sino al Prof. Eugenio Zolli. Tutto ciò indica chiaramente che l’atteggiamento del cristiano cattolico di fronte al problema ebraico, non può essere che atteggiamento di verità e di carità. Atteggiamento di verità, che illumina e libera dall’errore; atteggiamento di carità che conforta ed invita ad accettare la verità. Questo l’atteggiamento di Cristo, che non cessò mai di insegnare la verità per illuminare e liberare dall’errore i giudei del Suo tempo… Questo l’atteggiamento degli Apostoli, e specialmente di San Paolo, nelle sue Lettere ai Romani e agli stessi Ebrei. Questo l’atteggiamento degli altri grandi Apostoli del cristianesimo, tra i quali amiamo porre San Lorenzo da Brindisi, il novello Dottore della Chiesa universale, il quale tra le alte missioni affidategli dai Sommi Pontefici, ebbe anche quella di predicare agli ebrei, cosa che egli adempì con grande plauso e soddisfazione dei medesimi, i quali, specie per la perizia nella lingua ebraica che mostrava nei sermoni, lo reputavano quasi uno della loro gente. Portiamo dunque anche noi agli Ebrei verità e carità. Anzitutto, però, la verità, poiché senza di questa non si potrebbe avere che una carità soltanto apparente, o peggio, equivoca e ingannatrice, e perciò favorevole ad accrescere negli stessi ebrei quell’accecamento da cui, invece, bisogna ad ogni costo liberarli per farli entrare nella luce che viene soltanto da Cristo, «Via, Verità e Vita». Ho nominato il Prof. Eugenio Zolli. Questo il nome di cui si volle onorare dal giorno della sua conversione al cattolicesimo. Prima si chiamava Israel Zolli, ed era Rabbino Capo di Roma. Nel ricevere il battesimo, il 13 febbraio 1945, in omaggio a Pio XII (1876-1958) chiese di essere chiamato Eugenio. A quanti mi hanno letto o mi leggeranno, addito questa figura di eminente studioso della Sacra Bibbia. E vorrei che tutti fossero animati dagli stessi sentimenti di lui, che in Cristo finalmente trovò la luce e la vita. La trovò, come egli narra, attraverso la lettura e la meditazione del Vangelo. «Leggevo - egli scrive - spesso all’aperto in campagna da me stesso il Vangelo. Lo studiavo a casa con i dotti commenti di Padre Lagrange e qualche volta con altri commenti fatti per esso con intenti scientifici; ma d’estate, in qualche campagna solitaria, io lo leggevo per mio diletto e ammaestramento. E il sacro testo mi diveniva sempre più caro, sempre più l’amavo. Da anni e anni, prima di prendere sonno; medito qualche testo biblico, antico e neotestamentario. Negli ultimi tempi meditavo pacatamente sui dogmi. Non mi ero mai proposto di ingaggiare una lotta per risolvere un problema. Tutto si sviluppava e maturava lentamente. Non ho chiesto l’aiuto di nessuno, non già per orgoglio, perché non saprei di che cosa avrei potuto andare orgoglioso io, un poveretto qualunque, ma perché mi pareva di bastare a me stesso. Quando ho visto che la mia anima traboccava di cristianesimo, pur conservando molta, infinita carità per le sofferenze del mio popolo, mi sono convinto che sarebbe stato disonesto proseguire in una via che non era più la mia. Ho rinunciato a tutto, ho ringraziato tutti di tutto per poter poi adire la via che per me era ed è l’unica» 38. Ecco un uomo che ha saputo unire insieme la verità con la carità. Non ha tradito la prima per la seconda, come spesso suole avvenire in certi spiriti deboli e poco equilibrati. Ha abbracciato la prima, l’ha detto francamente; ha praticato la seconda, «conservando – come dice – molta, infinita carità», per il suo popolo. Ed ora, volendo porre termine a queste pagine con una parola che esprima tutto il mio pensiero e che sia in pari tempo voce di verità e di carità, non posso che raccogliere e riproporre alla meditazione degli ebrei dei nostri giorni, ciò che San Paolo Apostolo disse ai suoi connazionali nel discorso che tenne innanzi a loro in Antiochia di Pisidia. Dopo aver riassunto la storia del popolo d’Israele dalla sua dimora in Egitto, sino alla testimonianza che Dio rese a Re Davide, egli così parlò agli anziani e al popolo ebraico di quella città: «Dalla sua progenie (di Davide) Dio, secondo la sua promessa, ha suscitato il Salvatore per Israele: Gesù; avendo Giovanni, che andò avanti a Lui nella sua venuta, predicato il battesimo della penitenza a tutto il popolo di Israele; e presso a compiere la missione della sua vita, Giovanni diceva: «Chi credete che io sia? Non sono io quello; ma, ecco, viene dopo di me uno, del quale io non son degno di sciogliere dai piedi i calzari. Fratelli, figliuoli della stirpe di Abramo e quanti tra voi temono Dio, sappiate che la parola di questa salvezza è già venuta. Infatti, gli abitanti di Gerusalemme e i loro capi, non avendo cognizione di Lui né delle voci dei profeti, che si leggono ogni sabato, condannandolo, le adempirono; pur non trovando in Lui causa di morte, chiesero a Pilato che fosse ucciso; e dopo che ebbero finito di fare tutto quello ch’era stato scritto di Lui, depostolo dal legno, lo posero nel sepolcro. Ma Dio lo risuscitò da morte il terzo giorno, e fu visto per molti giorni da coloro che erano saliti con lui dalla Galilea a Gerusalemme, e che ora sono suoi testimoni presso il popolo. E noi pure vi rechiamo la buona novella, che la promessa fatta ai nostri padri, Dio l’ha adempita con i nostri figli risuscitando Gesù come sta scritto anche nel salmo secondo: «Mio Figlio sei tu; oggi io ti ho generato» (At 13, 15-33). Se qualcuno, almeno qualcuno, ebreo o non ebreo poco importa, rileggendo e meditando questa pagina paolina, sentisse il bisogno di essere annoverato tra le membra del nuovo popolo eletto, divenendo figlio di Dio e coerede di Cristo, nel suo regno, sarei ben felice del mio non lieve lavoro, nel presentare, nella carità, la sola verità intorno alla morte di Cristo, divenuto pietra di scandalo per i negatori della Sua divinità; mentre, per coloro che credono in Lui, e Lo invocano, diveniva salvezza temporale ed eterna.

APPENDICE I Voci di SS. Padri e di illustri esegeti

l Testo evangelico


«Pilato, visto che non approdava a nulla e che anzi il tumulto si faceva maggiore, prese un catino e si lavò le mani innanzi ai popolo, dicendo: «Io sono innocente del sangue di questo giusto; pensateci voi». E tutto il popolo replicò: «Il suo sangue ricada su noi e sui nostri figli»! Allora rilasciò loro Barabba e dopo aver fatto flagellare Gesù, lo diede nelle loro mani per essere crocifisso» (Mt 27, 24-26).

l Commento di Giovanni da Sylveira

n Pilato cerca in cinque modi di liberare Gesù


«Pilato, visto che non approdava a nulla…», considerando, cioè, che niente gli giovava ossia, nulla gli era propizio a placare la sommossa popolare, né la dichiarazione dell’innocenza di Gesù («Io non trovo nulla in Lui che lo renda meritevole di condanna»), né di averlo mandato ad Erode, né la promessa di castigarlo per indi rilasciarlo libero, né la proposta di liberarlo in occasione della Pasqua invece di Barabba, mentre vede che aumenta sempre più il furore popolare dopo aver dichiarato innocente Cristo più volte con le parole, ora dichiara la stessa innocenza di Lui, lavandosi le mani. Presa dell’acqua si lava le mani innanzi al popolo, servendosi – scrive a questo proposito Origene (Hom. 35) di uso giudaico, volendo placare il popolo, non soltanto con le parole, ma ancora con un fatto si lava le mani. Era costume infatti tra i giudei che trovandosi qualcuno ucciso, venivano gli Anziani al luogo in cui giaceva il cadavere, e si lavavano le mani a testimonianza della loro innocenza come era prescritto nel Deuteromio (Dt 21, 1-6). Perciò Pilato, quantunque romano e gentile si servì dell‘uso giudaico, e di esso si servì anche forse, perché la sua voce, che andava affermando l’innocenza di Gesù, difficilmente poteva udirsi in mezzo al grande tumulto del popolo (l’altoparlante doveva attender ancora molti secoli, per apparire sulle piazze!). E perciò, alla voce volle aggiungere un segno simbolico, affinché anche quelli più distanti potessero capire che egli rigettava tutta la responsabilità di quella condanna sopra i giudei. «Voi – dunque voleva dire il Preside - esaminate più esattamente questo delitto dell’uccisione di questo Giusto e considerate seriamente ciò che state per fare».

n La stoltezza di Pilato


Giustamente tutti i SS. Padri, in tal caso, disapprovano la condotta di Pilato. Egli infatti si lavò le mani, ma con questo atto non riuscì a lavarsi la coscienza che macchiò anzi enormemente condannando a morte il Giusto e il Santo; mostrandosi così stolto, timido, cieco e vile, non sapendo resistere e piuttosto assecondando l’ingiustizia. «Non cercare di divenire giudice se non hai forza di sradicare le ingiustizie», è detto nell’Ecclesiastico (7, 6), poiché è dovere del giudice comprimere e calmare il popolo sedizioso, servendosi se è necessario, anche delle forze armate come, d‘altra parte egli fece in circostanze analoghe come afferma Giuseppe Flavio (37 ca-103; Ant., lib. XVIII, cap. 4). E perché anche ora non si comporta allo stesso modo, ed invece condanna alla morte Gesù a causa del popolo sedizioso? San Pascasio (sec. V; Lib. XII in Mt) scrive: «Lava le sue mani, ma non lava la sua coscienza dalla colpa, poiché il giudice non deve cedere al timore, né ad altri impulsi degli avversari condannando il sangue innocente, dinanzi dichiarato giusto». La stessa cosa affermano Sant’Agostino (354-430; Serm. 118 De Tempore), San Leone Magno (m. 461; Serm. De Passione) San Giovanni Crisostomo (345 ca.-407; in cap. 23 Lc, n. 20) da cui il Bostrense ed altri prendono occasione per chiamare Pilato debole, vile e privo di animo virile.

n Il vero senso

E rispondendo tutto il popolo giudaico, il quale era ivi presente in gran numero, disse: «Il suo sangue cada su di noi». La frase è ebraica, e si trova spesso nella Sacra Scrittura. Nel Levitico (20, 9) si legge: «Il sangue suo sopra di lui»; in Giosuè (2, 19): «Il sangue di esso sia sopra il suo capo», e nel 2º libro di Samuele (3, 29): «Il sangue di Abner venga sopra il capo di Gioab». E similmente in altri luoghi. Il senso dunque di questa frase è: «Il suo sangue – cioè la colpa e la vendetta che s’incorre spargendo questo sangue e uccidendo questo uomo – venga imputata a noi, sia richiesta da noi. Prendiamo su noi stessi quella colpa, a noi venga imputata la sua morte e a noi e ai nostri figli venga imposta la pena che a tal delitto conviene».

n Imprecazione inumana e crudele

I giudei, gridando «Il suo sangue cada su di noi e sopra i nostri figli», affermano: «Se in questo affare vi è qualche colpa e se da essa dovrà seguire qualche vendetta che tu, o Pilato, temi, essa sia trasferita da Dio su di noi e sui nostri figli e noi e i nostri figli la sconteremo». Questa somma empietà dei giudei, pose in rilievo San Massimo (580 ca-662; Hom. III de Passione). «Empietà crudele ed inumana è quella dei giudei - dice il Santo – con la quale essi uccidono, non soltanto i figli presenti, ma anche quelli che dovranno ancora nascere! Quanto crudele ed inumana quella mano che lancia il sangue di Cristo contro gli stessi figli non nati, cosicché siano prima condannati che nati! Tale pena i giudei lasciarono in eredità ai loro figli». San Girolamo (347 ca-420) così commenta: «Questa imprecazione continua sino ad oggi sopra i giudei, e il sangue del Signore non cesserà di pesare su di loro, poiché, come predisse il profeta Daniele (9, 27): «Cesserà l‘offerta e il sacrificio, e nel Tempio vi sarà l’abominazione della desolazione, e fino alla consumazione, e al termine perdurerà la desolazione»! E, come soggiungono ancora San Girolamo e San Pascasio: «Tale eredità i giudei lasciarono ai loro figli; cioè il portare sulle loro spalle per tante generazioni, il peso del delitto dello spargimento del sangue del Signore». Quale nemico avrebbe mai potuto colpire gli ebrei con sciagura così enorme che peserà su di essi per serie così lunga di generazioni? «Purtroppo, quella sciagura che non seppero inventare i più fieri nemici – nota Arnoldo Carnot (Tract. I de verbis Domini) – seppero invece crearsi da se stessi i giudei. Osserva – scrive il citato autore – per quale errore, per quale sventura e perfidia dei principi sia stato ingannato il popolo, e quanta ruggine gli sia stata attaccata dall’autorità sacerdotale! Non temono di essere tacciati di omicidio in perpetuo, anzi hanno accusato su di sé e rovesciano sui propri figli il peso di così grande delitto, sottoscrivendo ben volentieri il decreto della propria condanna».

n Peccato che il tempo non distrugge

Di così grave peccato di effusione del sangue di Cristo – peccato che dopo mille anni appare ancora recente – San Giovanni Crisostomo (Hom. IV de Passione) scrive: «Senz’altro, enorme la gravità di un delitto, che non si cancella, né si dimentica, né, per trascorrere dei secoli, scompare.

Tale il delitto dello spargimento del sangue di Cristo, che macchia ancora i colpevoli [...]. Quale spada, quale scure non arrugginisce, né si consuma col passare del tempo? Soltanto la scure del peccato non cede al tempo, né teme di essere consumata dal medesimo».

n Dio mitigò la sentenza

In secondo luogo, si deve notare che, quantunque tale pena fu imprecata dagli ebrei sopra sè stessi, e sopra i propri figli, tuttavia il misericordiosissimo Dio mitigò quella sentenza applicandola soltanto agli increduli, e risparmiando i fedeli, come ebbe a notare San Giovanni Crisostomo (Hom. 87 in Mt): «Il misericordiosissimo Gesù – dice il santo Dottore – nonostante che i giudei impazzissero, sia contro sè stessi, che contro i loro figlioli, tuttavia Egli non volle condannare tutti, secondo la loro sentenza. E così, sia tra loro, che tra i loro figlioli scelse molti, i quali si pentirono, ed ebbero da Lui favori e doni copiosi. Fu infatti, dei loro Paolo e quelle molte migliaia che a Gerusalemme accolsero la fede, dei quali parlano gli Atti Apostolici (21, 29). In essi, infatti, San Giacomo dice a Paolo: «Fratello, tu vedi quante migliaia di giudei si sono convertiti alla fede». La stessa cosa insegna il medesimo Dottore in un’altra omelia (Hom. de Cruce ac latrone), confermando la sua tesi con l’esempio della fornace di Babilonia (Dn 3, 4). Dice dunque egli: «Il sangue di Cristo non è meno efficace del fuoco della fornace di Babilonia. Ora, quel fuoco seppe onorare e salvare i corpi dei santi, e bruciare i corpi de caldei. Dunque, il sangue preziosissimo di Cristo saprà ben salvare i credenti, e bruciare gli increduli. In terzo luogo va notato che il grido dei giudei ferì profondamente il Cuore di Cristo, come molte anime pie ebbero il privilegio di contemplare. Vide, cioè, Gesù, con grande dolore, come il Suo popolo, così gridando, sottometteva sè stesso e i propri figli a dure e gravi pene; mentre Egli veniva giudicato degno di morte dal Suo popolo, il quale invocava su sè stesso e sopra i suoi figli la pena e il castigo dello spargimento del suo sangue divino» (cfr. P.R.F. J. De Sylveira, Commentariorum in testum Evangelicum, Tom. V, Venezia 1728, pagg. 389-390, n. 36-46).

n Testo evangelico

«Il suo sangue ricada sopra di noi e sopra i nostri figli» (Mt 27, 25).

n Commento di Padre Agostino Calmet o.s.b. (1672-1757)


«Gli ebrei sentono ancora la forza di questa formidabile imprecazione pronunciata contro sè stessi, e la sentiranno sino alla consumazione dei secoli, come afferma San Girolamo. Il loro delitto è certamente più grave di quello di Pilato» (cfr. Padre A. Calmet os.b., Commentarius litteralis in omnes libros Veteris et Novi Testamenti, vol. VII, Augustæ Vindelicorum, 1760, pag 254. col. II).

n Commento di Padre Cornelio A Lapide s.j. (1567-1637)

«Tanto la colpa, come la vendetta del sangue di Gesù, che tu temi, o Pilato, da te sia trasferita su di noi e sui nostri figlioli, affinché se vi è colpa la scontiamo noi e i nostri posteri, nel giudizio di Dio vindice. Non riconosciamo colpa alcuna, noi, in questo affare, né perciò temiamo alcuna vendetta, e senza alcun timore l’assumiamo su noi stessi». Così essi divenuti ciechi e furiosi, posero sè stessi e i propri figli sotto l’impero della vendetta divina. Vendetta che ha pesato su di essi sino ad oggi, per 1600 anni. Cosicché, dopo la distruzione del popolo e della città di Gerusalemme, essi vanno ra minghi per il mondo, senza città, senza Tempio, senza sacrificio, senza sacerdozio, senza Re, servi ovunque dei principi e di ogni gente. Per cui l’imperatore Tito, a castigo della crocifissione di Cristo, nell’assedio di Gerusalemme, mentre i giudei uscivano a torme in cerca di cibo, comandò che fossero crocifissi ogni giorno in numero di cinquecento, al punto di non esservi né spazio sufficiente per le croci, né croci sufficienti, per appendervi i corpi, come scrive Giuseppe Flavio (6, Belli c. 12). Continua – dice San Girolamo – questa imprecazione sui giudei sino ai nostri giorni, e il sangue del Signore non sarà tolto ai medesimi, perché, come predisse il profeta Daniele (9, 27), la desolazione durerà fino alla consumazione» (cfr. P. C. A Lapide s.j., Commentaria in quattuor Evangelia, Venezia 1661, pag. 372, col. 1).

APPENDICE II DOCUMENTI ECCLESIASTICI

n A) Condanna della società «Gli amici d’Israele»


«Gli   Acta Apostolicæ Sedis, del 2 aprile 1928 pubblicavano il seguente decreto che reca la data del 25 marzo: «Essendo stato sottoposta al giudizio di questa Suprema Sacra Congregazione del Santo Ufficio la natura e il fine della società detta «Gli Amici d’Israele» e il libro intitolato Pax super Israel, pubblicato e largamente diffuso dai capi della società, appunto perché ne fosse pubblicamente conosciuta l’indole e il metodo, gli E.mi Padri preposti alla tutela della fede e dei costumi, in sulle prime riconobbero in essa il lodevole intento di esortare i fedeli a pregare Dio e a lavorare per la conversione degli israeliti al regno di Cristo. Non è dunque meraviglia se, badando unicamente a questo fine, da principio, non solo molti fedeli e sacerdoti, ma anche non pochi Vescovi e Cardinali aderirono a tale società. Infatti, la Chiesa cattolica fu sempre solita pregare per il popolo giudaico depositario, fino alla venuta di Gesù Cristo, delle divine promesse, nonostante il susseguente suo accecamento, anzi appunto per questo spirito di carità la Sede Apostolica protesse il medesimo popolo contro le ingiuste vessazioni e, come riprova tutti gli odii e le animosità tra i popoli, così massimamente condanna l’odio contro un popolo già eletto da Dio, quell’odio cioè che oggi volgarmente suole designarsi col nome di «antisemitismo». Tuttavia, avvertendo e considerando che col tempo la società «Gli Amici d’Israele» aveva adottato un modo di operare e di parlare alieno dal senso della Chiesa, dalla mente dei SS. Padri e dalla stessa sacra Liturgia, gli E.mi Padri, udito il voto dei Consultori, nella Congregazione plenaria tenuta il mercoledì 21 marzo 1928, decretarono l’abolizione della società «Gli Amici d’Israele» e la dichiararono abolita di fatto, e ordinarono che nessuno in avvenire scriva o pubblichi libri od opuscoli che in qualsivoglia maniera favoriscano queste erronee iniziative. E nel giovedì seguente, 22 dello stesso mese ed anno, il SS.mo Signor Nostro Pio XI, nella solita udienza concessa all’Assessore del Santo Ufficio, udita la relazione della deliberazione presa, l’approvò la confermò e ordino di pubblicarla» (cfr. La Civiltà Cattolica, anno 79 [1928], vol. II, pagg. 171-172).

A proposito del citato decreto del Santo Ufficio, La Civiltà Cattolica nota, in un suo articolo, anzitutto che «[...] il testo del documento è tanto chiaro [...] e così precisamente determinato e circoscritto il senso della condanna, che non occorrono davvero commenti. Tuttavia, poiché [...] alcuni vi cercano cavilli per una parte o per altra, è bene siano fatte alcune osservazioni. Le quali possono ridursi alle seguenti: 1) la società «Amici d’Israele» all’inizio nacque sotto ottimi auspici ed ebbe sinceri intenti di apostolato: conversione dei giudei, particolarmente per mezzo della preghiera. 2) Perciò aderirono a quella società non soltanto ottimi fedeli, ma anche Vescovi e Cardinali fra i più eminenti. 3) Ben presto, però, si ebbero esagerazioni e deviazioni apparse sopra tutto in un opuscolo o piuttosto serie di opuscoli dal titolo Pax super Israel. 4) Da ciò, prima le disapprovazioni, ed infine l’autorevole condanna del Santo Ufficio. 5) Il quale, però, condannando la società «Amici d’Israele», non intese tuttavia condannare lo spirito di carità e di apostolato da cui ebbe origine; poiché la Sede Apostolica protesse il medesimo popolo giudaico contro le ingiuste vessazioni, e, come riprova tutti gli odii e le animosità tra i popoli, così, massimamente condanna l’odio contro un popolo già eletto da Dio, quell’odio cioè che oggi volgarmente suole designarsi col nome di «antisemitismo». La Chiesa cattolica, infatti, fu sempre solita pregare per il popola giudaico, depositario sino alla venuta di Gesù Cristo delle divine promesse, nonostante il susseguente suo accecamento, anzi per questo, e cioè per liberarlo dal medesimo. Dalla stessa condanna, quindi, emergono due punti ben certi: a) L’esempio della Chiesa che prega per i giudei, e la raccomandazione ai fedeli di fare altrettanto per i medesimi come più bisognosi di essere aiutati per uscire dal loro accecamento. b) La condanna speciale dell’odio contro il popolo giudaico, in particolare; non perché innocente, o più meritevole di altri del pari lontani dal cristianesimo, ma perché più degli altri popoli esposto all’odio per le sue malefatte. Così, è condannato nominatamente l’«antisemitismo», ma è condannato, come ben s’intende nella sua forma e nello spirito anticristiano. Senonché, una tale benignità della Chiesa e la doppia sua raccomandazione, sopra accennata contro l’«antisemitismo», non deve farci dimenticare o chiudere gli occhi a quella che è la triste realtà, come parve succedere ad alcuni fra i principali dirigenti e propagatori della società degli «Amici d’Israele». Ora, su questo particolare per l`appunto, insiste richiamandovi l’attenzione dei fedeli il decreto citato. E denuncia tutto l’inconveniente che ne deriva: quel modo di operare e di parlare alieno dal senso della Chiesa, dalla mente dei SS. Padri e dalla stessa sacra Liturgia che induce a decretare l’abolizione della società «Gli Amici d’Israele» e ad ordinare che nessuno in avvenire pubblichi libri od opuscoli che in qualsivoglia maniera favoriscano queste erronee inziative». Infine, la stessa Civiltà Cattolica rileva come, in realtà tornando al punto, a cui ci richiama il documento, al pericolo giudaico, esso minaccia il mondo intero per le sue perniciose infiltrazioni o ingerenze nefaste, particolarmente nei popoli cristiani, e più specialmente ancora nei cattolici e nei latini, dove la cecità del vecchio liberalismo ha maggiormente favorito gli ebrei, mentre perseguitava i cattolici e religiosi soprattutto. Resta il pericolo incalzante ogni giorno più, e se ne hanno «buone prove di ragione e di fatti, la frequente e innegabile alleanza con la Massoneria la Carboneria o altre sétte e congreghe, camuffate in apparenza di patriottiche, ma in verità fluttuanti o intese di proposito al sovvertimento, quantunque non mai confessato, della società contemporanea, religiosa e civile» (cfr. La Civiltà Cattolica, anno 79 [1928], vol. II, pagg. 335 e ss.).

n B) Monitum Sancti Ufficii

«Biblicarum disciplinarum studio laudabiliter fervente, in variis regionibus sententiæ et opiniones circumferuntur, quæ in discrirnen adducunt germanam veritatem historicam et obiectivam Scripturae Sacrae non modo Veteris Testamenti (sicut Summus Pontifex Pius XII in Litteris Encyclicis Humani generis iam deploraverat, cfr. A.A.S., XLII, 576), verum et Novi, etiam quoad dicta et facta Christi Iesu. Cum autem huiusmodi sententiæ et opiniones anxios faciant et Pastores et christifideles. Em.mi Patres fidei morumque doctrinæ tutandæ præpositi, omnes qui de Sacris Libris sive scripto slve verbo agunt, monendos censuerunt ut semper debita cum prudentia ac reverentia tantum argumentum pertractent, et præ oculis semper habeant SS. Patrum doctrinam atque Ecclesiæ sensum ac Magisterium, ne fidelium conscientæ perturbentur neve fidei veritates lædantur. (N. B.: Hoc Monitum editur consentientibus etiam Em.mis Patribus Pontificiæ Cornmissionis Biblicæ. Daturn Romæ, ex Aedibus S. Officii, die 20 iunii 1961. Sebastianus Masala, Notarius» (cfr. Osservatore Romano, del 22 giugno 1961, pag. 1).

n Traduzione

«Con il lodevole rifiorire dello studio delle discipline bibliche, in varie regioni circolano, però, sentenze ed opinioni che mettono in dubbio l’autentica verità storica e obiettiva della Sacra Scrittura, non solo del Vecchio Testamento (come il sommo Pontefice Pio XII già aveva deplorato nelle lettere dell’enciclica Humani generis; cfr. A.A.S. XLII 576), ma anche del Nuovo Testamento, perfino quanto riguarda i detti e i fatti di Nostro Signore Gesù Cristo. Poiché simili sentenze ed opinioni turbano Pastori e fedeli, gli Eminentissimi Padri preposti alla difesa della fede e dei costumi, ritennero di ammonire tutti coloro che si occupano, per iscritto o a voce, di libri sacri, affinché trattino un sì importante argomento con la debita prudenza e riverenza, ed abbiano sempre davanti agli occhi la dottrina dei Santi Padri, il pensiero e il Magistero della Chiesa, affinché le coscienze dei fedeli non siano turbate, né lese le verità della fede». (N.B.: Questo monito è stato emesso col consenso anche degli Eminentissimi Padri della Pontificia Commissione Biblica. Dato a Roma, dalla Sede del Sant’Uffizio, il 20 giugno 1961. Sebastiano Masala, Notaio.

Parodia del Vangelo o presa in giro di certi esegeti (!?!) moderni? A proposito di articoli di riviste, dobbiamo notare, non senza meraviglia e sorpresa, ciò che fu scritto su Luce e amore, organo del movimento apostolico ciechi (anno XI, nº 1, gennaio 1961, Lodi Milano). Pur riferendo, infatti, il brano evangelico di San Matteo (27, 21-26), con un candore che pare sfiori l’idiozia, l’autore dell’articolo – che si onora del titolo «La colonna di P. Marzano» – deplora, anzitutto, che la frase «criminale» dei capi, o guide spirituali (come scrive il Ricciotti) e del popolo ebraico «il suo sangue ricada su noi e sui nostri figli» sia stata cotanto incriminata dalla tradizione cristiana e perciò da uomini come San Girolamo, San Giovanni Crisostomo ed altri della stessa misura… Si passa, quindi, con pari passo e… candore all’affermazione che «tutto il popolo» di cui parla San Matteo, non può indicare che qualche «centinaio di persone, più o meno anonime, facili all’entusiasmo, e perciò talmente scusabili» che non tocca a noi giudicarle… Non vi pare che si tratti anche qui di un saggio esegetico intoccabile e cioè non giudicabile da noi, miseri mortali? Senonché, a noi pare che non si tratta di un nostro giudizio, bensì di quello che ne fece Cristo stesso, il quale ebbe ad affermare – se non erriamo – che il rifiuto di Lui sarebbe stato pagato con l’abbandono da parte di Dio e con la distruzione della città deicida: «Gerusalemme Gerusalemme, che uccidi i profeti e lapidi coloro che ti sono mandati, quante volte volli adunare i tuoi figliuoli come la gallina raduna i suoi pulcini sotto le ali, e non hai voluto! Ecco, la vostra casa vi sarà lasciata deserta, poiché io vi dico che non mi vedrete d’ora in poi finché non diciate: «Benedetto colui che viene nel nome del Signore» (Mt 23, 37-39; Lc 13, 34-35). «Quando fu vicino alla città la guardò e pianse su di lei dicendo: «Oh! Se avessi riconosciuto anche tu in questo giorno, quel che giova alla tua pace! Ma ormai è rimasto nascosto ai tuoi occhi»! (Lc 19, 41-42). Che farà Dio di coloro che hanno ucciso il suo Figlio? «Egli colpirà senza pietà quei malfattori e affiderà la vigna ad altri vignaioli che gli renderanno frutto a suo tempo» (Mt 21, 2l-40 e ss). «Perciò io vi dico – è Gesù che continua a parlare – che il regno di Dio vi sarà tolto e sarà dato ad un popolo che lo farà fruttificare. E chi cadrà su questa pietra si sfracellerà, ed essa stritolerà colui sul quale cadrà» (Mt 21, 43-44). Poco prima, infatti, citando la Sacra Scrittura (Sl 118, 22 e ss; Is 28, 16) Gesù ha applicato a sé: «La pietra che hanno scartato i costruttori, questa è diventata capo d’angolo; questa è la opera del Signore ed è meravigliosa ai nostri occhi» (Mt 21, 42; At. 4, 11; 1 Pt 2, 4). «I principi dei sacerdoti e gli scribi, udite le sue parabole, capirono che parlava di loro e volevano impadronirsi di lui; ma avevano paura del popolo che l’aveva in conto di profeta» (Mt 21, 45-46). Capirono «gli scribi», di allora… Non capiscono o fingono di non capire «gli scribi» di oggi… Eppure, oggi, attraverso la Storia – che non ha mai smentito, ma ha piuttosto confermato il Vangelo – il Vangelo si dovrebbe capire più facilmente, che non capissero gli scribi e farisei del tempo di Gesù… Il colmo poi di certi scrittori moderni è che si cita il Vangelo, magari con esattezza, e poi se ne dà un’interpretazione tutta opposta a quella che ne diedero i Padri e Dottori e gli esegeti più insigni. Ma anche Lutero e i protestanti di ogni tempo hanno fatto e fanno metodicamente così. Ci vuole veramente del coraggio a scrivere in tal modo… I romani si domanderebbero se mai tali scrittori vadano per «micchi», e se per trovarli più facilmente abbiano scelto proprio l’ombra della «Colonna di P. Mariano», levata alta sulle pagine di Luce ed amore. Altre affermazioni soltanto fantastiche, e senza alcun fondamento storico e teologico, si fanno all’ombra della stessa «Colonna». Ma noi, poiché tutto ciò che ivi viene ripetuto lo abbiamo già largamente confutato attraverso le pagine del nostro opuscolo, ci asteniamo dal procedere oltre nell’enumerare le svariate inesattezze ivi asserite e soltanto ci domandiamo: si tratta forse, di parodiare il Vangelo, in codesta esegesi di nuovissimo conio, oppure si tratta di prendere in giro gli autori di certe peregrine novità, dal gusto molto discutibile? Se fosse vero, infatti, ciò che è stato scritto in questi ultimi tempi in un certo opuscolo dal titolo Il Sangue di Lui e ciò che ripetono, senza darsi cura di un minimo controllo critico, alcune riviste e giornaletti, come Palestra del Clero, Digest-religioso e Luce e amore per i ciechi, bisognerebbe riformare tutti i testi di religione, da quelli più elementari a quelli universitari; tutti i trattati di Storia, sacra e profana, che parlano della morte di Cristo, e dei giudei, autori della medesima. Bisognerebbe infine correggere la Divina Commedia di Dante Alighieri, il quale (povero ingenuo anche lui) nel Purgatorio (21, 82-84), e nell’Inferno (23, 109-123) ritiene i giudei responsabili della morte di Cristo, e perciò bolla di santa ragione Caifa, loro capo e ispiratore, nel chiederne la crocifissione.

APPENDICE III DOCUMENTO STORICO APOLOGETICO


n Profezie di Gesù circa la catastrofe dell’anno 70

Rovine di Masada
Al principio dell’ultima settimana, gli Apostoli contemplano ammirati la facciata esterna del Tempio. «Maestro, guarda che pietre, che fabbrica»!, dice uno di essi. Ma Cristo risponde: «Vedi tu questi grandi edifici? Non rimarrà pietra su pietra che non sia diroccata» (Mc 13, 1-2; Mt 24, 1-2). I dodici, stupiti, chiedono spiegazione: «Dicci, quando avverranno queste cose»? E Gesù allora enumera i segni precursori della grande catastrofe. Sorgeranno falsi Cristi e sedurrano molti (Mt 24, 5; Mc 13, 6; Lc 21, 9). La Palestina e le regioni circostanti saranno desolate dalla guerra e vi saranno terremoti, pestilenze e carestie (Mt 34, 7; Mc 13, 8; Lc 21.10-11). I seguaci di Gesù subiranno persecuzioni da parte della Sinagoga, ancora ricordata accanto ai tribunali dei gentili (Mt 24, 9-10; Mc 13, 9-13; Lc 21, 12). E vi saranno fenomeni spaventevoli e grandi segni nel cielo (Lc 21, 11). Poi, alla fine della «tribolazione» di quei giorni, Gerusalemme sarà circondata da eserciti, gli ebrei in gran parte passati a fil di spada, mentre gli altri, fatti prigionieri andranno a rifornire i mercati di schiavi. Gerusalemme sarà calpestata dai gentili finché i tempi dei gentili non siano compiuti, e poi si vedrà ciò che assomma e sorpassa tutti gli obbrobri: l’abominazione della desolazione predetta dal Profeta Daniele, ossia il culto idolatrico impiantato nel luogo santo (Mt 24, 15; Mc 13, 14; Lc 21-20-24; 19,43-44). E c’è anche la determinazione del tempo: «In verità vi dico: non passerà questa generazione prima che tutto questo avvenga» (Mt 24, 34; Mc 13, 30; Lc 21, 32). La profezia si è avverata alla lettera nei quarant’anni che seguirono la predizione di Gesù. Quali segni precursori della catastrofe finale, Cristo aveva predetto carestie, pestilenze e terremoti, persecuzioni, guerre. Tutto questo è attestato dal libro dello storico ebreo Flavio Giuseppe, La Guerra giudaica, e dai vari autori pagani. La carestia imperversò in Gerusalemme nel 44 (At 11, 27-30); in Roma nel 51 (Tacito, Annali, XII, 43); in Italia, nel 69, in seguito alle guerre civili. Vi furono terremoti in Italia nel 51 (ivi XII, 93), in Laodicea nel 60 (ivi, XIV 27), in Pompei nel 63 (ivi, XV, 22). Nel 65, malattie contagiose devastano la Campania. Nella sola città di Roma, in pochi mesi si hanno 30.000 morti (ivi. XVI, 13). Le persecuzioni sono note. Prima del 70, quasi tutti gli Apostoli avevano subito il martirio; da Roma le violenze ordinate da Nerone si erano estese a tutto l’impero. Contemporaneamente, nella Palestina e nell’impero romano scoppiano torbidi e guerre in gran numero (Flavio Giuseppe, Guerra giudaica, II, 17, 10; 18, 1-8). Secondo le profezie dovevano sorgere falsi Messia. Flavio Giuseppe afferma che parecchi impostori vennero successivamente ad ingannare il popolo; tra gli altri, cita Teuda nel 40, sotto Claudio, e un certo Egiziano che radunò circa 30.000 uomini sul monte Oliveto. Gesù aveva predetto dei prodigi (Lc 21, 11). Lo stesso storico ne cita alcuni, che taluni interpretavano come segni di disgrazie, altri come promessa di salvezza. Una cometa che aveva forma di spada è ricordata da Flavio Giuseppe e fu visibile a Gerusalemme un anno intero. E nella notte fonda per una mezz’ora un gran chiarore simile al giorno apparve attorno all’altare e al Tempio. E la porta del Santuario, che appena venti uomini avrebbero potuto muovere, si aprì da sé. E nell’aria furono veduti carri pieni di soldati, che irrompevano attraverso le nubi e si accingevano a circondare la città. In una notte di Pentecoste, i sacrificatori udirono uno strano rumore e poi più volte una voce ripetere: «Uscite di qui! Uscite di qui»! Durante sette anni, un rozzo campagnolo chiamato Gesù non lasciava di percorrere le strade ripetendo: «Voce da Oriente, voce da Occidente, voci su Gerusalemme e sul Tempio», sino al giorno in cui la città fu assediata; allora egli aggiunse alle maledizioni abituali un «Guai anche a me»! E, colpito da una pietra, spirò. (Flavio Giuseppe, Guerra giudaica, VI, 7, 3). Tutto questo prima del grande sconvolgimento. Nel 66 scoppia una rivolta, provocata, dice Giuseppe, dal Procuratore Floro. Cestio Gallo, Proconsole di Siria, marcia contro la città ribelle e penetra tra le sue mura; ma presto è costretto ad una ritirata disastrosa. Roma non poteva restare sotto questa onta; quindi, doveva seguire una guerra micidiale. Allora i cristiani si ricordano dei consigli di Gesù (Mt 24, 15-20; Mc 13,1 14-16; Lc 21, 20-21), ripetuti da un veggente, e in fretta si rifugiano al di là del Giordano, a Pella (Eusebio, Hist. eccl., 1. III, c. 5). Infatti, nell’aprile del 70 le armate di Roma, comandate da Tito, ricompaiono davanti a Gerusalemme e comincia il terribile assedio. In breve la città è ridotta agli estremi e la fame vi impera così orribilmente che si vedono madri sgozzare e divorare i loro bambini. Finalmente avviene l’ultimo assalto. Se si crede a Flavio Giuseppe, nella sola città di Gerusalemme perirono 1.100.000 uomini e in tutta la Giudea 1.300.000 sono sottoposti ai più spietati supplizi o venduti schiavi. Nel giro di circa tre giorni la città è rasa ai suolo. Nonostante l’ordine contrario di Tito, anche il Tempio è incendiato. Un soldato romano, «spinto da forza divina», scrive Flavio Giuseppe, prese un tizzone ardente e lo scagliò nel Tempio dall’apertura di una finestra. Ben presto l’incendio divampo furioso e si propagò in modo incredibile, nonostante gli sforzi più disperati per domarlo; e in breve del Tempio non rimasero che ceneri e macerie. E proprio là dove stava il Santo dei Santi, i legionari piantarono le loro aquile e offrirono ai numi tutelari delle legioni i loro abominevoli sacrifici (Flavio Giuseppe, Guerra giudaica, V. 3, VI, 34; VI, 9-3; Tacito, Ann., II, 17). «è la fine tanto della vita nazionale quanto della vita religiosa di Israele; il sacrificio è cessato per sempre. Gerusalemme come città del Gran Re non esiste più, e molti secoli passeranno sulla tomba dell’antico popolo di Dio» (Lepin, Jésus Messie et Fils de Dieu, pag. 383). Nel 362, Giuliano L’Apostata volle dare una smentita alle profezie di Cristo e ordinò di riedificare il Tempio. La demolizione delle antiche fondamenta era quasi ultimata e si stava per passare alla posa della prima pietra del nuovo edificio, quando, secondo la testimonianza di Ammiano Marcellino, storico pagano e ufficiale dell’esercito imperiale, «spaventevoli globi di fuoco improvvisamente lampeggiarono a più riprese in mezzo agli operai e ne uccisero un gran numero e resero il luogo inaccessibile. Poiché tutti gli elementi parevano sfavorevoli, si dovette abbandonare l’impresa» (Ammiano Marcellino, Rerum gest., 1 23, c. 1). E ciò confessa l’imperatore stesso in una lettera che ci è pervenuta (Pinard, Il taumaturgo e il profeta, pag. 172, nota nº 19). Così la profezia riguardante il Tempio ricevette un’ulteriore e solenne conferma. Il castigo perdura tuttora ed è pur sempre vera la parola di Gesù: «Gerusalemme sarà calpestata dai gentili, finché i tempi dei gentili non siano compiuti» (Lc 21, 24).

n Profezie circa la riprovazione della sinagoga e la dispersione degli ebrei

A causa della loro ostinazione nel male, gli ebrei saranno esclusi dal regno spirituale fondato dal Messia, e il loro posto preso dai gentili. Ciò è così chiaramente indicato nelle parabole dei vignaioli perfidi (Mt e Lc 14, 1-25), che gli interessati capirono al volo. E i principi dei Sacerdoti e dei Farisei compresero che parlava di loro (Mt 21, 45). Dice loro Gesù: «Non avete ma letto nelle Scritture: la pietra che gli edificatori hanno riprovata è divenuta pietra angolare? Ciò è stato fatto dal Signore ed è meraviglioso ai nostri occhi (Sl 117). Per questo vi dico: vi sarà tolto il regno di Dio e dato a gente che ne produca i frutti» (Mt 21, 42-43). Gli ebrei non soltanto non faranno parte della Chiesa di Cristo, ma cesseranno anche di esistere come popolo, secondo l’affermazione delle profezie sulla rovina di Gerusalemme e sulla distruzione del Tempio già esaminate. «Gerusalemme sarà calpestata dai gentili, finché i tempi dei gentili non siano compiuti» (Lc 21, 24). L’avveramento di questa profezia è di evidenza solare. Tutta la storia della Chiesa è lì ad attestarlo. Gli ebrei attendono ancora il Messia, rimanendo così esclusi dalla salvezza evangelica.

n La dispersione degli ebrei è attestata dalla storia profana
Quelli che scamparono dalla rovina della città, in parte furono disseminati nelle province dell’impero, in parte lasciati nella Giudea. Questi ultimi tentarono di sollevarsi sotto Adriano, che per farla finita una volta per sempre ne fece uccidere 6.000 e dispersi i rimanenti. Gli ebrei, però, benché come popolo siano cancellati dalla carta della terra, continuano a sussistere come razza, in eccezione alle leggi che reggono l’esistenza dei popoli, costituendo così una testimonianza perenne del compimento delle profezie e della maledizione che grava sul deicidio (cfr. Joseph Falcon, Manuale di Apologetica, 3ª ed., ed. Paoline, Alba 1954, pagg. 261-264). L’avveramento della profezia della catastrofe del 70 e della riprovazione della Sinagoga e la dispersione degli ebrei suggerisce al medesimo autore questa riflessione: «Si può dire anzi che (le predizioni del Salvatore) sono un argomento più forte di quello dei miracoli evangelici, perché alcune perdurano tuttora e noi possiamo constatarne l’adempimento coi nostri propri occhi» (ibid., pag. 267). Ma se la dispersione degli ebrei non fosse un castigo, meritato dai medesimi, per l’uccisione di Cristo, e gridando «il suo sangue cada su di noi e sui nostri figli» – come ritiene qualcuno – quale valore avrebbero le parole riferite dello scrittore da noi citato? Vi pensino seriamente coloro che si associano agli scrittori ebrei nello scusare i medesimi dal delitto del deicidio…

APPENDICE IV CONFERMA TEOLOGICA

Era già in corso di stampa questo modesto lavoro quando mi è capitata sotto lo sguardo una pagina del celebre teologo tedesco Michael Schmaus dal suo libro intitolato Le ultime realtà (ed. Paoline, 1960, pag. 152). Poiché mi è sembrato che riassuma egregiamente quanto ho scritto nel presente opuscolo, non ho saputo resistere alla tentazione di trascriverla. Chissà che non faccia un po’ di bene a quanti si oppongono al mio pensiero sulla responsabilità ebraica nella morte di Cristo: «Per il popolo ebraico è stata pronunciata una profezia affatto singolare» 39. L‘esistenza di questo popolo, i cui membri vivono dispersi fra tutti gli altri popoli, ai quali tuttavia non si assimilano, ma conservano la loro fisionomia particolare, rimane un enigma, finché si misura col metro che si applica alla Storia ordinaria. L’enigma si può sciogliere solo se si vede nella storia di questo popolo una speciale disposizione divina. Quando Federico II (1194-1250) domandò al suo medico personale svizzero Zimmerman se fosse in grado di dargli una prova convincente dell’esistenza di Dio, quello rispose: «Ma certo: il popolo ebraico». Il senso che la sopravvivenza del popolo ebraico ha nei consigli divini viene chiarito nella lettera dell’Apostolo Paolo ai Romani. Paolo sofferse in modo acutissimo per il destino del suo popolo. Esso era il popolo eletto da Dio, aveva la figliolanza, la gloria, l’alleanza, la legge e le promesse. Da esso discendeva la natura umana di Cristo (Rm 9, 1-5). Purtroppo, i suoi politici e i suoi teologi disconobbero le promesse e consegnarono alla morte Colui che aveva avuto dal Padre il compito di adempierle. Perciò, secondo San Marco, l’ultima parola che Gesù rivolse pubblicamente al popolo ebraico è una parala di giudizio (Mc 12, 40). La massa, in antitesi con le sfere dirigenti, ostili fin da principio, tributò a Cristo per molto tempo affezione e onore, pur non intendendo il senso più profondo della Sua opera. L’opinione pubblica gli era in così alta misura favorevole, che i sommi sacerdoti non ardivano di arrestarlo e giustiziarlo in pubblico, per timore di una sollevazione popolare (Mc 11 18-32; 14, 11; Lc 22, 1; Mt 26, 5). Essi vedevano il pericolo che sotto l’influsso dei suoi prodigi tutti credessero in Lui, si piegassero alle Sue pretese messianiche e si sottraessero alle loro guide tradizionali. Quindi Egli doveva morire (Gv 11, 46-50). Ma prima di poterlo giustiziare bisognò cambiare l’opinione pubblica. Dopo molti falliti tentativi di comprometterlo clamorosamente, riuscì ai capi di sollevare la passione della massa contro Cristo, allorché Pilato in mancanza d’altre risorse, nel suo desiderio di liberarlo propose di scegliere tra la libertà dell’assassino politico Barabba, che evidentemente era una figura popolare, e quella di Cristo. Così, tutto il popolo partecipò al delitto dei capi e fu coinvolto nella medesima responsabilità. Al momento decisivo coscientemente prese su di sé la colpa, con tutte e le sue conseguenze (Mt 27, 25). Nell’esecuzione di Cristo l’intero popolo sigillò il ripudio del messaggio divino che doveva portargli il compimento delle divine promesse e si pose così sotto il giudizio che sovrasta a chiunque per incredulità rigetti Cristo (Gv 3, 18 e ss.). Gerusalemme mancò la sua ora (Lc 13, 25-30; 14, 24; 19, 39-48; Gv 12, 37; Mt 12, 9-14; 1 Ts 2, 14-16; 2 Cor 11, 22). Il giudizio incominciò con la rovina di Gerusalemme e proseguì lungo la Storia dell’umanità. Il popolo che sta sotto la maledizione di Dio non può vivere e non deve morire. Così vede San Paolo la posizione del suo popolo che egli ama e la cui sorte rappresenta per lui un grave dolore. I primi otto capitoli della Lettera ai Romani culminano nell’inno di vittoria degli eletti (8, 37 e ss.). Segue un silenzio, il grosso iato della lettera. San Paolo rimane in ascolto intorno a sé come un naufrago che si è salvato con pochi altri su una piccola imbarcazione, mentre in giro la notte è riempita dalle grida strazianti di aiuto di coloro che annegano. Dopo avere ascoltato a lungo, silenziosamente, l’Apostolo prosegue con la confessione di fedeltà a Israele: «Io porto nel cuore un grande dolore e un incessante lamento» (Rm 9, 2; Ez 9, 4; Mt 5, 4). Quindi, si leva la speranza sicura della vittoria: non sarà sempre così. «Gli atti di Dio relativi alla storia d’Israele non sono ancora chiusi» 40. La parola divina della promessa non è diventata inefficace per la ribellione del popolo eletto (Rm 9, 6). Giacché infine non tutto il popolo è indurito e rigettato, una parte, un «resto» si è rivolto con fede al Signore. Questa parte non è respinta. Perciò si può dire: «Dio non ha rigettato il popolo che ha prescelto» (12, 2; 9, 6-27; cfr. l’intero passo 11, 1-6). Le promesse si sono adempiute nei pochi che hanno creduto a Cristo. Questi sono divenuti il nucleo fondamentale della comunità di coloro che arrivano alla fede dal paganesimo. Così si è conservato il nesso storico tra l’antico e il nuovo apparso in Cristo. La salvezza, è vero, non è più legata ad Israele (Mt 3, 9; Lc 3, 8). Il nuovo popolo di Dio non viene radunato dalla cerchia dell’antico popolo eletto, ma dai popoli gentili. Gerusalemme, la città di Dio, non è più il punto centrale dominante del nuovo ordine; tuttavia, essa rimane il suo punto di partenza (Rm 11, 16-24; 2 Cor 8, 14; Gv 4, 22). Il resto d’Israele salvato è divenuto la radice dell’albero in cui gli uccelli del cielo trovano il loro rifugio. Sull’albero cresciuto dalla radice del Vecchio Testamento sono stati innestati i nuovi rami, i popoli gentili. Dio stesso ha piantato la radice. Egli non interrompe l’opera che ha incominciato, ma conduce al suo fine attraverso tutti gli umani ricalcitramenti (Rm 11, 11-24). Questo è il primo motivo di speranza per l’Apostolo. Il secondo è il seguente: se anche la maledizione accompagna lungo la storia il popolo che, ad eccezione di un resto, ha apostatato e chiama su di lui giudizio sopra giudizio, un giorno essa avrà fine. La maledizione ha una scadenza, perché anche l’indurimento ha una scadenza. Un giorno, il popolo ebraico troverà e seguirà la via verso Cristo. Se nonostante la sua disperazione tra cento altri popoli esso è da Dio conservato per la maledizione, come un segno del divino giudizio, esso è contemporaneamente conservato come segno della benedizione divina, che alla fine supererà la maledizione. Allora si compiranno in esso tutte le promesse fatte sin da principio, le quali non si sono potute realizzare per la sua resistenza. Allora si rivelerà l’amore di Dio per tutto il popolo convertito, non solo per un resto. «Perché i doni di grazia e la chiamata di Dio sono irrevocabili» (Rm 11, 29). La sordità e la cecità avranno fine allorché la pienezza dei gentili sarà entrata nel regno di Cristo (Rm 10, 8; 11, 25). Allora cesserà quello stato che la ragazza ebrea in Le Père humilié di Claudel descrive come suo proprio: «Molta acqua ci vuole per battezzare un giudeo! Non si depone così facilmente l‘abitudine vecchia di tanti secoli. Mi sembra di trascinare con me tutti i secoli dalla creazione del mondo. L’abitudine dell’infelicità, la laida familiarità col proprio ripudio. Era stata così lunga l’attesa, che non ci riuscì di trovare un altro atteggiamento; così grande la fede nella promessa non ancora adempiuta che non potemmo credere quando ci si disse che era quello».

La conversione e la salvezza del popolo eletto è legata al compimento del numero dei gentili. Allorché questo sarà raggiunto, verrà tolta la benda ora stesa sugli ciechi del suo cuore, per cui il popolo non riconosce Cristo (2 Cor 3, 15). Allora gli ebrei arriveranno ultimi là ove avrebbero potuto essere i primi (Mt 19, 30; 20, 16; Mc 10, 31; Lc 13, 30). Come i gentili devono sentirsi dire: «La salvezza viene dai giudei» (Gv 4, 22), così alla fine i giudei dovranno sentirsi dire che la salvezza definitiva è legata alla salvezza dei gentili. E cosi l’intero Israele verrà salvato (Rm 11, 26). Alla fine, con questo atto salvifico, Dio, il quale è il Dio dei padri, rivelerà la sua fedeltà rimasta vittoriosa attraverso la storia dell’infedeltà umana. Cristo non apparirà per la seconda volta, finché questo evento non sia realizzato. Allorché esso sarà intervenuto, sì adempierà ciò che Dio promise per mezzo di Isaia: «Da Sion verrà il Salvatore (Is 59, 20). Allora avranno fine i mali che Cristo minacciò e si avvererà la sua promessa: «Gerusalemme Gerusalemme, che uccidi profeti e lapidi coloro che sono a te inviati, quante volte ho voluto raccogliere i tuoi figlioli come la gallina raccoglie i suoi pulcini sotto le ali, ma voi non avete voluto! Ecco si lascia a voi la vostra casa deserta. Poiché io vi dico: d’ora innanzi più non mi vedrete finché diciate: «Benedetto chi viene nel nome del Signore»! (Mt 23, 37-39; Lc 13, 33-35; Sl 118; Sl 119, 26). Ogni qualvolta nella celebrazione eucaristica si pronuncia questa parola si anticipa quell’ora in cui il popolo d’Israele acclamerà al Signore, al Suo nuovo ingresso nel mondo. Una volta, allorché Egli entrò in Gerusalemme per la passione, acclamò a Lui una piccola parte del popolo (Mc 11, 10; Mt 21, 9), e nemmeno questa parte tenne fermo nei suoi sentimenti. Alla fine, al Suo ingresso pubblico nel mondo, il popolo intero acclamerà al suo trionfo.

BIBLIOGRAFIA

w A Lapide C., Commentaria in quattuor Evangelia, Venezia 1761;

w Alighieri D., Divina Commedia;

w Angiolini G., «La responsabilità del popolo ebreo nella morte di Gesù», in Palestra del Clero, nº 39, 1960, pagg. 1241-1245;

w Barbette P., La Passione di N. S. Gesù Cristo, Torino 1951;

w Bonetto, La Religione, ed. Marietti, 1958;

w Calmel A., Commentarius litteralis in omnes libros Veteris et Novi Testamenti, Augustæ Vindoboni 1760;

w Caprile G. s.j., «La responsabilità del popolo ebreo nella morte di Gesù», in Palestra del Clero, nº 39, 1960, pagg. 969-976; Atlante della vita di Cristo, Firenze 1959.

w Chiappetta L., Gesù Maestro. (Testo di Religione approvato dalla Sacra Congregazione del Concilio), Roma 1958;

w Crisostomo G. (San), Hom. 87 in Mt;

w Danielou J., II mistero della salvezza delle nazioni, Brescia 1954;

w Da Sylveira I. Ulissiponensis, Commentariorum in textum evangelicum, vol. V, Venezia 1728;

w Didon, Gesù Cristo, (traduz. di Manfredo Turchi) Siena 1893, vol. 2;

w Di Rovasenda E., «Il pianto di Gesù su Gerusalemme», in II Quotidiano, del 6 agosto 1960;

w Felder I., Gesù di Nazareth, Torino 1945;

w Gaetano M. Da Bergamo, Pensieri ed affetti sopra la Passione di Gesù Cristo, Milano 1876, vol. 3;

w Gigliozzi G., La storia più bella del mondo, Torino 1961;

w Giordani I., Dio, Firenze 1945; II sangue di Cristo, Brescia 1942;

w Hophan O., Il lieto messaggio, (traduz. di Mons. G. Scattolon), Torino 1951;

w Isaac J., Jesus et Israël, Parigi 1948;

w Isidoro da Alatri, Nella luce-Per la luce; a cura di P. Filippo da Cagliari, Bracciano 1961, pagg. 318-319;

w Judant D., Les Deux Israël. Essai sur le mystère du salut d’Israël selon l’économie de deux Testaments, Parigi 1960;

w Keller I., Vita di Gesù, (traduz. di Mariano d’Alatri), Roma 1958;

w Klausner J., Jesus de Nazareth, Parigi 1933;

w Laurentii (San) a Brundisio, Quadragesimale II, pars III, feria VI in Pasceve; Opera Omnia, vol. V, p. I, II, III; vol. X. p. I;

w Lagrange J., L’Evangelo di Gesù Cristo (traduz. di Mons. L. Grammatica), Brescia 1930;

w Le Camus E., La vita di Gesù Cristo, (traduz. di Mons. L. Grammatica, Brescia 1934;

w Mariano P., Il sangue di Lui, Roma 1960;

w Papini G., Storia di Cristo, Firenze 1933, vol. 2;

w Ricciotti G., Vita di Gesù Cristo, Roma 1952;

w Rosadi G., Il processo di Gesù, Firenze 1949;

w Sacra Bibbia (La), Tradotta dai testi originali e commentata a cura e sotto la direzione di Mons. S. Garofalo, Roma 1960;

w Schmid J., L’evangelo secondo San Matteo, ed. Morcelliana Brescia 1957;

w Spadafora F., Gesù e la fine di Gerusulemme, Rovigo 1950; Dizionario Biblico, Roma 1955;

w Tertulliano, Contra Marcionem;

w Tommaso d’Aquino, Summa Theologica;

w Tondelli L., Gesù Cristo. Studio sulle fonti: il pensiero e l’opera, Torino 1936;

w Vanetti P., Il Vangelo unificato e tradotto dai testi originali, Venezia 1958;

w Vostè M. P. J., De passione et morte Jesu Christi, Roma 1957.

Nihil obstat quominus imprimatur

__________

Romæ, die 29 decembris 1960

(Fr. Ioannes Baptista A. Farnese)

Minister Provincialis O. F. M. Cap.

Imprimatur

_______

Verulis, die 20 novembris 1961

+ Carolus Livraghi

Ep.us Verulan – Frusinaten