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giovedì 30 settembre 2010

SACRILEGA CELEBRAZIONE EUCARISTICA DA PARTE DI UN PRETE DELLA NUOVA CHIESA modernista...Dal Vaticano intervengano urgentemente...

 
 FONTE: MESSAINLATINO
Berna, Svizzera, Chiesa della Trinità. Il parroco Gregor Tolusso ha inscenato una (parodia di) messa con il pastore protestante Manfred Stuber.

E non l'ha fatto alla chetichella: la sacrilega celebrazione è stata ripresa in direta dalla TV di Stato e potete gustarne una parte nel video qui sopra.

Il protestante ha completato il canone, dopo la consacrazione (che ci auguriamo invalida), "con parole sue", ossia con un sermoncino.

Tanto, anche la preghiera eucaristica era stata una libera creazione del parroco Tolusso. Arriva perfino a spezzare l'ostia prima della consacrazione...

Alla comunione, tutti invitati, pure i non cattolici: il parroco proclama: "Chiunque ha udito e condivide l'invito di Gesù di partecipare alla sua mensa, come abbiamo appena pregato, può ricevere la Comunione".

Detto questo, il parroco dà la comunione al pastore protestante. La televisione svizzera, forse perché quelle immagini sono davvero di una pornografia eccessiva, ha tagliato il pezzo in cui il protestante ingolla l'Eucarestia, naturalmente nelle due specie (solo la particola, fa troppo tradizionale).

Poi il pastore prende il calice e lo somministra agli altri presenti in presbiterio; finito ciò, aggrampa un ciborio e distribuisce la comunione al pubblico presente. Insomma: un pastore protestante che fa il ministro straordinario della comunione ad una messa cattolica (insomma... 'cattolica' qui è una parolona...) è una bella novità.

Il video mostra anche l'intervista che i due "concelebranti" hanno rilasciato alla televisione. L'intervistatore, a giudicare dalle domande, appare molto più ortodosso dei due sodali (e ci vuol poco...). Così, alla richiesta se possa predicare chi non sia sacerdote cattolico, il parroco risponde che "non è una cosa nuova", bensì "una lunga tradizione" (in realtà è un abuso, tuttora e anche per il novus ordo).

I parroco Tolusso ammette che ci sono differenze con i riformati, come il Papato, la gerarchia e la comprensione dei sacramenti. Ma poi aggiunge: "Se un cristiano riformato può dire di sì ad una comprensione cristiana, allora può partecipare alla comunione cattolica".

Il pastore, a quel punto, ha però tenuto a precisare di non concordare con l'idea cattolica di Eucarestia. Per lui la Cena del Signore è solo un simbolo: "Io non vedo Cristo, io vedo pane".
Ma queste considerazioni, in fondo ovvie provenendo da un protestante, non sono tali da far deflettere il parroco Tolusso, che sostiene di avere scoperto una "Teologia del consenso", e afferma che il vero scandalo è la separazione, non la "ospitalità eucaristica".

Significativamente, don Tolusso si lascia andare a entusiastici apprezzamenti per la nuova messa postconciliare, che considera un "simbolo di comunità". La Messa non può essere usata per dividere, ha detto. E la ricezione della Comunione senza essere di fede cattolica è qualcosa che egli vede come un "sostentamento lungo la via verso l'unità".
Fonte: kreuz.net

ABBATTERE I “BESTIONI”...

Fonte: SISINONO.ORG

«L’essere dell’uomo consiste nel vivere secondo ragione. Perciò, quando uno si attiene a ciò che è conforme alla ragione, allora si dice che si contiene in se stesso» (S. Th., II-II, q. 155, a. 1, ad 2).
«È stato il cristianesimo a separare la religione dall’erotismo che, non a caso, ritorna puntualmente in tutte le forme eretiche e oggi è il momento in cui tutte le eresie sembrano darsi convegno» (A. Del Noce, L’erotismo alla conquista della società, in Aa. Vv, Via libera alla pornografia?, Firenze, Vallecchi, 1970, p. 47).
Premessa
Nel 1952 Hans Urs von Balthasar, il “neo-teologo” dell’«inferno vuoto» e della conversione e riabilitazione finale dei dannati e anche del diavolo (cfr. sì sì no no, 31 marzo 2010, pp.5-6), tristemente famoso anche per il suo rapporto affettivo-sentimentale, non proprio limpido, con la falsa mistica Adrienne von Speyr1 (v. sì sì no no, 15 ottobre 1992, p, 7), scrisse un libro intitolato “Abbattere i bastioni”, ossia abbattere le frontiere o i bunker che la Chiesa aveva eretto tra sé e il mondo moderno caratterizzato dal soggettivismo filosofico (Cartesio), religioso (Lutero) e politico (Rousseau). Purtroppo tale apertura mentale al mondo moderno, inteso come categoria filosofico-religiosa e non cronologico-temporale, e di “disponibilità pratica comportamentale e sessuale” è penetrata all’interno del Concilio Vaticano II (v. i casi cui accenniamo in nota di Teilhard de Chardin2, Jean Daniélou3, Karl Rahner4, Edward Schillebeeckx5) ed ha prodotto un panteismo (v. sì sì no no, agosto 2010, pp. 1ss.) di marca evoluzionistico-ascendente o teilhardiana, materialista e sensualista. I frutti sono stati disastrosi, a detta dello stesso Paolo VI, che lamentò una “auto-demolizione della Chiesa” e l’infiltrazione del “fumo di satana” nel Tempio di Dio, anche se non solo non fece nulla per cacciarlo fuori, ma si intestardì nell’ applicazione del Vaticano II e soprattutto della Riforma liturgica del 1970, che tanti mali ha causato nella Chiesa.
Le ultime vicende (luglio 2010) dell’episcopato belga, inquisito dalla magistratura, e le sconcertanti tesi pro-pedofilia sostenute nel “Catechismo belga” del 19846, corredato con tanto di disegni inverecondi, redatto e promulgato sotto la supervisione della Conferenza episcopale belga presieduta dal cardinal Danneels, e non bocciato dalla “Congregazione per la dottrina della fede”, ci invitano a riflettere - senza falsi moralismi o pettegolezzi - sulla radice di tanti mali teorico-pratici, e a cercare una terapia che possa guarirli. Infatti la Chiesa non può non avere le energie interne che le consentano di rigenerarsi perché Gesù Le ha promesso: “Ecco Io sto con voi tutti i giorni sino alla fine del mondo”. 

Se “il frutto è cattivo” significa che “l’albero è cattivo”, secondo l’insegnamento del Vangelo. Ora i frutti del Concilio e postconcilio si sono rivelati non solo cattivi, ma, col passar del tempo, addirittura marci. Quindi occorre “abbattere i bestioni” (Balthasar, Daniélou, de Lubac, per citare quelli più “conservatori” della rivista “Communio) che hanno elaborato la teologia dommatico-morale conciliare e la liturgia post-conciliare, la quale ha abbattuto i “bastioni”o i bunker che proteggevano la Chiesa e le anime dei fedeli dagli errori della modernità e post-modernità.
L’ultima proposizione del Sillabo di Pio IX condannava l’opinione secondo cui “il Papa può e deve venire a patti col mondo moderno, il progresso [all’infinito] e il liberalismo”. Il Vaticano II, invece, ha voluto dialogare con i paladini della modernità, del progressismo e del liberalismo, però non solo non è riuscita a convertirli, ma si è fatta convertire da loro, che continuano ad odiare la Chiesa e non la temono più. Siccome “le azioni sono dei soggetti”, se non si combattono gli eretici non si possono estirpare le eresie, che non esisterebbero senza soggetti o uomini eterodossi. La frase roncalliana “bisogna combattere l’errore ma non l’errante” è erronea; la sana filosofia e teologia morale hanno sempre insegnato a combattere “l’errante in quanto errante” e a pregare per lui “in quanto uomo” suscettibile di redenzione.

Per non morire tutti modernisti...


 

Mentre si ingrossano le file dei tradizionalisti-conciliari (sedotti dai conciliari-tradizionalisti), riproponiamo l’editoriale del n. 64 di Sodalitium e del n. 20 di Opportune, Importune.   


Editoriale della rivista Sodalitium, n. 64
“Il Reno si getta nel Tevere”. Così intitolava la copertina del suo numero 59 la nostra rivista, riprendendo un’opera sul Vaticano II di Padre Wiltgen. Nel 1967, Padre Wiltgen voleva esprimere il fatto che le dottrine liberali e protestanti dei paesi del Reno si erano gettate – col Vaticano II – nelle acque romane e cattoliche del Tevere. Mi venne in mente quell’espressione non solo perché Joseph Ratzinger è originario di uno di quei paesi bagnati dal Reno, la Germania, e durante il Concilio fu teologo del cardinale Frings ed esponente di spicco dell’ala modernista al Concilio, ma anche perché impressionato dalle immagini che ritraevano Benedetto XVI a Colonia, proprio sul Reno, mentre si recava alla Sinagoga della città tedesca.
Da allora, gli avvenimenti si sono succeduti, ed abbiamo visto lo stesso Benedetto XVI passare il Tevere per recarsi alla Sinagoga di Roma.
In questo lasso di tempo, il teologo che contribuì al trionfo del Modernismo nel­l’aula conciliare, sta mettendo in pratica con costanza e fedeltà il medesimo programma di allora, come egli stesso ha d'altronde dichiarato fin dal giorno successivo alla sua elezione. Vediamo i punti salienti di questo programma conciliare.
Innanzitutto, Ratzinger non ha corretto ma ha anzi portato avanti – fedele a questa nuova ortodossia e nuova tradizione conciliare – il dialogo interreligioso approvato dal Concilio nella dichiarazione Nostra Ætate. Non è stato sconfessato “lo spirito di Assisi”, come lo dimostrano tra l’altro le visite compiute da Ratzinger alle moschee maomettane come alle sinagoghe israelite. Questo numero di Sodalitium si soffermerà su quest’ultimo episodio.
In secondo luogo, Ratzinger ha confermato e persino accelerato il movimento ecumenico nato nel protestantesimo, condannato dall’enciclica Mortalium animos di Papa Pio XI, e fatto proprio dal Vaticano II. Dopo l’iniziale entusiasmo (degli ecumenisti, naturalmente) detto movimento era entrato in un lungo periodo di stanca, se non di crisi, minato da interminabili incontri e discussioni che non approdavano a nulla, mentre il nome cristiano tendeva a scomparire sempre più nel nostro mondo secolarizzato. L’ancor breve governo (di fatto) di Joseph Ratzinger sembra averlo rivitalizzato con abbondanti iniezioni di “tradizione”. Non parliamo certo della divina Tradizione rivelata da Dio, incompatibile con l’eresia ecumenista, ma di un certo qual pan-tradizionalismo che Joseph Ratzinger sembra prediligere rivolgendo le sue attenzioni ecumeniche all’ala tradizionalista degli Anglicani, alle pretese “chiese ortodosse”, in primis quella Russa, e all’ala destra del protestantesimo, ovvero la “chiesa” luterana, basandosi sull’“accordo” siglato (e continuamente da lui ricordato) sulla Giustificazione, che pretende mettere d’accordo Lutero e il Concilio di Trento, il diavolo e l’acqua santa (cf Sodalitium, n. 48, p. 48). La visita di domenica 14 marzo al tempio luterano di Roma (che, come il tempio maggiore ebraico, è una conseguenza della libertà religiosa imposta alla Roma papale dai cannoni della breccia di Porta Pia), visita compiuta sulle orme di Wojtyla, il quale a sua volta si recò nel tempio luterano sulle orme di Lutero, consacra questa apertura ai luterani. Per concludere, l’ecumenismo ratzingeriano si estende anche – e logicamente – ai “tradizionalisti” cattolici della Fraternità San Pio X: il motu proprio sulla Messa cattolica definita “rito straordinario” dell’ordinario rito modernista, la levata delle scomuniche ai vescovi lefebvriani, l’inizio del dialogo ecumenico con la Fraternità San Pio X, inserisce ufficialmente detta Fraternità nel movimento ecumenico ed assicura a quest’ultimo una vigorosa cura di tradizionalismo; una sola condizione: che la verità venga considerata solo più come una opinione.
Infine, Ratzinger ha elaborato in maniera compiuta, per quel che riguarda i rapporti tra lo Stato e la Chiesa che il Concilio affrontava nella dichiarazione Dignitatis humanæ personæ, la dottrina della laicità positiva, che vede nella separazione totale tra Stato e Chiesa teorizzata dai fondatori degli Stati Uniti nel XVIII secolo, e prima ancora dai Padri Pellegrini, il modello ed il regime ideale da applicare ovunque. Lo Stato non deve riconoscere la sola unica vera religione, ma deve proteggerle e promuoverle tutte. Per lo Stato, la religione non è più un nemico da combattere – come nel laicismo giacobino – ma una benefica influenza da promuovere, anche qui ad una sola condizione: che nessuna religione pretenda, almeno nella vita pubblica e nell’ordinamento giuridico, essere la sola vera religione: l’unico, vero, grande nemico del nuovo laicismo, è l’INTEGRALISMO! Quello islamico, certo, ma anche quello cattolico, se mai cercasse di farsi sentire.
Chiamiamo le cose col loro nome: Ratzinger sta applicando – volens nolens, scienter vel non – il programma di quella che Mons. Jouin, approvato da Pio XI, chiamava la Giudeo-massoneria.
E questo, anche, nelle sue aperture alla Tradizione. Di questo può stupirsi solo chi non conosce il Modernismo; crede esso di aver trionfato con il Vaticano II, in realtà, il modernismo ha già perso, perché è la negazione della Verità. Ha già perso, perché la Chiesa lo ha condannato con l’enciclica Pascendi. Ha già perso, perché un cancro può certo distruggere e autodistruggersi, ma non edificare. A noi il compito di non cedere alle sirene conservatrici di chi vuole conservare il modernismo, per non essere coinvolti nella sua inevitabile rovina.
http://www.sodalitium.biz/index.php?ind=downloads&op=entry_view&iden=62   
 
Editoriale della lettera d’informazioni Opportune, Importune n. 20

In Italia, dopo la caduta del potere temporale della Chiesa, si sviluppò un movimento cattolico particolarmente incisivo, che per tanti anni si batté a viso aperto contro i cattolici liberali e la setta massonica, rivendicando i diritti del regno sociale di Cristo. I cattolici intransigenti seppero fare molto e bene, poiché si mantenevano fedelmente ancorati al magistero della Chiesa. Non furono i nemici dichiarati a vincerli, ma il democratismo cristiano che, come un cancro maligno, si diffuse all’interno del movimento cattolico. Nacque così il modernismo sociale che, con l’aiuto e la protezione del modernismo religioso (basti pensare all’azione dell’allora mons. Giovanbattista Montini nella FUCI) riuscì a imporsi, cancellando quasi del tutto l’intransigenza cattolica. E così ai giorni nostri, dopo quasi un secolo da quegli avvenimenti, quando si parla di cattolici in politica si pensa unicamente ai democristiani, ritenendola l’unica via di presenza cattolica nella vita pubblica. L’unica opzione è la scelta tra i democristiani più progressisti, spregiudicati sino ad accettare alleanze con i partiti dell’estrema sinistra, e quelli più conservatori, che preferiscono allearsi con il centro-destra. Quindi vi è un unico democratismo cristiano, seppur con sfumature diverse, che ha soppiantato l’intransigenza cattolica e la difesa del regno sociale di Cristo.
Lasciando il modernismo politico e osservando il modernismo religioso, ritroviamo la stessa situazione. La Fede cattolica autentica è stata aggredita e poi offuscata dall’eresia modernista, che ha coronato i suoi progetti col Concilio Vaticano II. Oggi all’interno della Chiesa, la scelta non è tra i “modernisti” e i “tradizionalisti” (termini usati per semplificare il discorso) ma tra due schieramenti interni al modernismo: quello dei modernisti più progressisti e quello dei modernisti più conservatori.
Carlo Maria Martini o Dionigi Tettamanzi appartengono alla prima fazione: per loro il Vaticano II non è sufficiente e auspicano un Vaticano III e qualcuno, di idee ancora più radicali, è già idealmente al Vaticano IV o V… Martini o Tettamanzi predicano e scrivono quello che pensano, e pensano secondo i principi del modernismo che, come ogni pensiero soggettivista, si evolve di continuo. Vogliono bruciare le tappe, e dopo aver contribuito ad appiccare l’incendio modernista all’interno della Chiesa, sono insofferenti nei confronti di chi, piromane di ieri, oggi ha assunto i panni del pompiere. Se avessero combattuto nella prima guerra mondiale non sarebbero stati rannicchiati nelle trincee ma si sarebbero esposti al fuoco nemico. Insomma, sono fastidiosamente e sfacciatamente coerenti con l’opera di demolizione della Chiesa intrapresa dai loro predecessori.
Vi sono poi i modernisti cosiddetti conservatori, come Joseph Ratzinger. Cosa intendono conservare? Il Vaticano II e il post-Concilio alla luce della tradizione modernista. Non hanno fretta di arrivare al Vaticano III, poiché sono ancora inebriati dal traguardo raggiunto con Giovanni XXIII e Paolo VI; esultano nel ricordare le radiose giornate dell’epoca di Woityla, quando l’ortodossia del Concilio fu radicata tra i cattolici, anche grazie al “prefetto di ferro” della dottrina riformata. Nella grande guerra non avrebbero corso dei rischi, sono persone guardinghe, sanno aspettare, come seppero aspettare i Roncalli, a differenza dei Buonaiuti. Non amano le esagerazioni, gli errori di gioventù sono serviti a renderli prudenti, sanno che le rivoluzioni non si fanno in un giorno e neppure in una generazione.
La dialettica progressisti-conservatori ci prospetta la scelta tra i due schieramenti: le riviste del modernismo progressista, come Famiglia Cristiana, o quelle del modernismo conservatore, come il Timone; la “messa nuova” con chitarre e comunione in mano o la stessa “messa nuova” con canti gregoriani e comunione in ginocchio; il Vaticano II inteso per quel che è, cioè rottura col passato, oppure interpretato in modo fantareligioso come continuità con la Tradizione; il matrimonio dei sacerdoti auspicato da Martini o il matrimonio dei sacerdoti realizzato da Ratzinger (per i catto-anglicani)… E la lista potrebbe proseguire.
L’applicazione pratica di questo discorso si è vista con il 50° anniversario della morte di Pio XII. I “progressisti”, logici con le proprie idee, hanno ribadito la condanna morale di Papa Pacelli, si sono dissociati da un Papa che incarnava la Chiesa che hanno voluto demolire, seppellendolo con il suo magistero antimodernista. I “conservatori” hanno invece fatto buon viso a cattiva sorte. Non potendo ignorare l’anniversario hanno dipinto Pio XII come un precursore del Vaticano II e della riforma liturgica, facendo dire al povero Pontefice il contrario di quello che aveva insegnato, denunciato e condannato: “Per questo l’eredità del magistero di Pio XII è stata raccolta dal Concilio Vaticano II e riproposta alle generazioni cristiane successive” (Benedetto XVI ai partecipanti al convegno su Pio XII svolto alla Sala Clementina del Vaticano l’8/11/2008). Quindi l’eredità della Mystici Corporis, della Mediator Dei o dell’Humani Generis sarebbe la realizzazione di ciò che queste encicliche hanno proibito e condannato!
Il fatto che la quasi totalità dei cattolici non reagisca davanti a queste affermazioni è indice della perdita ormai generalizzata della fede. In questo contesto, l’ala conservatrice (sempre più euforica e intraprendente), è particolarmente insidiosa perché diffonde questi errori in ambienti dove (almeno teoricamente) dovrebbero nascere le reazioni alla demolizione della Chiesa. Invece i vaticanisti, i conferenzieri, gli scrittori della “destra conciliare” confondono le idee a tante brave persone e le intruppano nel vicolo cieco dell’accettazione del Vaticano II.
La situazione diventa ancora più complicata da quando Benedetto XVI ha incatenato il rito “tridentino” agli errori modernisti. È stato un vero colpo da maestro: innanzitutto perché è riuscito a imporre l’idea che la “messa nuova” sia davvero il rito “ordinario” della Chiesa, e che per i  “tradizionalisti” (che l’hanno sempre bollata come la “messa di Lutero”) lo scopo da conseguire non sia più nella sua abrogazione, ma di ottenere qualche “nicchia tridentina” all’interno della vita ecclesiale ancorata al Vaticano II.
Inoltre il “motu proprio” tende a far  passare come difensori della Messa di san Pio V quelle persone che in tutti questi anni non l’hanno mai difesa, anzi prendevano le distanze da chi la celebrava tra mille difficoltà. Se per 40 anni il rito della Messa era una linea di demarcazione ben precisa, ora il Missale Romanun diventa un’opzione all’interno dello schieramento dei modernisti conservatori. Ecco un esempio dell’unione ibrida tra rito vecchio e dottrine nuove: quest’estate mi è capitato tra le mani un bollettino diocesano, nel quale alla pagina 2 vi era l’avviso della “Messa di san Pio V” celebrata ogni domenica vicino al Duomo di quella città, e alla pagina 3 vi era il programma di una cerimonia di “gemellaggio” con una comunità luterana, all’interno del Duomo e alla presenza del “vescovo” locale.
Possiamo affermare che il “motu proprio” ha sancito la beffarda cancellazione dei 40 anni di combattimenti, di sacrifici, di drammi legati ai sacerdoti e ai fedeli che nel mondo intero hanno conservato la Messa Romana, malgrado la volontà di Paolo VI, dei due Giovanni Paolo e di Benedetto XVI. Chi era indifferente o addirittura contrario, ora è salito sul carro del (momentaneo) vincitore e viene presentato come l’unico interlocutore valido. Volete la Messa “tridentina”? Eccola “celebrata” in tale chiesa, da tale congregazione, da tale prelato, ovviamente prima o dopo le “messe ordinarie”, e sempre in comunione con Benedetto XVI. In questo modo si ingrossano le fila del “modernismo conservatore” e si indeboliscono quelle degli antimodernisti.
Per concludere: Ratzinger più che accogliere gli anglicani nella Chiesa romana, sta portando la Chiesa a una situazione simile a quella anglicana, con la “chiesa alta” (quella dei conservatori, magari col rito tridentino) e la “chiesa bassa” (quella dei progressisti).
È doveroso smascherare questa apparente opposizione tra coloro che, invece, aderiscono agli stessi errori già condannati dal Magistero dei Papi. La scelta non può essere tra due errori ma tra la Verità e l’errore. Purtroppo, tra il dire e il fare, c’è il mare dell’opportunismo, del rispetto umano, del compromesso, della superficialità, della rassegnazione.
Invochiamo allora la Santa Vergine Immacolata per essere protetti dalle lusinghe del serpente e dalla debolezza della carne, e rimanere così fedeli alla Fede: “siam peccatori, ma figli tuoi, Immacolata prega per noi”.
http://www.casasanpiox.it/Opportune_Importune_20.pdf
 

mercoledì 29 settembre 2010

Sacrilegio Eucaristico da parte di due musulmani e la dichiarazione ipocrita della Diocesi di Como...I musulmani chiedano perdono e la Diocesi non faccia finta di non conoscere le dichiarazioni del Parroco don Marco...


ANSA, martedì 28 settembre 2010 
   

    (ANSA) - SONDRIO, 28 SET - Si sono messi in fila per la   Comunione, hanno preso l' ostia consacrata e l' hanno infilata   nelle tasche . Quando poi l' arciprete ha chiesto loro   spiegazioni, si sono dichiarati di fede islamica . Questo,   secondo alcuni testimoni, quanto successo ieri nella Collegiata,   la chiesa principale di Sondrio . La Diocesi di Como, in una   nota, ha invece spiegato che '' a prendere la comunione si e'   recato soltanto uno dei due giovani, il quale ha in seguito   detto di essere di nazionalita' spagnola'' .  Sorpreso e indispettito del fatto che l' episodio fosse   trapelato alla stampa, l' arciprete Don Marco Zubiani - che   soltanto da un paio di settimane e' il nuovo arciprete di   Sondrio, nominato dal vescovo di Como, monsignor Diego Coletti -   ha raccontato che '' sono stati proprio i parrocchiani a   segnalarmi l' episodio'' . Il prete, a celebrazione conclusa, si  
e' avvicinato ai due giovani, un accento da paese dell' est,   ancora seduti sulle panche .  '' Volevo una spiegazione . . .'', ha   detto . E invece, sempre tra lo stupore degli altri fedeli, la   derisione . '' Chi sei tu? - hanno beffeggiato il sacerdote - Non   vogliamo i tuoi rimproveri, noi siamo islamici'' . Poi se ne sono   andati . Don Marco avrebbe voluto che l' episodio non avesse   troppo eco . Ma sono stati i fedeli, testimoni dell' accaduto, a   raccontare tutto . '' Non nascondo che l' episodio mi ha molto  
indispettito, ma e' stato chiarito nella stessa serata, appena   finita la Santa Messa - ha spiegato il prete - Non avrebbe   dovuto trapelare ai giornalisti e per questo avevo anche deciso   di non presentare alcuna denuncia'' . Poi pero' ha aggiunto:  '' Se   io vado a visitare una moschea ci vado quando i musulmani non  sono riuniti in preghiera . Non voglio e non e' corretto che i  musulmani vengano in chiesa quando e' il momento  dell' Eucarestia'' .   
E questa è la risposta ipocrita della Diocesi nonostante che il parrocco avesse dato un versione veritiera della situazione, dato che è stata vissuta da lui in prima persona.
Monsignor Coletti

 Con una nota inviata in serata, la Diocesi di Como ha dato  la sua ricostruzione dell' accaduto:  '' Alcuni dei fedeli presenti   in chiesa - si legge - hanno avuto l' impressione che il ragazzo  spagnolo avesse riposto in tasca l' ostia consacrata . Informato  di questo, l' arciprete si e' recato a parlare con il giovane il  quale ha indicato come islamico l' amico seduto al suo fianco'' .  A un certo punto lo spagnolo sarebbe stato perquisito, in quanto  la nota della Diocesi di Como afferma che '' nelle sue tasche non  e' stata rinvenuta l' ostia poiche' l' ha mangiata, in quanto  desideroso, ha confidato all' arciprete, di perdono e di  riconciliazione con Dio, atteggiamenti che ne rivelerebbero  l' appartenenza alla religione cattolica'' .  Il tema del rapporto con i fedeli dell' Islam e' caldo a  Sondrio, dove da tempo e' accesa la polemica perche' la  comunita' islamica ha acquistato un' ex palestra per adibirla a  moschea, ma nonostante i divieti e le mancate autorizzazioni a  utilizzare i locali a luogo di preghiera l' andirivieni di  immigrati e' continuo . Ha provato a gettare acqua sul fuoco il  sindaco di Sondrio, il medico Alcide Molteni  (centrosinistra) .  '' Non esprimo considerazioni - si e' limitato a dire il primo  cittadino - fintanto che non avro' parlato con l' arciprete per  apprendere direttamente da lui i dettagli di quanto accaduto  ieri sera in Collegiata'' .  '' I fatti incresciosi avvenuti in  Collegiata - ha commentato Francesco Violante, uno dei piu'  vecchi politici valtellinesi del centrodestra - sono uno dei  risultati prodotti dalla politica di tolleranza alle ripetute  violazioni delle norme commesse dagli extracomunitari da parte  della Giunta comunale di centrosinistra'' . (ANSA) .  
  

SCISMI E MICHAEL JONES... di DON CURZIO NITOGLIA...


DON CURZIO NITOGLIA
28 settembre 2010


Nel Suo articolo “Il peccato contro la carità” apparso sulla rivista nordamericana “Culture Wars” e pubblicato in italiano dal sito Effedieffe.com, Michael Jones afferma che il problema del Concilio Vaticano II non è dottrinale ma soltanto disciplinare e che la volontà di non accettarlo da parte dei tradizionalisti li porterebbe allo scisma, il quale è un “peccato contro la carità”.

Ora vari teologi non “tradizionalisti” in senso stretto hanno constatato recentemente che gli errori e le ambiguità si trovano nella lettera dei Documenti conciliari e non solo nella interpretazione o spirito del Concilio, datane da alcuni teologi ultra progressisti (Küng, Schillebeeckx, Rahner e Metz).

Per esempio il Vescovo di Albenga, mons. Mario Oliveri, ha scritto un articolo su “Studi Cattolici” (giugno 2009) in cui ammette chiaramente che la lettera del Vaticano II contiene errori teologici, ma che ciò non intacca l’infallibilità del Papa e l’indefettibilità della Chiesa, poiché Giovanni XXIII e Paolo VI hanno espresso apertamente la loro intenzione che il Concilio Vaticano II non fosse dogmatico e quindi infallibilmente assistito, ma soltanto pastorale e quindi senza alcuna voluntas definiendi, che è conditio sine qua non per l’esercizio della infallibilità.

Perciò il cattolico non è obbligato ad accettare le ‘novità’ del Vaticano II e può restare perfettamente cattolico, senza correre verso lo scisma.

Sua Eccellenza Oliveri è Vescovo titolare di una Diocesi italiana e non ha ricevuto alcun monitum per quanto ha scritto e neppure nessuna accusa di spirito scismatico. 


A sua volta mons. Brunero Gherardini, direttore della rivista “Divinitas” della Città del Vaticano, ha scritto "Concilio Ecumenico Vaticano II. Un discorso da fare" (Frigento, 2009), in cui espone le contraddizioni tra dottrina cattolica tradizionale e innovazioni conciliari e chiede rispettosamente e fermamente al Papa di rispondere e dirimere la questione impegnando l’infallibilità, tramite un insegnamento dogmatico che definisca e obblighi a credere come divinamente rivelato quanto insegnato.
Non ha ricevuto alcuna risposta, ma neppure nessun rimbrotto o accusa di peccato contro la carità o di spirito scismatico.
Lo stesso Gherardini ha scritto un secondo volume nel 2010 "La Tradizione. Vita e giovinezza della Chiesa" (Frigento), in cui ritorna sulle ‘novità’ conciliari e le mette a confronto col concetto cattolico, definito a Trento, di Tradizione divina e divino-apostolica.

Idem ut supra: né risposta né reprimenda.

Nel passato prossimo Romano Amerio in Iota unum (Milano-Napoli, 1984) sviscerò le anomalie e le innovazioni della dottrina conciliare rispetto a quella cattolica tradizionale. Anche qui nessuna risposta ufficiale e nessuna censura. 


Infine, ed è il caso più eclatante, il card. Alfredo Ottaviani, quando Paolo VI presentò la sua ‘Nuova Messa’, gli scrisse una lettera, assieme al card. Antonio Bacci, di presentazione del “Breve Esame Critico del Novus Ordo Missae”, nella quale invitava il Papa ad “abrogare” la sua riforma liturgica in quanto nociva per la Fede, poiché “si allontanava impressionantemente dalla definizione dogmatica ed infallibile data a Trento del Sacrificio della Messa”.

Tale lettera dell’allora Prefetto del S. Uffizio, che si era avvalso - nel redigere la suddetta lettera di presentazione - del lavoro e della collaborazione degli esperti della Sacra Congregazione del S. Uffizio, attende ancora risposta, come dichiarò il card. Alfons Stickler, forse il maggiore esperto di storia del Diritto canonico a livello mondiale, qualche anno fa, e nessuno si è mai sognato di accusare i cardinali Ottaviani, Bacci e Stickler di “peccato contro la carità”. 


Nel mese di dicembre del 2010 si terrà a Roma, vicino Piazza del S. Uffizio, un incontro teologico di tre giorni per discutere sul significato di “pastoralità” del Vaticano II e per chiedere al Papa una risposta chiara che definisca tale concetto e le sue conseguenze giuridico-morali-dogmatiche, le quali sono ancora molto vaghe. 

Vi parteciperanno anche numerosi vescovi con Diocesi o cariche in Curia romana oltre a qualificati teologi. Come si vede la questione del Vaticano II e della sua obbligatorietà è ancora dibattuta ufficialmente in seno alla Chiesa romana.

Ora il dr. Jones, che stimo per i libri di polemica anti-moderna e anti-rivoluzionaria da un punto di vista storico e politico-filosofico, dovrebbe prendere in considerazione anche queste fonti, prima di lanciare anatemi di scisma a destra e a manca, mettendosi al posto del Papa e della sua Suprema Sacra Congregazione e soprattutto dovrebbe lasciare al teologo la teologia: “a ciascuno il suo mestiere”.

Se un cronista, un polemista, un politologo o un “filosofo-politico” si mette a fare teologia, che è la più alta e difficile delle scienze in quanto ha come oggetto Dio sub ratione deitatis, rischia i prendere “lucciole per lanterne”, soprattutto se non esprime dubbi, domande, opinioni, ma emette censure irrevocabili e certe, poiché non ha studiato in maniera sistematica e scientifica filosofia e teologia scolastica e non sa esattamente di cosa stia parlando, pur essendo animato da ottime intenzioni.


D. CURZIO NITOGLIA
28 settembre 2010

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Santi Arcangeli Michele, Gabriele e Raffaele (f) 29 settembre

29 SETTEMBRE
SANTI ARCANGELI
MICHELE, GABRIELE E RAFFAELE
Festa
San Michele Arcangelo
Michele, nome ebraico che vuol dire « Chi è come Dio? » viene ricordato nel libro di Daniele del popolo eletto (Dan 10,13 e 12,1). La lettera di san Giuda (v. 9) lo presenta in lotta contro Satana per il corpo di Mosè. Anche l’Apocalisse (12,7) ricorda il combattimento di Michele e dei suoi angeli contro il drago. La liturgia dei defunti lo vuole accompagnatore delle anime. Molto venerato dagli Ebrei divenne presto assai popolare nel culto cristiano. Il 29-IX cade l’anniversario della dedicazione di una chiesa in suo onore sulla via Salaria (sec. V). 
Leone XIII e l'Arcangelo San Michele

Leone XIII e l'Arcangelo San MicheleIl 20 febbraio 1878 al termine di un conclave durato solo 36 ore il cardinale Gioacchino Pecci fu eletto papa e prese il nome di Leone XIII ( 1810- 1903).  Molte persone, oggi anziane, ricordano che, prima della Riforma liturgica del Concilio Vaticano II, il celebrante ed i fedeli si mettevano in ginocchio, alla fine di ogni messa, per recitare una preghiera alla Madonna ed una al Principe degli Angeli, scritta dal papa Leone XIII, che diceva: “San Michele Arcangelo, difendici nella battaglia, contro le malvagità e le insidie del demonio sii nostro aiuto. Ti preghiamo supplici: che il Signore lo comandi! E tu, Principe delle milizie celesti, con la potenza che ti viene da Dio, ricaccia nell’inferno Satana e gli altri spiriti maligni che si aggirano per il mondo a perdizione delle anime”. Uno dei segretari di Leone XIII, il padre Domenico Penchenino scrisse sull’origine di tale preghiera a San Michele: “Non ricordo l’anno preciso. Un mattino il grande pontefice Leone XIII aveva celebrato la Santa Messa e stava ...
... assistendone ad un’altra di ringraziamento, come al solito. Ad un tratto lo si vide drizzare energicamente il capo, poi fissare intensamente qualche cosa, al di sopra del capo del celebrante. Guardava fisso, senza batter palpebre, ma con un senso di terrore e di meraviglia, cambiando colori e lineamenti. Qualcosa di strano, di grande, avveniva in lui. Finalmente, come rinvenendo in sé, dando un leggero ma energico tocco di mano, si alza. Lo si vede avviarsi verso il suo studio privato. I familiari lo seguono con premura e ansiosi gli dicono sommessamente: Santo Padre, non si sente bene? Ha bisogno di qualcosa? Risponde: Niente, niente. Dopo una mezz’ora fa chiamare il segretario della Congregazione dei Riti e, porgendogli un foglio, gli ingiunge di farlo stampare e di farlo avere a tutti gli Ordinari del mondo. Che cosa conteneva? La preghiera che recitiamo al termine della invocazione al Principe delle milizie celesti, implorando Dio che ricacci Satana all’inferno”. Il cardinale Nasalli Rocca, a tal riguardo, testimoniò: “Leone XIII scrisse egli stesso quella preghiera. La frase “i demoni che si aggirano per il mondo a perdizione delle anime” ha una spiegazione storica, a noi più volte riferita dal suo segretario particolare, mons. Rinaldo Angeli. Leone ebbe veramente la visione degli spiriti infernali che si addensavano sulla Città Eterna, e da quella esperienza venne la preghiera che volle far recitare in tutta la Chiesa. Non solo, ma scrisse di sua mano uno speciale esorcismo contenuto nel Rituale Romano. Questi esorcismi, egli raccomandava ai vescovi e ai sacerdoti di recitarli spesso nelle loro diocesi e parrocchie. Egli lo recitava spessissimo durante il giorno”. E’ triste dover constatare che proprio oggi, nel primo decennio  del terzo Millennio, in un tempo in cui è più che mai urgente fare appello all’Arcangelo Michele in difesa della Chiesa contro i nemici diabolici all’interno o all’esterno di essa, vi è un grande decadimento della devozione a San Michele.
Nel 1987 Giovanni Paolo II, in visita al santuario di San Michele Arcangelo, sul monte Gargano, ebbe a dire: “Questa lotta contro il demonio, che contraddistingue la figura dell’Arcangelo Michele, è attuale anche oggi, perché il demonio è tuttora vivo e operante nel mondo. In questa lotta, l’Arcangelo Michele è a fianco della Chiesa per difenderla contro le tentazioni del secolo, per aiutare i credenti a resistere al demonio che come leone ruggente va in giro cercando chi divorare”.
Nel 1994, il Papa ebbe a dire, riguardo alla famosa preghiera a San Michele: “Anche se oggi questa preghiera non viene più recitata al termine della celebrazione eucaristica, invito tutti a non dimenticarla, ma a recitarla per ottenere di essere aiutati nella battaglia contro le forze delle tenebre e contro lo spirito di questo mondo”. L’associazione cattolica “Milizia di San Michele Arcangelo” che ha la sua sede centrale presso la parrocchia di Santa Maria la Nova nel comune di Campagna  in  provincia e diocesi di Salerno in questi mesi ha spedito migliaia di cartoline al Santo Padre Benedetto XVI chiedendo umilmente al papa di indire un anno in tutta la Chiesa, in onore di San Michele e di rimettere in obbligo di nuovo dopo la Santa Messa l’invocazione di papa Leone XIII all’Arcangelo. ( Per informazioni sulle cartoline da inviare a Benedetto XVI  telefonare a don Marcello Stanzione tel. Parrocchia 0828 44212 o cell. 333 63 00 481).
Don Marcello Stanzione (Ri-Fondatore della M.S.M.A.)
  Preghiera di Papa Leone XIII all'Arcangelo San Michele
PRINCEPS gloriosissime caelestis militiae, sancte Michael Archangele, defende nos in proelio et colluctatione, quae nobis adversus principes et potestates, adversus mundi rectores tenebrarum harum, contra spiritualia nequitiae, in caelestibus. Veni in auxilium hominum, quos Deus creavit inexterminabiles, et ad imaginem similitudinis suae fecit, et a tyrannide diaboli emit pretio magno. Proeliare hodie cum beatorum Angelorum exercitu proelia Domini, sicut pugnasti contra ducem superbiae luciferum, et angelos eius apostaticos: et non valuerunt, neque locus inventus est eorum amplius in coelo. Sed proiectus est draco ille magnus, serpens antiquus, qui vocatur diabolus et satanas, qui seducit universum orbem; et proiectus est in terram, et angeli eius cum illo missi sunt.
En antiquus inimicus et homicida vehementer erectus est. Transfiguratus in angelum lucis, cum tota malignorum spirituum caterva late circuit et invadit terram, ut in ea deleat nomen Dei et Christi eius, animasque ad aeternae gloriae coronam destinatas furetur, mactet ac perdat in sempiternum interitum. Virus nequitiae suae, tamquam flumen immundissimum, draco maleficus transfundit in homines depravatos mente et corruptos corde; spiritum mendacii, impietatis et blasphemiae; halitumque mortiferum luxuriae, vitiorum omnium et iniquitatum.
Ecclesiam, Agni immaculati sponsam, faverrrimi hostes repleverunt amaritudinibus, inebriarunt absinthio; ad omnia desiderabilia eius impias miserunt manus. Ubi sedes beatissimi Petri et Cathedra veritatis ad lucem gentium constituta est, ibi thronum posuerunt abominationis et impietatis suae; ut percusso Pastore, et gregem disperdere valeant.
Adesto itaque, Dux invictissime, populo Dei contra irrumpentes spirituales nequitias, et fac victoriam. Te custodem et patronum sancta veneratur Ecclesia; te gloriatur defensore adversus terrestrium et infernorum nefarias potestates; tibi tradidit Dominus animas redemptorum in superna felicitate locandas. Deprecare Deum pacis, ut conterat satanam sub pedibus nostris, ne ultra valeat captivos tenere homines, et Ecclesiae nocere. Offer nostras preces in conspectu Altissimi, ut cito anticipent nos misericordiae Domini, et apprehendas draconem, serpentem antiquum, qui est diabolus et satanas, ac ligatum mittas in abyssum, ut non seducat amplius gentes.
Visitate il sito della Milizia di San Michele Arcangelo (M.S.M.A.).
San Gabriele Arcangelo

Gabriele «forza di Dio», si presentò a Zaccaria come «colui che sta al cospetto di Dio» (Lc 1,19). Portare l’annuncio di Dio è il compito che gli riconosce Daniele (8,16; 9,21): annunziò infatti la nascita del Battista e di Gesù Cristo (Lc 1,5-22.26-38).
San Raffaele Arcangelo

Raffaele, «Dio ha curato», compare nel libro di Tobia come accompagnatore nel viaggio del giovane Tobia e come portatore di salvezza al vecchio padre cieco.

San Luca mostra sovente l’intervento degli angeli nelle origini della Chiesa perché con la venuta di Cristo l’umanità è entrata nell’èra definitiva in cui Dio è vicino all’uomo e il cielo è unito alla terra. Essi vengono da Dio «inviati in servizio, a vantaggio di coloro che devono essere salvati» (Ebr 1,14). La nostra «azione di grazie», l’ Eucaristia, è una «concelebrazione» (cf LG 50) in cui ci uniamo agli Angeli nel triplice canto: «Santo, Santo, Santo il Signore Dio dell’universo».


L'appellativo «angelo» designa l'ufficio, non la natura

Dalle «Omelie sui vangeli» di san Gregorio Magno, papa
(Om. 34, 8-9; PL 76, 1250-1251)

È da sapere che il termine «angelo» denota l'ufficio, non la natura. Infatti quei santi spiriti della patria celeste sono sempre spiriti, ma non si possono chiamare sempre angeli, poiché solo allora sono angeli, quando per mezzo loro viene dato un annunzio. Quelli che recano annunzi ordinari sono detti angeli, quelli invece che annunziano i più grandi eventi son chiamati arcangeli.

Per questo alla Vergine Maria non viene inviato un angelo qualsiasi, ma l'arcangelo Gabriele. Era ben giusto, infatti, che per questa missione fosse inviato un angelo tra i maggiori, per recare il più grande degli annunzi.

A essi vengono attribuiti nomi particolari, perché anche dal modo di chiamarli appaia quale tipo di ministero è loro affidato. Nella santa città del cielo, resa perfetta dalla piena conoscenza che scaturisce dalla visione di Dio onnipotente, gli angeli non hanno nomi particolari, che contraddistinguano le loro persone. Ma quando vengono a noi per qualche missione, prendono anche il nome dall'ufficio che esercitano.
Così Michele significa: Chi è come Dio?, Gabriele: Fortezza di Dio, e Raffaele: Medicina di Dio.

Quando deve compiersi qualcosa che richiede grande coraggio e forza, si dice che è mandato Michele, perché si possa comprendere, dall'azione e dal nome, che nessuno può agire come Dio. L'antico avversario che bramò, nella sua superbia, di essere simile a Dio, dicendo: Salirò in cielo (cfr. Is 14, 13-14), sulle stelle di Dio innalzerò il trono, mi farò uguale all'Altissimo, alla fine del mondo sarà abbandonato a se stesso e condannato all'estremo supplizio. Orbene egli viene presentato in atto di combattere con l'arcangelo Michele, come è detto da Giovanni: «Scoppiò una guerra nel cielo: Michele e i suoi angeli combattevano contro il drago» (Ap 12, 7).

A Maria è mandato Gabriele, che è chiamato Fortezza di Dio; egli veniva ad annunziare colui che si degnò di apparire nell'umiltà per debellare le potenze maligne dell'aria. Doveva dunque essere annunziato da «Fortezza di Dio» colui che veniva quale Signore degli eserciti e forte guerriero.

Raffaele, come abbiamo detto, significa Medicina di Dio. Egli infatti toccò gli occhi di Tobia, quasi in atto di medicarli, e dissipò le tenebre della sua cecità. Fu giusto dunque che venisse chiamato «Medicina di Dio» colui che venne inviato a operare guarigioni.


 Augusta Regina del Cielo  e Sovrana degli Angeli,  Tu che hai ricevuto da Dio  il potere e la missione  di schiacciare la testa a Satana,  Ti chiediamo umilmente  di mandarci le legioni celesti  perché al Tuo comando,  inseguano i demoni,  li combattano dappertutto,  reprimano la loro audacia  e li respingano nell'abisso .
O eccelsa Madre di Dio,  invia anche San Michele,  l'invincibile capo degli eserciti del Signore,  nella lotta contro gli emissari dell'Inferno tra gli uomini.  Distruggi i piani degli empi  e umilia tutti coloro che vogliono il male.  Ottieni loro la grazia  del ravvedimento e della conversione,  affinché essi  diano onore  al Dio vivente Uno e Trino e a Te.  O nostra potente protettrice,  per mezzo dei risplendenti Spiriti celesti,  custodisci su tutta la terra le chiese,  i luoghi sacri  e specialmente il Santissimo Sacramento dell'altare.  Impedisci ogni profanazione ed ogni distruzione.  Gli Angeli sono ogni istante  in attesa di un tuo cenno  e bruciano dal desiderio di esaudirlo. 
O Madre celeste,  proteggi infine  anche le nostre cose e le nostre abitazioni  dalle insidie dei nemici.  Fa che i santi Angeli dimorino sempre in esse  e vi portino la benedizione dell'Altissimo.  Chi è come Dio?  Chi è come te, o Maria?  Tu che sei la Regina degli Angeli e la vincitrice di Satana?  O buona e tenera Madre,  Tu sarai sempre  il nostro amore e la nostra speranza.  O Madre divina,  invia i Santi Angeli per difenderci  e per respingere lungi da noi  il crudele nemico infernale.  Santi Angeli ed Arcangeli difendeteci e custoditeci.
Amen.
1 Padre Nostro, 1 Ave Maria, 1 Gloria.

martedì 28 settembre 2010

Il “punctum dolens” di tutt’il contenzioso tra Fraternita' San Pio X e Vaticano si chiama Tradizione...Di Monsigor Brunero Gherardini .

 
 
Durante un amichevole incontro, alcuni amici m’han chiesto quale potrebb’esser il domani della Fraternità S. Pio X, a conclusione dei colloqui in atto fra la medesima e la Santa Sede. Ne abbiam parlato a lungo ed i pareri eran discordi. Per questo esprimo il mio anche per iscritto, nella speranza – se non è presunzione e Dio me ne guardi! - che possa giovare non solo agli amici, ma anche alle parti dialoganti.
Rilevo anzitutto che nessuno è profeta né figlio di profeti. Il futuro è nelle mani di Dio. Qualche volta è possibile preordinarlo, almeno in parte; in altre, ci sfugge del tutto. Bisogna inoltre dare atto alle due parti, finalmente all’opera per una soluzione dell’ormai annoso problema dei “lefebvriani”, che fin ad oggi han lodevolmente ed esemplarmente mantenuto il dovuto silenzio sui loro colloqui. Tale silenzio, però, non aiuta a preveder i possibili sviluppi.
Di “voci”, peraltro, se ne sentono; e non poche. Quale sia il loro fondamento è un indovinello. Prenderò dunque in esame qualcuno dei pareri espressi nell’occasione predetta e dirò poi articolatamente il mio.
  1. Ci fu chi giudicava positivo un recente invito ad “uscire dal bunker nel quale s’è asserragliata durante il postconcilio per difendere la Fede dagli attacchi del neomodernismo”. Fu facile rilevare la difficoltà d’un giudizio a tale riguardo. Che la Fraternità sia stata per alcuni decenni nel bunker è evidente; purtroppo c’è ancora. Non è invece evidente se vi sia entrata da sé, o se vi sia stata da qualcuno, o dagli avvenimenti sospinta. A me pare che, se proprio vogliamo parlare di bunker, sia stato Mons. Lefebvre ad imprigionarvi la sua Fraternità quel 30 giugno 1998, quando, dopo due richiami ufficiali ed una formale ammonizione perché recedesse dal progettato atto “scismatico”, ordinò vescovi quattro dei suoi sacerdoti. Fu, quello, il bunker non dello scisma formalmente inteso, perché pur essendo “rifiuto della sottomissione al Sommo Pontefice” (CJC 751/2), mancò il dolo e l’intenzione di crear un’anti-chiesa, fu anzi determinato dall’amore alla Chiesa e da una sorta di “necessità” incombente per la continuità della genuina Tradizione cattolica, seriamente compromessa dal neomodernismo postconciliare. Ma bunker fu: quello d’una disobbedienza ai limiti della sfida, del vicolo chiuso e senza prospettive d’un possibile sbocco. Non quello della salvaguardia di valori compromessi.

    E’ difficile capire in che senso, “per difendere la Fede dagli attacchi del neomodernismo”, fosse proprio necessario “asserragliarsi in un bunker”. Vale a dire: lasciar libero il passo all’irrompere dell’eresia modernista. E di fatto il passo fu ininterrottamente contrastato. Se pur in una posizione di condanna canonica, e quindi fuori dai ranghi dell’ufficialità ma con la consapevolezza di lavorare per Cristo e per la sua Chiesa, una santa cattolica apostolica e romana, la Fraternità attese anzitutto alla formazione del clero, questo essendo il suo compito specifico, fondò e diresse seminari, promosse e sostenne dibattiti teologici talvolta d’alto profilo, pubblicò libri di rilevante valore ecclesiologico, dette conto di sé mediante fogli d’informazione interna ed esterna: il tutto allo scoperto, dimostrando di quale forza – lasciata purtroppo ai margini - la Chiesa potrebbe avvalersi per la sua finalità d’universale evangelizzazione. Che gli effetti dell’attiva presenza lefebvriana possan esser giudicati modesti o che di fatto non sian molto appariscenti, può dipender da due ragioni:
    • dalla condizione canonicamente abnorme in cui opera,
    • e dalle sue dimensioni; si sa che la mosca tira il calcio che può.

    Ma io son profondamente convinto che proprio per questo si dovrebbe ringraziare la Fraternità la quale, in un contesto di secolarizzazione ormai ai margini d’un’era post-cristiana, ed anche di non dissimulata antipatia verso di essa, ha tenuto e tiene ben alta la fiaccola della Fede e della Tradizione.
  2. Nell’occasione richiamata all’inizio, qualcuno riferì d’una conferenza durante la quale la Fraternità fu invitata ad aver maggior fiducia nel mondo ecclesiale contemporaneo, ricorrendo se necessario a qualche compromesso, perché la “salus animarum” esige – l’avrebbe detto un lefefbvriano – che si corra anche questo rischio. Sì, ma non certamente il rischio di “compromettere” la propria e l’altrui eterna salvezza.

    E’ probabile che le parole tradiscan le intenzioni. O che non si conosca il valore delle parole. Se c’è una cosa che, in materia di Fede, è doveroso evitare, è il compromesso. E il richiamarsi della Fraternità – così come d’ogni autentico seguace di Cristo - al “Sì sì, no no” di Mt 5,37 (Giac 5,12) è l’unica risposta alla prospettiva del compromesso. Il testo citato continua dicendo: “tutto il resto vien dal maligno”: dunque anche e segnatamente il compromesso. Almeno nella sua accezione di rinunzia ai propri principi morali ed alle proprie ragioni di vita.

    A dir il vero, anche a me, da quando i colloqui tra Santa Sede e Fraternità ebbero inizio, era arrivata la voce d’un possibile compromesso. Cioè d’un comportamento indegno, dal quale la stessa Santa Sede immagino che rifugga per prima. Un compromesso su quanto non impegna la confessione dell’autentica Fede, è possibile e talvolta plausibile; non lo è mai ai danni dei valori non negoziabili. Sarebbe oltretutto una contraddizione in termini, perché anche il compromesso è un “negotium”. Ed un negozio a rischio: il naufragio della Fede. Mi ripugna, pertanto, il solo pensare che la Santa Sede lo proponga o l’accetti: otterrebbe molto meno d’un piatto di lenticchie e s’addosserebbe la responsabilità d’un illecito gravissimo. Mi ripugna del pari il pensiero d’una Fraternità che, dop’aver fatto della Fede senza sconti la bandiera della sua stessa esistenza, scivoli sulla buccia di banana del rifiuto della sua stessa ragion d’essere.

    Aggiungo che, a giudicare da qualche indizio forse non del tutto infondato, la metodologia messa bilateralmente in atto non sembra aprire grandi prospettive. E’ la metodologia del punto contro punto: Vaticano II sì, Vaticano II no, o sì se. Cioè a condizione che dall’una o dall’altra parte, o da ambedue, s’abbassi la guardia. Una resa a discrezione? Per la Fraternità il mettersi nelle mani della Chiesa sarebbe l’unico comportamento veramente cristiano, se non ci fosse la ragione per cui nacque e per cui dette vita al suo Aventino. Cioè quel Vaticano II che, specie con alcuni dei suoi documenti sta letteralmente all’opposto di ciò in cui essa crede e per cui opera. Con tale metodologia, non s’intravede una via di mezzo: o la capitolazione, o il compromesso.

    Un esito così esiziale potrebb’esser evitato seguendo una metodologia diversa. Il “punctum dolens” di tutt’il contenzioso si chiama Tradizione. Ad essa è costante il richiamo dell’una e dell’altra parte, che peraltro hanno, della Tradizione, un concetto nettamente alternativo. Papa Wojtyla dichiarò ufficialmente “incompleta e contraddittoria” la Tradizione difesa dalla Fraternità. Si dovrebbe pertanto dimostrar il perché dell’incompletezza e della contraddittorietà, ma ancor più impellente è la necessità che le parti addivengano ad un concetto comune, ossia bilateralmente condiviso. Un tale concetto diventa allora il famoso pettine al quale arrivan tutt’i problemi. Non c’è problema teologico e di vita ecclesiale che non abbia nel detto concetto la sua soluzione. Se, dunque, si continua a dialogare mantenendo, l’una e l’altra parte, il proprio punto di partenza, o si darà vita ad un dialogo fra sordi, o, per dimostrare che non si è dialogato invano, si darà libero accesso al compromesso. Soprattutto se accettasse la tesi dei “contrasti apparenti” perché determinati non da dissensi di carattere dogmatico, ma dalle sempre nuove interpretazioni dei fatti storici, la Fraternità dichiarerebbe la sua fine, miseramente sostituendo la sua Tradizione, ch’è quella apostolica, con la vaporosa ed inconsistente e disomogenea Tradizione vivente dei neomodernisti.
  3. Un’ultima questione trattammo nel nostro amichevole incontro, esprimendo più speranze che previsioni concretamente fondate: il futuro della Fraternità. In argomento è sceso pure, recentemente, il sito “cordialiter blogstop.com”con un’idilliaca anticipazione del roseo domani che già arriderebbe alla Fraternità: un nuovo – nuovo? per ora, non ne ha mai avuto uno – “status” canonico, inizio della fine del modernismo, priorati presi d’assalto dai fedeli, Fraternità trasformata in “superdiocesi autonoma”. Anch’io mi riprometto molto dalla sperata composizione per la quale si sta lavorando, ma con i piedi un po’ più per terra. Tento d’acuire lo sguardo e di vedere che cosa potrebbe domani accadere. Lo specifico della Fraternità, l’ho già ricordato, è la preparazione al sacerdozio e la cura delle vocazioni sacerdotali. Non dovrebbe aprirsi per essa un campo diverso da quello dei Seminari, questo essendo il suo vero campo di battaglia: propri e non propri, nei Seminari assai più che altrove o più che altrimenti potrebbero esprimersi la natura e le finalità della Fraternità.

    Sotto quale profilo canonico? Non è facile prevederlo. Mi pare, comunque, che l’esser una Fraternità sacerdotale dovrebbe suggerirne l’assetto canonico in una forma di “Società Sacerdotale”, sotto il supremo governo della Congregazione “per gl’Istituti di Vita Consacrata e le Società di Vita Apostolica”. Inoltre, l’aver essa già quattro Vescovi potrebbe suggerire, come soluzione, una “Praelatura” di cui la Santa Sede, al momento opportuno, potrà precisare l’esatta configurazione giuridica. Non mi sembra questo, tuttavia, il problema principale. Più importante è, senza dubbio, sia la composizione all’interno della Chiesa d’un contenzioso poco comprensibile nel tempo del dialogo con tutti, sia la liberalizzazione d’una forza compatta attorno all’idea e all’ideale della Tradizione, perché possa operare non dal bunker ma alla luce del sole e com’espressione viva ed autentica della Chiesa.
27 sett. 2010
Brunero Gherardini 
 

La CEI stravolge il significato della Liturgia capovolgendo i ruoli all'interno di Essa...


“Tutta la ricchezza di ministeri e i diversi compiti dei ministri non dovranno far dimenticare che il vero soggetto della celebrazione è sempre l’assemblea dei fedeli (cf SC 26)” [CEI, Nota pastorale: Il rinnovamento liturgico in Italia, Roma 1983, n. 10].






Questa concezione può portare all'eresia del negare il ruolo primario del Sacerdozio, attribuendo all'assemblea un ruolo assolutamente non veritiero, difatti il vero soggetto della Celebrazione è il Sacerdote che agendo in "Persona Christi"  opera come mediatore presso il Padre. Il Popolo non è il soggetto ma è l'oggetto beneficiario dell'azione salvifica di Dio. E successivamente tratteremo di questo nefasto pensiero, in riferimento alla dottrina eretica Neocatecumenale


punto del "Piano massonico di distruzione della Chiesa Cattolica", dato ai Vescovi collusi con la satanica setta nel 1962.
Vietate la Liturgia Latina della Messa, Adorazione e Canti, giacché essi comunicano un sentimento di mistero e di deferenza. Presentateli come incantesimi di indovini. Gli uomini smetteranno di ritenere i Sacerdoti come uomini di intelligenza superiore, da rispettare come portatori dei Misteri Divini.




Ora mettiamo in parallelo questo punto del Piano massonico con la dottrina eretica Neocatecumenale:


Cosa pensino Kiko e Carmen in merito alla celebrazione eucaristica in lingua latina è facilmente immaginabile, ma ascoltiamolo direttamente da loro nella Catechesi sull’Eucarestia presente negli “Orientamenti alle equipes dei catechisti per la fase di conversione” ed esattamente nel punto in cui trattano del rinnovamento liturgico del Vaticano II: (OR., pp. 285/335)
“Dopo tutto quello che abbiamo detto possiamo capire un po' il rinnovamento liturgico del Concilio Vaticano II.
Abbiamo visto come l'Eucarestia primitiva lungo il corso della storia, si andò ricoprendo di paludamenti che offuscavano la sua luce. Perciò la prima cosa che il rinnovamento al quale assistiamo ha fatto è stata quella di togliere tutte quelle cose che erano state introdotte nella Messa, che sono secondarie e che oscurano ciò che é principale.
E' stato abbandonato l'ultimo Vangelo, si abbandonarono le preghiere ai piedi dell'altare, si abbandonarono le tre avemaria, ecc.. Il rinnovamento è un ripulire da tutto il rivestimento che c'era,perché il nucleo e il contenuto che era nascosto sia visto in tutto il suo splendore. Così si cominciano a recuperare le cose realmente importanti.
Si sta recuperando l'assemblea si abbandonano gli altari laterali e le messe simultanee. Tuttavia non ci sarà una vera assemblea se non sorgeranno comunità che vivano dello Spirito per esultare in comunione.
Si è tradotta la lingua latina nelle varie lingue volgari perché tutti possano capire. Rendetevi conto delle aberrazioni a cui si era arrivati: leggere la Parola con le spalle al pubblico e in una lingua che non si capiva, è come se ora io vi parlassi dandovi le spalle."

Questi cosiddetti iniziatori di un cammino di conversione, all'interno del quale non fanno che ripetere l’importanza di Dio come priorità nella vita, che citano la Scrittura profetica laddove dice di non volgere le  spalle a Dio  ma  piuttosto  la faccia, che predicano continuamente il santo distacco dalle creature (mettendolo in pratica nel modo più grossolano possibile: trattando male e senza carità il prossimo) si scandalizzerebbero perché un ministro di Dio, mentre celebra i Sacri Misteri, si preoccupa di alzare la faccia al suo Dio che sta invocando e non di volgergli le spalle: essi chiamano “aberrante” volgere le spalle al popolo e non a Dio, dicono che è aberrante avere più riguardo di Dio che dell’uomo, essi chiamano “aberrante” che il sacerdote mettendosi alla guida di tutto il popolo indichi fisicamente ad esso verso dove volgersi, per guardare tutti dalla stessa parte: verso l’Oriente, per intraprendere e reintraprendere ad ogni celebrazione questo mistico Esodo che la Chiesa fa per arrivare, attraverso il Figlio, fino al Padre.
Bene profetava di questa gente Isaia quando disse: “Verranno giorni in cui si giungerà a chiamare male il bene e bene il male.” Allo stesso modo essi deplorano l’Adorazione Eucaristica, i canti sacri della tradizione della Chiesa (a parte naturalmente i pessimi canti di Kiko Arguello –gli unici ammessi - che tutto ispirano tranne che mistero e deferenza) ed ogni altra forma di devozione ai santi, e tanto meno alla Vergine Santa e a Nostro Signore. Alle pagg. 329/331 della suddetta catechesi Carmen afferma:
“Le teologie del sec. XVI non sono altro che elucubrazioni mentali senza un’esperienza biblica… Il mistero si incentra sulla Presenza… La Chiesa cattolica diventa ossessionata riguardo alla Presenza reale, tanto che per essa è tutto Presenza reale…
“Cominciano le grandi esposizioni del Santissimo (prima mai esistite), perché la Presenza era in funzione della celebrazione eucaristica e non il contrario.”
“Il pane e il vino non sono fatti per essere esposti, perché vanno a male… sono fatti per essere mangiati e bevuti.”
“Io sempre dico ai Sacramentini, che hanno costruito un tabernacolo immenso: se Gesù Cristo avesse voluto l’Eucarestia per stare lì, si sarebbe fatto presente in una pietra che non va a male.”
“Invece da Trento in poi si celebrerà la Messa per consacrare ed avere presente Gesù Cristo e metterlo nel tabernacolo.”
“In molti conventi di monache si dice la Messa per riempire il Tabernacolo. Abbiamo trasformato l’Eucarestia che era un canto al Cristo glorioso, nel divino prigioniero del tabernacolo.”
“In questa epoca incomincia il Corpus Cristi, le esposizioni solennissime del Santissimo, le processioni col Santissimo, le Messe sempre più private, le visite al Santissimo e tutte le devozioni eucaristiche …”(OR, pp. 329-330).
“Come cosa separata dalla celebrazione cominciano le famose devozioni eucaristiche: l’adorazione, le genuflessioni durante la messa ad ogni momento, l’elevazione perché tutti adorino…
“L’adorazione e la contemplazione sono specifiche della Pasqua, ma dentro la celebrazione, non come cose staccate” (OR, p. 331).

Un accenno merita anche la concezione di sapore del tutto gnostico che Kiko ha del concetto di Mistero:
"Per S. Paolo dunque il Mistero è qualche cosa che si può conoscere, una illuminazione della mente, qualcosa cui si può essere iniziati (cfr. Ef. 1, 18), cui si può partecipare. Non è cioè qualcosa di incomprensibile alla nostra ragione, da credere per fede, come siamo abituati a pensare noi con la nostra mentalità razionalistica. "Mistero" anzi vuol dire capire meglio; essere illuminati su una realtà che prima era nascosta. Vuol dire "iniziazione". Entrare nella vita di Dio, entrare in una comunicazione cosmica perché Dio vuole che partecipiamo al suo piano di salvezza, che è un piano nel quale entra tutto l'universo." (OR, pag. 286)
Neanche l’attitudine alla deferenza verso Dio ha molto senso in Cammino: di questo tratterò al Punto N. 6 laddove parlerò della distruzione lenta e progressiva del Santo Timore di Dio, logico risultato di una mentalità che rifugge dall’inginocchiarsi davanti a Dio, dall'adorarLo, e dal pentirsi dei propri peccati, atteggiamenti  considerati alla  stregua di quelli dei  pagani che hanno paura delle divinità e che in Cammino vengono definiti in tono dispregiativo “religione naturale”, senso religioso di tipo pagano, che deve essere assolutamente debellato assieme a tutte le forme di devozione personale di tradizione cattolica. Perciò tutta la tradizione millenaria della Chiesa cattolica: dalla Messa in latino, all’Adorazione eucaristica a tutte le devozioni spirituali vengono da essi presentate non solo come “incantesimi di indovini” ma molto peggio come atti di un indegno culto pagano.
Ed ora veniamo ad un punto essenziale: all’azione sistematica e meticolosa con cui Kiko e Carmen si sono preoccupati con il loro indottrinamento di azzerare nei cuori e nelle menti dei neocatecumeni ogni traccia di stima ed il rispetto verso i Sacerdoti ed il Ministero Sacerdotale Ordinato. Essi hanno insegnato che il Sacerdote – anzi: il “Presbitero” perché “Sacerdote” sarebbe un termine pagano – non è più “consacrato a Dio” di un comune battezzato, che pertanto non ha affatto una dignità maggiore  a cui va dato rispetto, che non è un “separato” dal mondo per Dio e non intercede affatto per i fedeli, perché SIAMO TUTTI SACERDOTI! Al contrario il Ministero Sacerdotale sarebbe una sorta di servizio reso al sacerdozio comune dei laici e pertanto il Presbitero è il servitore della comunità, quindi… “l’ultima ruota del carro”. Questo sciagurato insegnamento è talmente penetrato nei catechisti ed in tutti gli altri fratelli che i Presbiteri vengono trattati sempre con troppa irrispettosa familiarità da tutti, mai chiamati con l’appellativo proprio del loro Ordine ma solo col nome di Battesimo, sovente redarguiti da chiunque come fossero comuni fratelli, spesso non consultati sulle decisioni che di prassi spettano solo ai catechisti e che loro debbono soltanto eseguire, lasciati volutamente in minoranza nella Celebrazione eucaristica dove hanno pochissima autonomia di espressione (omelie molto brevi, meglio se semplici risonanze personali) ed anche durante la Penitenziale, per le Confessioni viene sempre loro raccomandato di non fare “sermoni  alla gente” e di non fare “direzione spirituale” ma di essere molto brevi. Ecco in merito a ciò quello che riescono a dire questi “grandi profeti”:

“Non abbiamo nemmeno sacerdoti nel senso di persone che separiamo da tutti gli altri perché in nostro nome si pongano in contatto con la divinità. Perché il nostro sacerdote, colui che intercede per noi è Cristo. E siccome siamo il suo corpo, siamo tutti sacerdoti. Tutta la Chiesa è sacerdotale nel senso che intercede per il mondo. E’ vero che questo sacerdozio si visibilizza in un servizio e vi sono alcuni fratelli che sono i servitori di questo sacerdozio, ministri del sacerdozio” (OR, pp. 56-57).
“Il prete deve essere, nella religiosità naturale, un uomo povero, con il vestito rattoppato, molto casto, per essere un buon ponte tra Dio e gli uomini. Ma questo non è cristiano. L’altro giorno Farnes davanti a cinquanta preti diceva: il sacerdozio nel Cristianesimo non esiste, i templi non esistono, gli altari non esistono. (1°SCR, p. 54).
 “Il presbitero sta facendo un ministero in nome di tutti noi, parla in nome della nostra assemblea, unito a Gesù Cristo chiede al Padre per noi. Ha un ministero perché rappresenta l’Assemblea. Siamo tutti sacerdoti, siamo il Corpo di Gesù Cristo, abbiamo una missione per il mondo; vedendo noi il mondo conoscerà Dio. Ma il presbitero è il ministro del nostro sacerdozio, questo è molto importante; in questa assemblea sta facendo un ministero sacerdotale come tutti noi ne stiamo facendo un altro. Lui va, in nome di tutta la nostra assemblea, ad alzare al Signore la nostra preghiera. Va a chiedere al Signore che abbia pietà di noi e ci dia il suo Spirito per ascoltare la sua Parola e perché possiamo convertirci e perdonarci gli uni gli altri” (PR, p. 55).

Perciò secondo Kiko a Carmen i Sacerdoti  non sarebbero dispensatori in Nome di Dio dei Misteri e della Grazia Divina, essi non rappresentano Cristo Sommo Sacerdote ma al contrario rappresenterebbero l’assemblea che invoca Dio, sarebbero quindi i servi dei “veri sacerdoti”: i laici!… Più screditati e demoliti di così!…
Vediamo dunque quanto la protestantissima dottrina Kikiana obbedisca fedelmente e minuziosamente alle direttive di questo quarto punto massonico , che il Cammino Neocatecumenale sta attuando da quarant'anni nei più minimi particolari, e vediamo anche a quale evidente dottrina eretica si stanno rifacendo i Vescovi della CEI (che sono i successori di coloro che nel 1962 ricevettero quel Piano...) quando sostengono che il vero "soggetto" della celebrazione è l'assemblea dei fedeli: alla dottrina predicata dai più radicali ed agguerriti apri-pista del cosiddetto "rinnovamento liturgico" portato dal Vaticano II: Kiko Arguello e Company.

scritto da  Anna Rita Onofri

Israele, giudaismo e sionismo...

rabbinoIl sionismo visto da un rabbino antisionista
di Ahron Cohen - 23/03/2009


Conferenza del Rabbino Ahron Cohen alla Birmingham University, Inghilterra, 26 Febbraio 2003[1]

Amici, è un onore avere l’opportunità di parlarvi oggi.

Io e i miei colleghi di Neturei Karta partecipiamo ad occasioni come questa perché riteniamo di avere il dovere sia religioso che umanitario di pubblicizzare il nostro messaggio, il più possibile. Così spero e prego che con l’aiuto del Creatore le mie parole e le nostre discussioni, qui, oggi, possano essere corrette e precise, nel loro contenuto e nelle loro conclusioni. Come vi è stato già detto, io sono un ebreo ortodosso (e cioè un ebreo che cerca di vivere la propria vita in totale accordo con la religione ebraica). Sono impegnato nell’adempimento dei doveri ecclesiastici all’interno della comunità ebraica e in particolare sono impegnato nell’educazione dei nostri giovani e nell’aiutarli a conseguire una condotta sana e corretta. E’ perciò di particolare interesse per me poter parlare a voi, un corpo studentesco, oggi.



Mi è stato chiesto di parlarvi del giudaismo e del sionismo. Questo argomento è naturalmente tremendamente importante alla luce dell’attuale situazione in Palestina, dove abbiamo – diciamolo – una parte, i sionisti (che sono anch’essi degli ebrei) desiderosi di imporre uno Stato “settario” sulla testa di una popolazione indigena, i palestinesi. Uno scontro che ha provocato spargimenti di sangue e brutalità di cui non si riesce a vedere la fine, a meno che vi sia un cambiamento davvero radicale.

I miei titoli per parlare di questo argomento derivano dall’essere uno dei molti ebrei ortodossi che simpatizzano completamente con la causa palestinese: noi protestiamo in modo veemente contro i terribili errori perpetrati in Palestina contro il popolo palestinese dall’illegittimo regime sionista.

La punta avanzata di quelli tra noi che sono impegnati, attivamente e regolarmente, in questa controversia sono chiamati Neturei Karta, termine che può essere tradotto in modo approssimativo come Guardiani della Fede. Non siamo un partito o un’organizzazione a parte, ma rappresentiamo fondamentalmente la filosofia rappresentativa di una parte significativa dell’ebraismo ortodosso.



Permettetemi innanzitutto di dichiarare in termini categorici che il giudaismo e il sionismo sono incompatibili. Essi sono diametralmente opposti.




La questione deve sicuramente apparire a molti di voi che oggi sono qui come un paradosso. Dopo tutto, tutti sanno che i sionisti sono ebrei e che il sionismo è a vantaggio degli ebrei. I palestinesi sono i nemici dei sionisti. Come può essere allora che io, un ebreo, possa simpatizzare con la causa palestinese?

Vorrei cercare di rispondere a questa domanda e tornare all’argomento della mia conferenza – il giudaismo e il sionismo – su due livelli: la fede religiosa e l’umanitarismo. Tenete presente che essere umanitari è anche un obbligo religioso fondamentale.

Prima di tutto dal punto di vista della fede religiosa ebraica. Dobbiamo esaminare qualche aspetto della storia del popolo ebreo e della sua fede basilare nel controllo dell’Onnipotente sul nostro destino e su ciò che l’Onnipotente vuole da noi. Tutto questo è fissato nei nostri insegnamenti religiosi, nella nostra Torah, e ci è stato insegnato nel corso delle generazioni dai nostri grandi leader religiosi. Rispetto a tutto ciò, esaminiamo anche la storia del sionismo, come si è sviluppata e quali sono i suoi scopi.

La nostra religione è per noi un modo di vivere totale. Ci mostra come vivere una vita al servizio dell’Onnipotente. Influenza ogni aspetto della nostra vita, dalla culla alla tomba. Quello che ci viene insegnato è quello che ci è stato rivelato dalla Divina Rivelazione, come viene descritta nella Bibbia, circa tremila e cinquecento anni fa, e cioè quando venne alla luce il popolo ebreo. Tutti i nostri obblighi religiosi, pratici e filosofici, sono fissati nella Torah, che comprende la Bibbia (il vecchio testamento) e un vasto codice di Insegnamenti Orali che ci sono stati trasmessi nel corso delle generazioni.

Come detto, la nostra religione è un modo di vivere totale che copre ogni aspetto della nostra vita. Un aspetto della nostra religione, soggetto a certe condizioni, è che ci verrà data una terra, la Terra Santa, conosciuta ora come Palestina, nella quale vivere e attuare vari doveri del nostro servizio all’Onnipotente.

Ora, prima che io prosegua, desidero sottolineare qualcosa che è davvero fondamentale per capire la differenza tra il giudaismo e il sionismo, e cioè che il concetto di nazionalità dell’ebraismo ortodosso è molto diverso dal concetto di nazionalità ritenuto dalla maggior parte dei popoli. La maggior parte dei popoli pensano che la nazione sia un popolo specifico che vive in una terra specifica. La terra è essenziale per l’identità di una nazione. Una religione ci può essere come ci può non essere, ma la religione è irrilevante per l’identità nazionale. Il concetto di nazionalità del giudaismo ortodosso, tuttavia, è quello di un popolo specifico con una religione specifica. E’ la religione che stabilisce l’identità nazionale. Una terra ci può essere come ci può non essere, la terra è irrilevante per l’identità nazionale ebraica.

Questo è confermato dal fatto che la nazione ebraica è stata senza una terra per 2000 anni, ma fino a quando ha conservato la propria religione ha conservato la propria identità.

Ora ho detto in precedenza che ci è stata data una terra, ma a certe condizioni. Le condizioni erano, fondamentalmente, che dovessimo conservare i valori morali, etici e religiosi più alti. Il popolo ebreo ha posseduto la terra per i primi millecinquecento anni della sua esistenza. Ma purtroppo le condizioni non furono adempiute al livello richiesto [dall’Onnipotente] e gli ebrei vennero esiliati dalla loro terra. Negli ultimi duemila anni circa, il popolo ebreo è rimasto in uno stato di esilio decretato dall’Onnipotente, perché non aveva conservato i valori richiesti. Questo stato di esilio è la situazione che permane fino ad oggi.


E’ una parte fondamentale della nostra fede accettare di buon animo l’esilio decretato dall’Onnipotente e non cercare di combattere contro di esso, o di farlo cessare con le nostre mani. Agire in tal modo costituirebbe una ribellione contro la volontà dell’Onnipotente.




In termini pratici, sebbene abbiamo conservato la nostra identità ebraica, in virtù del nostro attaccamento alla nostra religione, nondimeno l’esilio per noi significa innanzitutto che gli ebrei devono essere soggetti ai paesi in cui vivono in modo leale e non cercare di governare le popolazioni indigene di tali paesi.

In secondo luogo, significa che non possiamo tentare di costituire un nostro Stato in Palestina. Questo si applicherebbe anche se la terra non fosse occupata, e si applica certamente quando, come è questo il caso, c’è una popolazione indigena esistente. Questa proibizione costituisce una parte fondamentale del nostro insegnamento: ci è stato fatto giurare di non contravvenirvi e siamo stati ammoniti delle spaventose conseguenze in cui saremmo incorsi.



Ne consegue, perciò, che gli ebrei, oggi, non hanno il diritto di comandare in Palestina.




Esaminiamo ora il movimento sionista. Venne fondato circa 100 anni fa, soprattutto da individui secolarizzati, che stavano abbandonando la loro religione ma conservavano ancora quello che consideravano il marchio [d’infamia] di essere ebrei in esilio. Ritenevano che il nostro stato di esilio fosse dovuto al nostro atteggiamento servile – la mentalità del Golus (esilio) – e non a un Ordine Divino. Volevano sbarazzarsi dei vincoli dell’esilio e cercare di costituire una nuova forma di identità ebraica. Non basata sulla religione ma basata sulla terra. Basata su una tipica aspirazione nazionalista, secolare, guidata dall’emozione, simile a quella della maggior parte delle altre nazioni. La loro politica aveva come perno centrale l’aspirazione di costituire uno Stato Ebraico in Palestina. Ma stavano forgiando un nuovo tipo di ebreo. In realtà non era assolutamente un ebreo – era un sionista.

Il movimento sionista costituiva l’abbandono completo dei nostri insegnamenti e della nostra fede religiosa – in generale – e in particolare un abbandono del nostro approccio al nostro stato di esilio e al nostro atteggiamento verso i popoli con cui viviamo.

Il risultato pratico del sionismo sotto forma dello Stato conosciuto come “Israele” è completamente estraneo al giudaismo e alla Fede Ebraica.

Lo stesso nome “Israele”, che originariamente designava quelli che sono conosciuti come i Figli di Israele, e cioè il Popolo Ebraico, è stato usurpato dai sionisti. Per questa ragione, molti ebrei ortodossi evitano di riferirsi allo Stato sionista con il nome di “Israele”.



L’ideologia del sionismo non è quella di affidarsi alla divina provvidenza ma di prendere la legge nelle proprie mani e di forzarne il risultato sotto forma di uno Stato. Questo è del tutto contrario all’approccio alla questione dell’esilio che la nostra Torah ci richiede di adottare, per come ci è stato trasmesso dai nostri grandi leader religiosi.




Ho parlato finora dal punto di vista della fede religiosa. Ma esaminiamo il punto di vista umanitario (che è esso stesso un obbligo religioso, come ho detto in precedenza). L’ideologia dei sionisti era, ed è, quella di forzare l’aspirazione ad uno Stato senza curarsi dei costi, in termini di vite umane e di proprietà, di coloro che si trovano sulla loro strada. I palestinesi stavano sulla loro strada. Ci troviamo di fronte al fatto che, per conseguire un’ambizione nazionalista malconcepita, è stata commessa dai sionisti una scioccante trasgressione della giustizia naturale, costituendo in Palestina un regime illegittimo del tutto contro la volontà della popolazione lì residente, i palestinesi, trasgressione che inevitabilmente ha dovuto fondarsi sulla perdita di vite umane, sulle uccisioni e sui furti.

La maggior parte degli ebrei ortodossi accettano il punto di vista dei Neturei Karta fino al punto di non essere d’accordo, in via di principio, sull’esistenza dello Stato sionista, e non “verserebbero una lacrima” se tale Stato dovesse finire. Vi è tuttavia una gamma di opinioni su come affrontare il fatto che al momento lo Stato sionista esiste. Queste opinioni variano dalla cooperazione effettiva, all’accettazione pragmatica, all’opposizione totale sempre e comunque. Quest’ultima costituisce l’approccio dei Neturei Karta. Ma c’era e c’è un ulteriore fenomeno sionista che complica il quadro. Esso è costituito dai sionisti religiosi. Si tratta di persone che affermano di essere fedeli alla religione ebraica, ma sono state influenzate dalla filosofia, nazionalista e secolarizzata, sionista, e che hanno aggiunto una nuova dimensione al giudaismo – il sionismo, con lo scopo di costituire e di espandere uno Stato ebraico in Palestina. Essi cercano di realizzare questo scopo con grande fervore (io lo chiamo giudaismo con qualcosa d’altro). Essi affermano che questo fa parte della religione ebraica. Ma il fatto è che questo è assolutamente contrario agli insegnamenti dei nostri grandi leader religiosi.

Inoltre, da un punto di vista umanitario, anche la loro ideologia era, ed è, quella di forzare la loro aspirazione senza curarsi dei costi, in termini di vite umane e di proprietà, di chiunque si trovi sulla loro strada. I palestinesi sono quelli che si trovano sulla loro strada. La cosa più scioccante è che tutto questo viene fatto in nome della religione. Mentre in realtà c’è un obbligo totalmente contrario, da parte della nostra religione, ed è quello di trattare tutte le persone con compassione.



Per riassumere. Secondo la Torah e la Fede ebraica, l’attuale rivendicazione dei palestinesi – e degli arabi – a governare in Palestina è giusta ed equa. La rivendicazione sionista è sbagliata e criminale. Il nostro atteggiamento verso Israele è che l’intero concetto è sbagliato e illegittimo.




C’è un altro problema, ed è quello che i sionisti hanno fatto in modo di apparire come i rappresentanti e i portavoce di tutti gli ebrei e così, con le loro azioni, suscitano l’ostilità contro gli ebrei. Quelli che nutrono questa ostilità sono accusati di antisemitismo. Ma quello che deve essere messo decisamente in chiaro è che il sionismo non è il giudaismo. I sionisti non possono parlare a nome degli ebrei. I sionisti possono essere nati come ebrei, ma essere ebreo richiede anche l’adesione alla fede e alla religione ebraiche. Così ciò che diventa decisamente chiaro è che l’opposizione al sionismo e ai suoi crimini non implica l’odio per gli ebrei o l’”antisemitismo”. Al contrario, il sionismo stesso e le sue azioni costituiscono la più grande minaccia per gli ebrei e per il giudaismo.

La lotta tra arabi ed ebrei in Palestina è iniziata solo quando i primi pionieri sionisti vennero in Palestina con lo scopo esplicito di formare uno Stato sulla testa della popolazione araba indigena. Questa lotta è continuata fino ad oggi, ed è costata e continua a costare migliaia e migliaia di vite. L’oppressione, le violenze e gli omicidi in Palestina sono una tragedia non solo per i palestinesi ma anche per il popolo ebreo. E fa parte delle spaventose conseguenze che ci erano state preannunciate se avessimo trasgredito il nostro obbligo religioso di non ribellarci contro il nostro esilio.

Desidero aggiungere che il rapporto tra musulmani ed ebrei risale alla storia antica. La maggior parte delle relazioni furono amichevoli e reciprocamente vantaggiose. Storicamente, accadde di frequente che quando gli ebrei venivano perseguitati in Europa trovavano rifugio nei vari paesi musulmani. Il nostro attaggiamento verso i musulmani e gli arabi può essere solo di amicizia e di rispetto.

Vorrei finire con le seguenti parole. Noi vogliamo dire al mondo, specialmente ai nostri vicini musulmani, che non c’è odio o ostilità tra l’ebreo e il musulmano. Vogliamo vivere assieme come amici e vicini, come abbiamo fatto per la maggior parte del tempo nel corso delle centinaia e persino delle migliaia di anni in tutti i paesi arabi. E’ stato solo l’avvento dei sionisti e del sionismo che ha rovesciato questa lunga relazione.

Consideriamo i palestinesi come il popolo che ha diritto di governare in Palestina.


Lo Stato sionista conociuto come “Israele” è un regime che non ha diritto di esistere. La sua esistenza continuativa è la causa di fondo del conflitto in Palestina.

Preghiamo per una soluzione al terribile e tragico punto morto attuale. Auspichiamo che tale soluzione avvenga sulla base delle pressioni morali, politiche ed economiche imposte dalle nazioni del mondo.

Preghiamo per la fine degli spargimenti di sangue e per la fine delle sofferenze di tutti gli innocenti – sia ebrei che non ebrei – del mondo.

Siamo in attesa dell’abrogazione del sionismo e dello smantellamento del regime sionista, che farà cessare le sofferenze del popolo palestinese. Accetteremmo di buon grado l’oppportunità di vivere in pace in Terrasanta sotto un governo che sia interamente conforme ai desideri e alle aspirazioni del popolo palestinese.

Che noi si possa meritare presto il tempo in cui tutto il genere umano vivrà reciprocamente in pace.

[1] Traduzione di Andrea Carancini.
Il testo originale è disponibile all’indirizzo: http://www.nkusa.org/activities/speeches/bham022603.cfm