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martedì 30 novembre 2010

Benedetto XVI: “Se un prete vuole sposare una donna è bene che lo faccia...


Città del Vaticano, 23 nov. (Apcom)
Laddove un sacerdote vive insieme a una donna si deve esaminare se esista una vera volontà matrimoniale e se i due possano contrarre un buon matrimonio. Se così fosse, dovranno imboccare quella strada”: lo chiarisce il Papa nel libro-intervista ‘Luce del mondo’ presentato oggi in Vaticano. “Se invece si trattasse di una caduta della volontà morale, senza un autentico legame interiore, sarà necessario trovare vie di risanamento per lui e per lei. In ogni caso è necessario provvedere al fatto che i bambini – che sono il bene più prezioso – siano tutelati e che possano vivere nel contesto educativo vivo del quale hanno bisogno”.

Fonte: Tradizione.biz

Il celibato ecclesiastico
don Giuseppe Rottoli
II celibato ecclesiastico, cioè lo stato di vita per il quale i ministri ordinati negli ordini maggiori (suddiaconi, diaconi, sacerdoti, vescovi) si astengono dal matrimonio per dedicarsi a Dio, risale a Nostro Signor Gesù Cristo. Egli stesso ne diede il consiglio, la dottrina e l'esempio: infatti volle nascere da una Vergine, si affidò alle cure di un padre putativo vergine e visse vergine fino alla morte.
Allorché Pietro disse a Gesù: "Ecco noi abbiamo abbandonato ogni cosa e ti abbiamo seguito; che cosa avremo noi?" Gesù rispose: In verità vi dico: non vi è nessuno che abbia abbandonato casa, genitori, fratelli, moglie e figli per amore del regno di Dio che non riceva molto più in questo tempo e nel secolo avvenire la vita eterna' (Le 18,28; Mt 19,27; Me 10,28).
Con queste parole Nostro Signore affermò che la vita dedicata al servizio di Dio, con la rinunzia alla famiglia e ai propri cari, avrà una ricompensa eterna.

Inoltre, nella discussione sorta a proposito del divorzio, quando i discepoli si mostrarono colpiti dai gravissimi obblighi e fastidi del matrimonio che il Maestro aveva loro esposto, gli dissero: "Se tale è la condizione dell'uomo verso la moglie non conviene sposarsi", Gesù rispose: "Non tutti capiscono questa parola ma solo coloro ai quali è concesso" (Mt 19,10). Egli spiegò che alcuni sono impossibilitati al matrimonio per difetto di natura, altri per la violenza e la malizia degli uomini, altri invece si astengono da esso spontaneamente e di propria volontà per il Regno dei deli e concluse: "Chi può comprendere comprenda". Con queste ultime parole Gesù "proclamò che il celibato è superiore al matrimonio quando sia scelto per uno scopo religioso in vista del Regno dei cieli, ma insieme avvertì che la sua scelta per questo scopo è libera ed effetto di una grazia divina"[1], infatti non tutti capiscono queste parole. Da queste parole e dalle precedenti è evidente il consiglio di Gesù di vivere in perfetta continenza per il Regno dei cieli, tanto che gli Apostoli vollero vivere così per primi, imitando il Divin Maestro. Si sa che alcuni o furono vergini, o quelli che prima erano sposati lasciarono tutto (come è citato sopra) incluse le proprie famiglie per seguire Gesù (Mt 19,27-29).

Possiamo dividere la pratica del celibato ecclesiastico in due periodi:
  • il primo, dal I al IV secolo, in cui il celibato era in onore, sia nella Chiesa latina che nella Chiesa orientale, senza essere propriamente obbligatorio;
  • il secondo, dal IV secolo fino ai nostri giorni, nel quale fu sottomesso a delle leggi più precise, molto più rigorose in Occidente che in Oriente.


Primo periodo: dal I al IV secolo

San Paolo scivendo "occorre che il Vescovo sia irreprensibile, marito di una sola donna, sobrio, prudente, dignitoso..." (I Tim 3,2) proibisce ai Vescovi rimasti vedovi di passare a seconde nozze, ed inizia ad esplicitare la grande convenienza fra il sacerdozio e il celibato. In quei tempi l'Apostolo non escludeva il diritto per il vescovo sposato di coabitare con la moglie, ma in altri scritti, ispirato dallo Spirito Santo, elogiava la perfet¬ta continenza per i ministri dell'altare e ne diede la ragione in questi termini: "Io vorrei che voi foste come me (I Cor. 7,7) ... Chi non è sposato si preoccupa delle cose del Signore come possa piacerGli, invece chi è sposato si preoccupa delle cose del mondo, come possa piacere alla moglie ed è diviso" (I Cor. 7,32-33). L'Apostolo afferma che il cuore di coloro che sono sposati è diviso tra l'amore del coniuge e l'amore di Dio ed essi sono troppo oppressi dalle preoccupazioni della vita coniugale per potersi dare facilmente alla meditazione delle cose divine. Si comprende quindi facilmente il motivo per cui le persone che desiderano consacrarsi al servizio di Dio abbraccino lo stato di verginità come una liberazione, per poter cioè servire più perfettamente Dio e dedicarsi con tutte le forze al bene del prossimo. Dunque San Paolo elogiava il celibato, ma non escludeva positivamente l'uso dei diritti coniugali.

Però la Tradizione e diversi scritti storici ci dicono che, sin dall'origine del cristianesimo, molti sacerdoti, imitando Gesù Cristo, San Paolo e gli Apostoli, vissero in una continenza assoluta per elezione spontanea e desiderio di maggior perfezione, sebbene il celibato non fosse prescritto né dal Redentore né dagli Apostoli stessi[2]. In particolare molti ministri furono celibi e, quanto agli altri già coniugati prima dell'ordinazione, alcuni si astennero dall'uso del matrimonio e altri continuarono a coabitare con la moglie.
Col passare del tempo però la Chiesa iniziò ad esigere dai suoi ministri la continenza assoluta, perché non solo il clero, ma gli stessi fedeli capivano la necessità della verginità per celebrare i Sacri Misteri, al punto che il Concilio di Gangra dovette lanciare l'anatema contro coloro che pretendevano che non bisognava partecipare alle Messe dei sacerdoti sposati'.

 

Gli scrittori ecclesiastici e i padri della Chiesa
Gli scrittori ecclesiastici dei primi secoli e i Padri della Chiesa, tanto in Oriente che in Occidente, avevano ampiamente illustrato la convenienza del celibato per il sacerdozio. Ad esempio in Occidente lo sforzo dei Romani Pontefici fu coadiuvato dai più eminenti Padri come Sant'Ambrogio, Sant'Agostino, San Girolamo che la difesero contro Elvidio, Gioviniano e Vigilanzio, che finirono poi per cadere nell'eresia.
In particolare, San Girolamo attestò che la pratica del celibato si era diffusa sia in Oriente che in Occidente; infatti, rispondendo a Vigilanzio, avversario dichiarato della continenza ecclesiastica, scrisse: "Cosa diventerebbero le Chiese d'Oriente? cosa diventerebbero le Chiese d'Egitto e di Roma, che non accettano che chierici vergini o continenti, o che esigono, quando hanno a che fare con chierici sposati, che questi rinuncino alle loro mogli?" San Cirillo di Gerusalemme scrisse: "Colui (vescovo, sacerdote o diacono) che vuole servire come conviene il Figlio di Dio si astiene dalla donna". Anche Sant'Epifanio affermava che il celibato era un costume generale al IV secolo; la Chiesa lo raccomandava e lo imponeva per quanto poteva poiché esso rispondeva al suo ideale ed era molto conveniente.
Dopo queste citazioni è ben diffìcile non riconoscere che il celibato ecclesiastico fosse in onore nei primi secoli dell'era cristiana.


Secondo periodo: dal IV secolo ai nostri giorni

In Occidente la testimonianza più antica riguardante il celibato ecclesiastico è il cano-ne 33 del Concilio di Elvira, presso Granada, verso il 300. Il testo è chiaro: "Tutti i Vescovi, sacerdoti, diaconi cioè i chierici votati al ministero (dell'altare) devono astenersi dai rapporti con le loro mogli e rinunziare ad avere figli, chiunque trasgredirà questa regola sarà deposto". Come diceva Pio XI questa legge supponeva una prassi precedente. Il can. 33 non era una legge nuova. Una novità in questo campo, con una tale retroattività della sanzione, contro diritti già acquisiti dal tempo dell'ordinazione, avrebbe causato una tempesta di proteste, in un mondo tutt'altro che digiuno di diritto[4].
Nel Concilio Romano del 386, papa Silicio promulgava una legge analoga, con l'intenzione di farla prevalere in tutta la Chiesa latina ed invocava a favore del suo decreto l'autorità tanto dell'Antico che del Nuovo Testamento. Proibiva formalmente la coabitazioni dei sacerdoti e dei diaconi con le loro mogli. I sacerdoti dell'Antico Testamento non erano tenuti alla continenza durante la durata del loro servizio nel tempio? San Paolo non dichiara che coloro che sono nella carne non possono piacere a Dio? I ministri che servono ogni giorno all'altare devono dunque rinunziare per sempre al matrimonio. Fu in questi termini che raccomandò il celibato a Himerio vescovo di Tarragona, il quale fu anche incaricato di comunicarlo a quasi tutta la Spagna. Il papa indirizzò una lettera anche ai vescovi d'Africa, come l'attesta il Concilio di Telepte nel 386 e, verso la fine del suo scrit-to, minacciò i contravventori di scomunica[5]. In realtà quando papa Siricio, dopo il Concilio Romano del 386, si applicò ad estendere a tutta la Chiesa la disciplina del celibato, già in vigore nel clero romano, trovò il terreno già preparato: i veri cristiani ne avevano capito la grande importanza, quindi egli non introdusse nulla di nuovo.

Qualche anno più tardi, papa Innocenzo I rinnovava i suoi avvertimenti nelle lettere che indirizzava a Vitricio di Rouen e ad Esuperio di Tolosa. Infatti egli affermava che questi ecclesiastici ".. .vengono costretti non solo da noi ma dalle scritture divine alla castità". Nel V secolo l'essenziale della legge ecclesiastica sul celibato era già messo a punto; da allora la Chiesa non farà che difenderla contro i trasgressori e gli eretici puntualmente anticelibatari.
L'Africa, la Spagna e la Gallia si impegna-rono risolutamente nella via che tracciava la Chiesa romana. I Concili di Cartagine, del 390 (can. 1) e del 401 (can. 3), minacciarono la pena della deposizione ai ministri sposati che trasgredivano alla continenza. Nel Concilio di Cartagine del 419 il vescovo Genetlio disse che "tutti coloro che servono ai divini sacra¬menti siano continenti in tutto, per cui possa¬no senza difficoltà ottenere ciò che chiedono dal Signore; affinchè anche noi custodiamo ciò che hanno insegnato gli apostoli e che tutto il passato ha conservato". Da questa dichiara¬zione del Concilio di Cartagine risulta che anche nella Chiesa Africana una gran parte, se non la la maggior parte del clero superiore, era sposata prima dell'ordinazione e che dopo di essa tutti dovevano vivere in continenza. Qui un tale obbligo viene attribuito espressamente all'ordine sacro ricevuto e al servizio dell'alta-re. Inoltre lo si riporta esplicitamente ad un insegnamento degli apostoli e all'osservanza praticata in tutto il passato (antiquitas) e la si inculca con la conferma decisa unanimente da tutto l'episcopato africano[6].
Papa Leone Magno scrisse, nel 456, al Vescovo di Narbonne, confermando quello che era stato deciso precedentemente ed este-e l'obbligo della continenza dopo l'ordina-zione sacra anche ai suddiaconi. Le regole date dai Papi e dai Concili in Occidente continuarono a reggere la disciplina del celibato anche se in periodi di crisi ne andò ecclissata la pratica, come, ad esempio, in Francia nel sec. Vili sotto Carlo Martello.
Dal sec. X fino alla seconda metà del sec. XII ci fu una caduta della disciplina ecclesia-stica. San Pier Damiani fu un paladino della rinascita del celibato ecclesiastico. Egli assecondò energicamente l'opera dei papi riformatori che ricondussero il clero al senso della primitiva disciplina. Soprattutto il fermo atteggiamento di San Gregorio VII ottenne un successo durevole con la lotta contro le investiture laiche, radice del male.

Dopo quel periodo ci si orientò a ritenere la legge del celibato come irritante (cioè, invalidante) il matrimonio contratto dai chie-rici negli Ordini maggiori, ciò che fu confer-mato da papa Callista II al Concilio Lateranse II (a. 1123, can. 7), e da Alessandro III (a. 1180). Così venne stabilito Yimpedimen-um ordinis, e così fu deciso irrevocabilmente e per sempre[7]. Alla crisi sviluppatasi con il rinascimento rispose il Concilio di Trento che riaffermò la legislazione precedente (Sess. XXIX, can. 19). L'istituzione stessa dei semi-nari, che data di quell'epoca, vi contribuì potentemente.
Altri movimenti anticelibatari sorsero all'epoca della Rivoluzione francese; più tardi da parte dei Vecchi cattolici; dopo la guerra del 1914-1918 in Cecoslovacchia e più tardi in Germania (1940).
La condotta della Chiesa di fronte a questi episodi è stata ferma e perentoria. Si vedano, ad esempio, le encicliche di Gregorio XVI Mirarì Vos, di Pio IX Qui Pluribus; di San Pio X Pascerteli; di Pio XI Ad catholici sacerdotii.


La Chiesa Orientale

Mentre a partire dal IV sec. in Occidente la disciplina del celibato ecclesiastico tendeva a prendere una forma fissa, in Oriente la Chiesa greca si separava nettamente dalla Chiesa latina nel modo di stabilirlo. Col Concilio in Trullo (o Quinisexto) del 692 si obbligava il Vescovo alla continenza assoluta; se era sposato, sua moglie doveva lasciare, a partire dalla sua ordinazione, il domicilio coniugale. Le disposizioni dei concili orientali, che riguardavano il clero inferiore, si differenziarono dalla disciplina introdotta da tre secoli nella Chiesa latina. Era proibito ai sacerdoti, ai diaconi e suddiaconi di sposarsi dopo la loro ordinazione, ma se erano sposati prima di entrare negli ordini erano autorizzati a usare del matrimonio. In seguito nelle chiese orientali scismatiche l'antica disciplina celibataria è andata allargandosi, mentre la maggior parte delle Chiese orientali rimaste unite o ritornate all'unione con Roma ha finito per accettare la disciplina dell'Occidente, anche se per alcuni cattolici, come i Maroniti e gli Armeni, Roma tollera che seguano l'antico costume greco[8].

 

Le sollecitudini degli uomini di Chiesa

Poiché alcuni ministri avevano rinunziato al matrimonio per essere al servizio di Dio, l'autorità ecclesiastica si mostrò per le loro mogli piena di cure. "Queste donne, che per il loro modo di vivere, hanno reso i loro mariti degni del sacerdozio, non devono essere abbandonate, neanche per l'amore della castità", scriveva papa Onorio in una legge del 420. Quindi tali consorti dovevano essere mantenute o dai ministri o dalla Chiesa. (Cod. theodos., e. XLIV, XVI".
San Paolino da Noia, Salviano di Marsiglia e qualche altro avevano dato l'esempio della riservatezza che gli ecclesiastici dovevano aver nei confronti delle loro mogli: vivevano con esse come dei fratelli e davano loro il nome di sorelle.


Obiezioni

Qualcuno afferma che è impossibile vivere in continenza. La risposta è che con la grazia soprannaturale niente è impossibile.
Contro coloro che dicono che la castità è nociva per la salute, ricordiamo che è un fatto acquisito e studiato da molto tempo, da molti professori di medicina e da esperti, che la continenza è per se stessa inoffensiva, anzi favori¬sce una riserva di forze, la longevità e le diver¬se forme di attività intellettuale[10].
A coloro che dicono che il celibato provoca disastri morali, rispondiamo dicendo che la Chiesa ha molte ragioni per mantenere su questo punto, con tanta insistenza, la sua legislazione tradizionale. Essa ha la preoccupazione della gloria di Dio e dell'onore del clero, vuole promuovere la santità dei fedeli e più ancora quella dei pastori. Se essa, con una energia calma e fiduciosa, mantiene il celibato è perché esso non produce solo frutti guasti, ma, al contrario, essa stima che questa legge austera è abbastanza ubbidita perché il bene che fa compensi il male di cui sarebbe l'occasione. L'incontinenza dei chierici fu una piaga di cui la Chiesa, in certi periodi soffrì crudelmente. Ma, nello stesso tempo in cui ci furono dei prevaricatori, ci furono sempre dei santi. Ogni secolo ne ha conosciuti. Erano spesso dei sacerdoti e dei religiosi eroicamente fedeli al loro voto di castità e questa rinunzia fu il primo sforzo del loro ascetismo, come la pietra angolare che sopportò tutto l'edificio della loro perfezione. Alla loro scuola si formarono delle élites numerose di discepoli che seguirono la stessa via, i quali senza arrivare alla gloria dei loro maestri lasciarono però un buonissimo ricordo.

Gli annali di ogni dioce¬si, di ogni ordine religioso contano a centinaia quelle persone consacrate, piene di abnegazione cristiana, che contribuirono alla santificazione delle anime e al miglioramento delle popolazioni. Accanto ad epoche che danno l'impressione di una decadenza penosa, altre offrono lo spettacolo di una meravigliosa ripresa. Non vi è niente di più rivelatore dell'azione dello Spirito Santo come quelle riforme successive che riportarono periodicamente i costumi ecclesiastici a un livello edificante.
Luterò scriveva: "Una vergine, una vedova, un celibe osservano il precetto di non soccombere alla concupiscenza con più facilità di una persona sposata che già accorda qualche cosa alla concupiscenza". Pochi anni dopo si sposava e induceva i sacerdoti, i monaci e le monache a fare altrettanto per liberarsi dalle loro tentazioni. Purtroppo il successo non rispose alle sue attese. "Niente può guarire la passione - scriveva nel 1536 - neanche il matrimonio", e sosteneva la sua tesi con commenti cinici. Secondo la testimonianza dei suoi contemporanei, gli spretati, che trascinati da lui si erano scelti delle mogli, non trovarono con esse l'antidoto ai loro vizi".
Se si vuoi rendere il clero migliore basta seguire di più i consigli tante volte ripetuti dalle autorità competenti. Che si sorvegli la scelta dei seminaristi, che si scartino dal santuario le vocazioni dubbie. San Pio X ci avverte che la qualità è più importante del numero: "È meglio mancare di pastori - scriveva al Metropolita del Venezuela - che di averne la cui perversità sia per il popolo cristiano una causa di rovina e non di salvezza". Il Concilio di Trento, basandosi su di una lunga esperienza e tradizione, insiste sulla necessità di formare, fin dalla giovane età, alla pietà e ai buoni costumi coloro che saliranno un giorno all'altare. In ogni caso l'essenziale è di fare dei nostri seminaristi e dei nostri sacerdoti degli uomini di carattere e di fede, padroni di sé stessi, che abbiano nel loro cuore un grande amore per Gesù, Maria e i loro fratelli.

 

I motivi

Perché questa austerità per il clero? La risposta si riassume in due frasi: il celibato è più perfetto che il matrimonio e la Chiesa vuole questa perfezione per i suoi sacerdoti.
Che il celibato ecclesiastico sia superiore e preferibile allo stato coniugale - come abbiamo già detto - è un dogma insinuato nel Vangelo (Mt 19,10ss), chiaramente insegnato da San Paolo (I Cor. 7) e creduto da tutta la tradizione cattolica. San Tommaso d'Aquino[12] spiega che questo avviene perché il celibato mira a un fine più eccelso: l'amore e il servizio di Dio. Custodire la continenza richiede una virtù più alta che contrarre matrimonio. Non che il matrimonio sia cosa cattiva, un peccato, ma in generale non è la cosa migliore. "Il padre che sposa la figlia fa bene - dice San Paolo - colui che non la sposa fa meglio ancora" (I Cor. 7,38). La palma spetta dunque alla verginità.
La perfezione consiste nell'amare Dio, nella carità. Ricordiamo che la carità è la virtù soprannaturale che ci fa amare Dio al di sopra di tutte le cose e il prossimo come noi stessi per amor di Dio. L'uomo è tanto più perfetto quanto più la carità regna nel suo cuore, nella sua volontà. Così l'ideale sarebbe di pensare, parlare ed agire sempre sotto l'influenza di questa virtù celeste. Quaggiù la nostra povera natura non la realizzerà mai integralmente, ma dobbiamo fare degli sforzi e tendere alla perfezione, sviluppando sempre più in noi il regno della carità.

La carità richiede la castità come preparazione. Dio è così buono, così bello che il nostro cuore si fisserebbe spontaneamente su di Lui se non si lasciasse attirare dai beni inferiori. È l'attaccamento alla creatura che arresta lo slancio verso il Creatore. Il cristiano desideroso di elevarsi alla carità più pura taglia uno dopo l'altro i legami che lo trattengono in basso, tra i quali i piaceri dei sensi. Come abbiamo già detto, San Paolo spiega che le gioie e le sollecitudini del matrimonio, per quanto legittime, raffreddano il fervore della carità: "Colui che non è sposato ha cura delle cose del Signore, cerca di piacere al Signore; colui che è sposato ha cura delle cose del mondo, cerca di piacere alla moglie ed è diviso" (I Cor. 7,32)
"Ricerchiamo - dice Bossuet - il motivo per il quale il Figlio di Dio trova le sue più care delizie in un cuore vergine. È perché un cuore vergine si dona a Lui senza divisioni, non brucia per altre fiamme e non è occupato da altre affezioni"[13].
La castità è anche il frutto della carità. Quaggiù l'amore vive di sacrifici; disprezza per l'oggetto amato tutti i beni che non sono amore. Un cuore che è animato dall'amore divino arriva presto al desiderio, direi quasi al bisogno, di dedicare a Dio tutto ciò che ha e tutto ciò che è. La storia della santità cristiana si riassume in una serie di sacrifici che delle anime generose hanno fatto per Cristo, il quale per primo si era offerto per esse. Vi furono, si sa, dei santi sposati, ma la loro virtù a mano a mano che cresceva, cercava di staccarsi dalle gioie nuziali: quanti sposi e spose, desiderosi di perfezione, fecero il voto di considerarsi l'un l'altro come fratello e sorella! Possiamo citare come esempi Santa Brigida, Santa Edvige, San Nicola di Fliie, ecc. Il senso cattolico indovina d'istinto ciò che ha definito il Concilio di Trento: la continenza vale di più del matrimonio.
La Chiesa non teme di imporre ai suoi sacerdoti questo sacrificio e questo mezzo di perfezione: essa impone il celibato solo a coloro che sentono la chiamata di Dio e li ammette solo se vi consentono liberamente e ad un'età nella quale sanno quello che fanno.
Inoltre essa ha stabilito, con decreto della Sacra Congregazione dei Sacramenti (27/12/1935), che ogni candidato al sacerdozio è tenuto con giuramento ad attestare per iscritto che si astringe agli obblighi del celiba-to ecclesiastico[14].

Il sacerdote è il mediatore tra il cielo e la terra, tra Dio e il popolo[15]. Conviene che a questa funzione di intermediario corrisponda una santità personale fuori dal comune. La Chiesa vuole che i suoi ministri sorpassino in virtù i fedeli comuni: a giusto titolo li aiuta ad elevarsi obbligandoli ad una purezza più delicata. I rapporti del sacerdozio cristiano, sia con Dio che con il popolo, postulano il celibato: è lo stato che si armonizza meglio con le esigenze della sua missione. Il sacerdote è l'uomo della preghiera e la preghiera suppone un'anima libera, per quanto si può, dalla materia e dai suoi legami; la castità garantisce questa liberazione. Se San Paolo approva gli sposi che si separano per un certo tempo per meglio dedicarsi all'orazione, per il sacerdote, che deve pregare tutti i giorni, è conveniente che la sua continenza sia dunque perpetua.
I ministri sacri, però, non rinunciano al matrimonio unicamente perché si dedicano all'apostolato, ma perché servono all'altare[16],infatti il sacerdote è soprattutto l'uomo del sacrificio ed eccoci al centro della questione. La funzione principale del sacerdozio è di offrire il Sacrificio del Corpo e del Sangue di Nostro Signore; conviene che il suo cuore non sia dato a nessuna creatura: "Perché siete i ministri e i cooperatori del corpo e del sangue del Signore - dice il vescovo a coloro che sta per ordinare diaconi - guardatevi da tutte le seduzioni della carne" (Pontificale Romanum, De ordinatione diaconi). Come abbiamo ricordato, i sacerdoti dell'Antico Testamento già dovevano astenersi dall'uso del matrimonio mentre servivano nel tempio (Lev 15,16-17), eppure i loro sacrifici non erano che una figura ed un'ombra: quanto maggiore non è la necessità della perpetua castità per i ministri di Gesù Cristo, i quali offrono ogni giorno il Sacrificio Eucaristico? Noi abbiamo adesso la realtà, i nostri sacerdoti sono ammessi ogni giorno all'intimità della Vittima immacolata. Come la Santa Vergine, essi rendono Nostro Signore presente al mondo, lo tengono nelle loro mani e lo danno agli uomini.

La Chiesa comprende male le sue preferenze quando ordina, a coloro che riprodurranno la mater-nità di Maria, di imitare in qualche modo la sua ineffabile purezza? Riguardo a questa perfetta continenza dei sacerdoti ecco quanto dice in forma interrogativa San Pier Damiani: "Se il nostro Redentore ha amato tanto il fiore del pudore intatto che non solo volle nascere dal seno di una vergine, ma volle essere affidato anche alle cure di un custode vergine, ciò quando, ancora fanciullo vagiva nella culla, a chi, dunque ditemi, vuole Egli affidare il suo Corpo, ora che Egli regna, immenso nei cieli?". La Chiesa orientale stessa, sebbene più tollerante su questo argomento della Chiesa latina, prescrive ai suoi ministri la continenza ogni volta che devono celebrare la Santa Messa; a maggior ragione questa prescrizione vale per i sacerdoti latini che la celebrano tutti i giorni.
Il sacerdote è sacerdote in ogni tempo e in ogni luogo. Soprattutto la confessione e la direzione delle coscienze esigono una venera-zione filiale dei penitenti verso il padre delle loro anime. Un simile sentimento non può nascere e durare che se il sacerdote appare in mezzo ai suoi figli spirituali come migliore di essi, più grande di essi, più vicino a Dio, libero dalle miserie che li appesantiscono. L'esperienza lo dimostra. Nei paesi d'Oriente dove risiedono sacerdoti sposati e altri votati al celibato, i penitenti preferiscono i confessori celibi e non si confessano da coloro che hanno una compagna che è partecipe delle loro confidenze.
Un parroco nella sua parrocchia deve essere l'uomo di tutti, che dispensa il suo tempo, i suoi soldi, le sue forze al servizio dei fedeli. E obbligato anche, quando le circostanze lo esigono, a dare la sua vita per il suo gregge. Lo farà se prevede che la sua morte renderà vedova sua moglie e orfani i suoi figli?
Il sacerdote deve essere apostolo. La Chiesa cattolica vuole estendere il regno di Nostro Signore a tutto l'universo. Finché resterà un paese in cui il Vangelo non è predicato, una tribù che ignora Gesù e Maria, dei missionari andranno verso questa terra e que-sto popolo a portare loro la Buona Novella. Il paragone tra l'Oriente e l'Occidente è istruttivo. Dal XV secolo e dalla scoperta di nuovi continenti, migliaia di missionari si sono sparsi nelle Americhe, l'Asia e l'Africa per impiantarvi la fede. Molti sono morti martiri, hanno conquistato a Gesù milioni di infedeli: erano dei sacerdoti latini votati al celibato. Il clero orientale non ha fatto niente o quasi niente in questa opera immmensa di evangelizzazione[17].
Per la legge del celibato, il sacerdote, ben lontano dal perdere interamente la paternità, l'accresce all'infinito perché egli genera figli non per questa vita terrena e caduca, ma per la celeste ed eterna"[18].

La castità è un dono della grazia, mai la Chiesa ha creduto che la natura decaduta potesse trionfare con le proprie forze di tutte le tentazioni della carne. I teologi insegnano che l'uomo, come è attualmente, non è capace senza la grazia di evitare per molto tempo il peccato mortale. La grazia trionfante è un dono gratuito della Bontà infinita. Il Signore non la rifiuta mai ai suoi sacerdoti, votati alla castità, che gliela chiedono sinceramente. Egli è troppo geloso della loro purezza verginale per privarli del soccorso che la protegge. Nel giorno della loro ordinazione Dio da loro le grazie che per tutta la loro vita li manterranno all'altezza dei loro doveri. La Chiesa li obbliga a dei mezzi che attirano la grazia: la preghiera e la Comunione. Senza parlare degli esercizi di pietà facoltativi, che sono inculcati sin dal seminario, e del ricorso umile e fiducioso alla SS. Vergine. In particolare la Chiesa ordina ai sacerdoti di recitare il breviario e permette loro di celebrare tutti i giorni la Santa Messa. Quasi tutti si sono imposti la celebrazione quotidiana, un'abitudine che è il segreto della loro castità. L'Eucaristia è il centro da cui si irradia la purezza del clero. È per la Santa Messa che il sacerdote deve essere perfettamente casto ed è per la Messa che può esserlo. Il Santo Sacrificio, con la comunione che l'integra, è una sorgente inesauribile di grazie sovrane, di quelle soprattutto che fanno germinare i vergini. Un sacerdote che dice bene la sua Messa al mattino è assicurato per la giornata di grandissimi soccorsi.
Se a causa di qualche ecclesiatico ci possono essere degli scandali, la realtà è che chi è fedele ai suoi doveri di stato è vincitore del nemico, che non può prevalere sulla grazia che Dio accorda a chi gliela chiede umilmente.
La legge del celibato ecclesiastico ha la sua radice e la sua ragion d'essere in Nostro Signore Gesù Cristo. Egli, dal quale non sepa-eremo mai la sua SS. Madre, è 1' anima di questa grave disciplina. È la sua Persona, la sua Dottrina ed il suo esempio che, fin dall'aurora del cristianesimo, ha fatto nascere nel fondo dei cuori sacerdotali il desiderio di una purezza infinitamente delicata; è Lui, presen-te nella SS. Eucaristia, che chiede ai suoi sacerdoti di conservarsi vergini solo per Lui; è Lui con la sua grazia che rende loro questo sacrificio possibile ed amabile[19].
 

Note

[1] La Sacra Bibbia - G. Ricciotti  - Salani Editore, 1958.
[2] L. Todesco, Storia della Chiesa, voi. II, Marietti, 1946.
[3] Dictionnaire de Thélogìe Catholique (DTC) tome II, Ilème partie, coli. 2072-74.
[4] A.  M.  Stickler, // celibato ecclesiastico, Libreria Editrice Vaticana, 1994.
[5] DTC, col. 2080.
[6] A. M. Stickler, op. cit.
[7] L. Todesco, op. cit.
[8] DTC, col. 2079.
[9] DTC, col. 2082.
[10] Dictionnaire  Apologetique   de   la   Foi Catholique  (DA)-  Beauchesne  Ed.,   1911,  coli. 1054-57.
[11] DA, coli. 1060-61.
[12] Summa Theologica, II II q. 152 aa. 3 e 4.
[13] Bossuet,  Sermon pour  une profession, 14/9/1660, édit. Lebarq, t. Ili p. 531.
[14] Enciclopedia Cattolica, Città del Vaticano, voce "Celibato ecclesiastico", col. 1264.
[15] SummaTheologica, III q. 22, a. 1.
[16] Pio XII - Encicl. Sacra Virgìnìtas - 1954.
[17] DA, col. 1049.
[18] Pio  XII     -  Esortaz.  Apostolica Menti Nostrae.
[19] DA, col. 1062.

Il profilattico é sempre immorale, non esiste gradualità. Sodomia, vergogna riprovevole. Il libro del Papa? Non é atto del Magistero. Un errore abbattere le balaustre nelle chiese


Pontifex.Roma Fonte: www.pontifex.roma.it
Recentemente, la presa di posizione del Papa sul profilattico espressa nel suo libro intervista, ha lasciato discutere. Ne parliamo con don Davide Pagliarani, Superiore per l'Italia della Fraternità Sacerdotale San Pio X, lefebvriana. Don Davide, che cosa pensa del preservativo?  "questo strumento della modernità é estremamente cattivo e diabolico, dissento da qualsivoglia opinione anche autorevole che pretenda legittimarlo o anche intenderlo come mezzo per la conversione o riduzione del peccato. Il peccato é tale e resta, non esiste una diversità in questo campo. Il preservativo elimina quello che é lo scopo dell'atto sessuale tra coniugi, ossia la riproduzione e dunque va contro il progetto divino". Dunque? "usarlo é un atto intrinsecamente perverso e contrario alla volontà di Dio. Neppure la logica del male minore ha senso. Questo discorso tende a relativizzare il catechismo e la dottrina e dunque prima di lanciare ...
... affermazioni del genere bisogna andare cauti. Non tutti sono teologi e si possono intendere cose sbagliate, dando la idea che la chiesa sia relativista e non deve mai essere così".
Il libro del Papa ha valore Magisteriale?  "lo sanno anche i ragazzi del catechismo che il Papa parla attraverso gli atti canonici del Magistero e un libro non appartiene ad essi. Certo, bisogna essere rispettosi, ma un cattolico senza cadere in eresia, può dissentire da un libro del Papa per la semplice ragione che non appartiene al Magistero".
Qual é la sua idea sulla sodomia?  "una aberrazione, una condotta offensiva verso la dignità dell'uomo e verso Dio, significa svilire e mortificare la nostra natura umana, insultando il progetto divino".
Parliamo di riforma liturgica, che cosa pensa dell'abbattimento delle balaustre?  "fu un errore come tutta la riforma liturgica. Si parla oggi di abusi, ma il sommo abuso fu quella riforma che ha messo l'uomo al centro estromettendo Dio. Una messa protestante di fatto nella quale Dio non conta e figura il sacerdote. La celebrazione é diventata uno spettacolo, una cosa orizzontale al contrario della ricerca di Dio e della dimensione verticale".
Siamo in Avvento, che cosa signifca?  "prepararsi in coscienza e grazia alla prima venuta di Cristo tra di noi. Dobbiamo saper rimettere Dio al centro in un tempo nel quale sia la teologia che la liturgia, fanno trionfare l'uomo con una visione antropocentrica".
Bruno Volpe

“Non facciamo il male perché ne venga un bene” (Rom 3,8). Con queste parole San Paolo stabiliva un principio fondamentale di morale, alla base di ogni vita cristiana. Ma fra due mali si può scegliere il minore? Lo si può consigliare? Per rispondere adeguatamente a queste domande pubblichiamo un testo tratto dal Dizionario di Teologia Morale del Cardinale Pietro Palazzini (Editrice Studium, 1969) alla voce Minor male.

Il male minore

MINOR MALE (scelta del).
1) Scegliere il male minore.
Di due mali scegliere e perciò compiere il minore non è lecito, se si tratta di due mali morali ossia di due operazioni che sono in se stesse viola­zione della legge morale. La tesi è evidente. Un male non diventa bene o lecito, perché c'è un altro male più grande, che si potrebbe scegliere. Il problema morale, proposto nella domanda « Se è lecito o obbligatorio sce­gliere di due mali il minore », suppone una cosa, che in realtà non può esistere, cioè il cosiddetto caso perplesso, nel quale l'uomo sarebbe costretto a scegliere tra due atti peccaminosi, così che se non scelga l'uno, necessariamente debba scegliere l'altro. Un tale caso moralmente è impossibile. Perché l'uomo può sempre astenersi da qualsiasi atto positivo, che importa la scelta di un mezzo. L'uomo può sempre non fare, se fare l'una o l'altra cosa sia sempre peccato; e questo non fare non è peccato in sé (p. es., non procurare l'aborto). Se da questa omis­sione seguono, in virtù di circostanze, gravi danni, p. es. la morte della madre, o della madre e del bambino insieme, l'uomo non è responsabile per questi danni, perché nes­suno è responsabile per le conseguenze della condotta da lui seguita, quando non c'era possibilità d'agire senza peccare. Sce­gliere il m. male è lecito, quando questo m. male non è in sé un male morale (peccato), ma è o un male puramente fisico o un atto od omissione in sé buona o indif­ferente, dal quale o dalla quale però, nel caso concreto, seguirà un effetto acciden­tale cattivo, meno grave però di quello che produrrebbe un altro mezzo;  p. es. di due farmaci, che producono tutti e due un effetto cattivo sulla salute, ma che sono ugualmente utili per me, io devo scegliere il meno nocivo, perché ho l'obbligo di non recare nocumento alla mia salute.
2) Consigliare (RACCOMANDARE) un male minore.
Il problema morale va così enunciato: se è lecito consigliare ad una per­sona decisa a fare un peccato, di farne un altro che sia meno grave, p. es. consigliare la fornicazione ad una persona che è decisa a fare un adulterio ; di ubriacarsi invece di fare un omicidio. La retta soluzione del problema è, che non è mai lecito consigliare un peccato, neanche a una persona che è decisa a fare un peccato più grave, perché consigliare un atto è di per sé indurre a commetterlo. Orbene, indurre un altro a commettere un peccato, è peccato. Non mi è lecito far sì che un altro voglia e faccia un peccato. La comparazione con un altro peccato non toglie la malizia del primo. Il fine, prevenire un peccato maggiore, è buono ; ma il fine buono non giustifica il mezzo adoperato, se questo non è già permesso in se stesso. Non è lecito fare un male, per evitare un male maggiore. Quando, però, ciò che facciamo non è consigliare un peccato, benché meno grande, ma sconsigliare di compiere una parte del peccato già deciso (ritrarre da una parte e non dal tutto, perché questo ci risulta impossibile), non facciamo male ma bene ; p. es. dire ad un ladro, che vuol uccidere un proprietario e rubare i suoi tesori, « pren­dete soltanto i tesori », non è consigliare il furto, ma sconsigliare l'omicidio. Il furto era già deciso e non si compie a motivo delle mie parole. L'unico effetto che le mie parole producono per loro propria natura è ritrarre il ladro dall'omicidio già stabilito. Orbene, ritrarre un altro dal suo proposito cattivo è un atto buono e lecito per propria natura. Questo vale anche se il mio atto lo ritrae soltanto da una parte del peccato, perché non è in mio potere (benché in mio volere) di ritrarlo del tutto. La differenza tra il consigliare il m. male e lo sconsigliare una parte del male proposto, sta in questo che nel primo caso si adopera un atto, per natura cattivo, come mezzo ad un fine buo­no; nel secondo caso invece si adopera un atto per natura sua buono come mezzo ad un fine buono. Ma ciò che decide della moralità non è la forma delle parole usate, ma il loro vero significato, il quale talvolta è determinato anche dalle circostanze in cui esse sono pronunziate. Affinché il nostro atto sia davvero uno sconsigliare una parte del peccato, è necessario che la parte rimanente sia già stabilita formalmente o almeno virtualmente nel peccato intero, che l'altro aveva deciso di commettere. Ben.
BIBL. - A. Fumagalli, Del consigliare il minor male, Monza 1943.

lunedì 29 novembre 2010

Anche i Mormoni nel circo ecumenico ...

Durante la sua visita in Vaticano, l’Anziano M. Russell Ballard è fotografato con la Basilica di S. Pietro alle sue spalle.(Foto: Anziano Ronald A. Rasband)
Il Cardinale Wiliam Joseph Levada,al centro, parla con l’Anzianor Ronald A. Rasband, a sinistra, l’Anziano M. Russell Ballard, il Vescovo Richard C. Edgley e l’Anziano Gerald Causse durante il loro incontro in Vaticano lo scorso 13 settembre. (Foto: Anziano Ronald A. Rasband)
Il Cardinale Wiliam Joseph Levada e l’Anziano M. Russell Ballard. (Foto: Anziano Ronald A. Rasband)
Da sinistra verso destra, l’Anziano Gerald Causse,il Vescovo Richard C. Edgley,l’Anziano M. Russell Ballard e l’Anziano Ronald A. Rasband al Segretatiato della Città del Vaticano. (Foto: Anziano Ronald A. Rasband)
Da sinistra a destra, L’Anziano Gerald Caussé,l’Anziano Ronald A. Rasband, l’Arcivescovo Brian Farrell, l’Anziano M. Russell Ballard, il Vescovo Richard C. Edgley, ed il Presidente del Palo di Roma della Chiesa di Gesù Cristo, Massimo De Feo. (Foto: Anziano Ronald A. Rasband)
Il Cardinale Jean-Louis Tauran, al centro, incontra, da sinistra verso destra, l’Anziano Gerald Caussé, l’Anziano M. Russell Ballard, l’Anziano Ronald A. Rasband ed il Vescovo Richard C. Edgley. (Foto: Anziano Ronald A. Rasband)
Monsignor Ettore Balestrero, al centro, accoglie, da sinistra, l’Anziano Ronald A. Rasband, l’Anziano M. Russell Ballard, il Vescovo Richard C. Edgley e l’Anziano Gerald Caussé. (Foto: Anziano Ronald A. Rasband)


"Un Apostolo a Roma".
Questa frase rievoca scene dalle origini della Cristianità e, alla luce degli eventi più recenti, rappresenta un nuovo momento nelle relazioni tra la Chiesa di Gesù Cristo dei Santi degli Ultimi Giorni e la Chiesa Cattolica.
L’Anziano M. Russell Ballard del Quorum dei Dodici Apostoli, ha fatto visita a Roma il 13 ed il 14 settembre. Durante questa storica visita è stato ospitato in Vaticano da dignitari cattolici.
L’Anziano Ronald A. Rasband della Presidenza dei Settanta, il Vescovo Richard C. Edgley, Primo Consigliere del Vescovato Presiedente, l’Anziano Gérald Caussé, Primo Consigliere della Presidenza dell’Area Europa e Massimo De Feo, Presidente del Palo di Roma, hanno accompagnato l’Anziano Ballard ai suoi incontri.
Il Cardinale William Joseph Levada, uno dei cardinali di più alto rango, ha dato all’Anziano Ballard e agli altri membri della delegazione un caloroso benvenuto.
“Il Cardinale Levada, Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, ha espresso gratitudine ed apprezzamento per i buoni rapporti tra la Chiesa di Gesù Cristo e la Chiesa Cattolica,” ha detto l’Anziano Ballard.
Insieme hanno parlato degli amici in comune, come il Reverendo George Niederauer, prima Vescovo della Diocesi di Salt Lake City ed ora Arcivescovo di San Francisco; e del Reverendo John C. Wester, attuale Vescovo della Diocesi di Salt Lake City.
“Il Cardinale Levada ha citato il successo della visita del Cardinale Francis George (Presidente della Conferenza Episcopale dei Vescovi Cattolici degli Stati Uniti, ndr) alla BYU (Bigham Young University, ndr) ed alla sede centrale della Chiesa a Salt Lake City,” ha aggiunto l’Anziano Ballard.
Il Cardinale Levada ha visitato Salt Lake City diverse volte, l’ultima delle quali per partecipare alla commemorazione del 100mo anniversario della Cattedrale della Maddalena nel 2009. Thomas S. Monson, Presidente della Chiesa di Gesù Cristo dei Santi degli Ultimi Giorni, era uno degli oratori durante la cerimonia, ed altre Autorità generali hanno pure preso parte alle celebrazioni.
L’Anziano Ballard ha riassunto l’incontro con il Cardinale Levada dicendo “Abbiamo avuto delle conversazioni molto positive. La maggior parte di queste riguardavano valori e argomenti su cui potremmo lavorare insieme in merito a tematiche che coinvolgono tutti noi."
Il 14 settembre, L’Anziano Ballard e gli altri ministri della Chiesa di Gesù Cristo hanno incontrato il Cardinale Jean-Louis Tauran, presidente del Pontificio Consiglio per il Dialogo Inter-Religioso.
Come con il Cardinale Levada, l’incontro ha toccato temi e valori di interesse comune. Il Vescovo Edgley ha parlato degli aiuti umanitari della Chiesa ed insieme all’Anziano Ballard ha espresso gratitudine per il lavoro fatto dalle organizzazioni Cattoliche per servire i bisognosi.
“È stato cordiale e ricettivo,” ha detto l’Anziano Ballard. “La conversazione era amichevole e basata sul rispetto reciproco.”
Della visita con i due cardinali, l’Anziano Ballard ha parlato di interessi che la Chiesa di Gesù Cristo e la Chiesa Cattolica condividono. “Noi siamo interessati ai valori morali. Siamo interessati al matrimonio. Siamo interessati alla famiglia. Siamo interessati a quei principi fondamentali che sono di comune interesse, credo, per tutte le persone di fede,” ha detto.
Ha poi aggiunto, “Noi non conosciamo tutte le risposte… ma sappiamo questo: il modo in cui il mondo si sta mostrando impone a tutti noi di prendere una posizione sulla libertà religiosa, che noi crediamo diventerà una questione sempre più importante. Lo è ora, e crediamo diventerà una questione sempre più critica in futuro. Coloro che l’hanno a cuore, devono stare insieme e far udire le proprie voci. Le persone di fede devono semplicemente aprire la bocca. Devono stare assieme. E questa è la ragione dei nostri incontri.”
L’Anziano Rasband, l’Anziano Caussé, il Presidente De Feo e Francesco Di Lillo del Dipartimento delle Relazioni Pubbliche della Chiesa, inoltre, hanno poi incontrato l’On. Marco Scurria, membro del Parlamento Europeo, e Loris Facchinetti, Delegato del Sindaco di Roma per la Scienza, la Cultura ed il Mediterraneo.
La delegazione della Chiesa di Gesù Cristo ha poi incontrato l’Arcivescovo Ettore Balestrero, il Sottosegretario di Stato Vaticano. “È stato tanto gentile da accompagnarci su un balcone dal quale si poteva ammirare Roma e la Basilica,” ha detto l’Anziano Ballard. “È stato molto elogiativo nei confronti del contributo positivo della Chiesa di Gesù Cristo a sostegno dei valori familiari. Abbiamo avuto anche un incontro fruttuoso con l’Arcivescovo Brian Farrell, Segretario del Pontificio Consiglio per la Promozione dell'Unità dei Cristiani.”
Durante il loro soggiorno a Roma, l’Anziano Ballard e le altre Autorità hanno incontrato i fedeli presso il Centro del Palo di Roma ed i missionari. Hanno inoltre fatto visita al terreno scelto per il Tempio di Roma.

Il Papa sulla Comunita' San Pio X , sul ministero Pietrino e sul messaggio di Fatima, dalle sue parole definitivamente affossato nella sua forza profetica e quindi nella sua interezza...



Pag. 41/43:  la questione della revoca della scomunica alla FSSPX (Fraternità Sacerdotale San Pio X)


- La revoca della scomunica è stata un errore?
Forse è il caso di fare qualche precisazione rispetto alla revoca della scomunica in sé; perchè sono state diffuse moltissime stupidaggini, perfino da presunti dotti teologici.
Non è vero che quei quattro vescovi, come spesso si è voluto sottendere, siano stati scomunicati a causa del loro atteggiamento negativo nei confronti del Concilio Vaticano II.
In realtà erano stati scomunicati perché avevano ricevuto la consacrazione episcopale senza il mandato del Papa.
E quindi si era proceduto secondo il relativo canone vigente, un canone già presente nell'antico Diritto ecclesiastico.
Secondo di esso [sic], la scomunica viene inflitta a coloro, che, senza mandato del Papa, conferiscono ad altri la consacrazione episcopale, ed anche a coloro che si lasciano consacrare.
Furono quindi scomunicati perchè avevano agito contro il Primato.
Esiste una situazione analoga in Cina; anche lì sono stati consacrati dei vescovi senza il mandato del Papa e per questo sono stati scomunicati.
Ora, non appena uno di questi vescovi dichiara di riconoscere il Primato in generale nonchè quello del Pontefice regnante in particolare, la sua scomunica viene revocata perché non più giustificata.
Questo è quello che stiamo facendo in Cina - e speriamo in questo modo di riuscire pian piano a risolvere lo scisma - e così abbiamo agito anche nei casi in questione.
In breve: per il fatto stesso di essere stati consacrati senza il mandato del Papa sono stati scomunicati; e per il fatto stesso di aver riconosciuto il Papa - anche se non lo seguono ancora in tutto - la loro scomunica è stata revocata.
In sé, è un processo giuridico assolutamente normale.
Devo dire a questo proposito che su questo punto il nostro lavoro di comunicazione non è riuscito bene.
Non è stato spiegato abbastanza perchè questi vescovi fossero stati scomunicati e perché poi, già solo per ragioni giuridiche, quella scomunica doveva essere revocata."

- Nell'opinione pubblica nacque l'impressione che Roma trattasse con riguardo gruppi conservatori di destra, mentre riducesse subito al silenzio esponenti liberali e di sinistra.
Si è trattato semplicemente di una situazione giuridica molto chiara. Il Vaticano II non c'entrava assolutamente nulla; e nemmeno altre posizioni teologiche.
Nel momento in cui questi Vescovi riconoscevano il Primato del Papa, giuridicamente dovevano essere liberati dalla scomunica; senza che per questo mantenessero i loro incarichi nella Chiesa e senza che per ciò stesso fosse accettata la posizione da loro assunta nei riguardi del Concilio Vaticano II".


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pag. 21/26 Sul Primato petrino e il ruolo del Pontefice

Cosi' si demolisce l’Autorità Pontificia: Benedetto XVI “Il Papa è una persona assolutamente impotente”.

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- Lei oggi è il Papa più potente di tutti i tempi. Mai prima d'ora la Chiesa Cattolica ha avuto tanti fedeli, mai un'estensione simile, letteralmente fino ai confini della terra.
Sono statistiche che certo hanno la loro importanza. Mostrano quanto la Chiesa sia vasta, quanto ampia sia in realtà questa comunità che abbraccia razze e popoli, continenti, culture e persone di ogni genere.
Ma il potere del Papa non è in questi numeri.

- Perchè no?
La comunione con il Papa è di tipo diverso, e naturalmente anche l'appartenenza alla Chiesa.
Tra quel miliardo e 200 milioni di persone ce ne sono molte che poi in realtà nel loro intimo non ne fanno parte.
Già ai suoi tempi, sant'Agostino diceva: molti che sembrano stare dentro, sono fuori; e molti che sembrano stare fuori, sono dentro.
In una questione come la fede e l'appartenenza alla Chiesa Cattolica, il dentro e il fuori sono intrecciati misteriosamente.
Stalin aveva effettivamente ragione quando diceva che il Papa non ha divisioni e non può intimare o imporre nulla.
Non possiede nemmeno una grande impresa, nella quale, per così dire, tutti i fedeli della Chiesa sarebbero suoi dipendenti o subalterni.
In questo senso, da un lato il Papa è una persona assolutamente impotente.
Dall'altro ha una grande responsabilità.
Egli è, in un certo senso, il capo, il rappresentante e allo stesso tempo il responsabile del fatto che quella fede che tiene uniti gli uomini sia creduta, che rimanga viva e che rimanga integra nella sua identità.
Ma unicamente il Signore ha il potere di conservare gli uomini nella fede.

- Per la Chiesa Cattolica il Papa è Vicarius Christi, il rappresentante di Cristo in terra. Ma lei veramente può parlare a nome di Gesù?
Nell'annuncio della fede e nell'amministrazione dei sacramenti, ogni sacerdote parla e agisce su mandato di Gesù Cristo, per Gesù Cristo.
Cristo ha affidato la sua Parola alla Chiesa.
Questa Parola vive nella Chiesa.
E se nel mio intimo accolgo e vivo la fede di questa Chiesa, se parlo e penso a partire da questa fede, allora quando annuncio Lui parlo "per Lui", anche se è chiaro che nel dettaglio possono sempre esserci delle insufficienze, delle debolezze.
Quel che conta è che io non esponga le mie idee ma cerchi di pensare e di vivere la fede della Chiesa, di agire su Suo mandato in modo obbediente.

- Il Papa è veramente "infallibile", nel senso in cui a volte lo presentano i mass media? E' cioè un sovrano assoluto il cui pensiero e la cui volontà sono legge?
Questo è sbagliato.
Il concetto dell'infallibilità è andato sviluppandosi nel corso dei secoli.
Esso è nato di fronte alla questione se esistesse da qualche parte un ultimo organo, un ultimo grado che potesse decidere.
Il Concilio Vaticano I - rifacendosi ad una lunga tradizione che risaliva alla cristianità primitiva - alla fine ha stabilito che quest'ultimo grado esiste.
Non rimane tutto sospeso!
In determinate circostanze e a determinate condizioni, il Papa può prendere decisioni in ultimo vincolanti grazie alle quali diviene chiaro cosa è la fede della Chiesa, e cosa non è.
Il che non significa che il Papa possa di continuo produrre "infallibilità".
Normalmente il Vescovo di Roma si comporta come qualsiasi altro vescovo che professa la propria fede, la annuncia ed è fedele alla Chiesa.
Solo in determinate condizioni, quando la tradizione è chiara ed egli sa che in quel momento non agisce arbitrariamente, allora il Papa può dire: "Questa determinata cosa è fede della Chiesa e la negazione ad essa non è fede della Chiesa".
In questo senso il Concilio Vaticano I ha definito la facoltà della decisione ultima: affinchè la fede potesse conservare il suo carattere vincolante.

- Il ministero petrino - così Lei spiegava - garantisce la concordanza con la verità e la tradizione autentica. La comunione con il Papa è presupposto per una fede retta e per la libertà. Sant'Agostino aveva espresso questa idea così: dove c'è Pietro, c'è la Chiesa, e lì c'è anche Dio. Ma è un'espressione che viene da altri tempi, oggi non è più valida....
In realtà l'espressione non è formulata in questi termini e non è di Agostino, ma ora non è questo il punto.
In ogni caso si tratta di un assioma antico della Chiesa Cattolica: dove c'è Pietro, c'è la Chiesa.
Ovviamente il Papa può avere opinioni personali sbagliate!
Ma come detto: quando parla come Pastore Supremo della Chiesa, nella consapevolezza della sua responsabilità, allora non esprime più la sua opinione, quello che gli passa per la mente in quel momento.
Il quel momento egli è consapevole della sua grande responsabilità e, al tempo stesso, della protezione del Signore; per cui egli non condurrà, con una siffatta decisione, la Chiesa nell'errore ma al contrario, garantirà la sua unione con il passato, il presente e il futuro e soprattutto con il Signore.
Questo è il nocciolo della faccenda e questo è quello che percepiscono anche le altre comunità cristiane.

- Durante un simposio svoltosi nel 1977 in occasione dell'80esimo compleanno di Paolo VI, Lei tenne una relazione su cosa e come dovrebbe essere un Papa. Citando il cardinale inglese Reginald Pole, disse che un Papa dovrebbe "considerarsi come il più piccolo degli uomini"; che dovrebbe ammettere "di non conoscere altro se non quell'unica cosa che gli è stata insegnata da Dio Padre attraverso Cristo".
Vicarius Christi, diceva, significa rendere presente il potere di Cristo come contrafforte al potere del mondo. E questo non sotto forma di qualsivoglia dominio, ma piuttosto portando questo peso sovrumano sulle proprie spalle umane. In questo senso, il luogo autentico del Vicarius Christi è la Croce.
Si, anche oggi ritengo che questo sia vero.
Il primato si è sviluppato fin dall'inizio come primato del martirio. Nei primi tre secoli, Roma, è stata fulcro e capitale delle persecuzioni dei cristiani. Tenere testa a queste persecuzioni e rendere testimonianza a Cristo fu il compito particolare della sede episcopale di Roma.
Possiamo considerare provvidenziale il fatto che, nel momento stesso in cui il Cristianesimo si riappacificò con lo Stato, l'impero si trasferisse a Costantinopoli, sul Bosforo.
Roma, per così dire, era divenuta provincia.
Così fu più facile per il Vescovo di Roma evidenziare l'indipendenza della Chiesa, la sua distinzione dallo Stato.
Non è necessario cercare sempre lo scontro, è chiaro, quanto piuttosto mirare al consenso, all'accordo. Ma sempre la Chiesa, il cristiano, e soprattutto il Papa deve essere cosciente del fatto che la testimonianza che deve rendere possa divenire scandalo, che non venga accettata e che quindi egli si trovi costretto nella condizione del testimone, di Cristo sofferente.
Il fatto che i primi Papi siano stati tutti martiri, ha il suo significato!
Essere Papa non significa porsi come un sovrano colmo di gloria, quanto piuttosto rendere testimonianza a Colui che è stato crocifisso, ed essere disposto ad esercitare il proprio ministero anche in questa forma, in unione a Lui.


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...Per l’arroganza di certi innovatori della Dottrina Cattolica, che hanno agito in combutta con i nemici di sempre della vera Chiesa Cattolica, si sta’ rinunciando al rimedio di tutti i mali che ci circondano: pensano forse che Maria sia oppressiva? Forse pensano che Maria sia invasiva? Forse pensano che Maria non sia portatrice di un bel niente?
Quale arroganza nei confronti della Regina del Cielo e della Terra! Parliamo dei PONTEFICI che fino ad oggi hanno affossato il Messaggio di Fatima, dato da Maria per tutta l’umanità, i quali hanno impedito – non pubblicandone l’intero contenuto e non facendo correttamente la Preghiera di Consacrazione - che la Chiesa ed il mondo intero ne traessero Grazie di Vita eterna; parliamo dei CARDINALI e dei VESCOVI asserviti (direttamente o indirettamente, poco cambia!) al Principe delle Tenebre i quali, non appoggiando i Pontefici favorevoli a Fatima e coalizzandosi con quelli già contrari, hanno loro impedito di ubbidire a Maria SS. Regina del Cielo e della Terra. Codesti personaggi non si rendono conto di quali responsabilità pesano sulle loro coscienze: il destino eterno delle loro anime e di quelle dei fedeli che Cristo ha loro affidato.

A questo si sta’ rinunciando: ALLE GRAZIE DI MARIA SANTISSIMA ANNUNCIATE A FATIMA!

“Io come una vite ho prodotto  germogli graziosi e i miei fiori,  frutti di gloria e ricchezza. Io sono la madre del bell'amore e del timore e della scienza e della santa speranza. In me vi è ogni grazia della via  e della verità, in me è ogni speranza della vita e della virtù. Avvicinatevi a  me, voi che mi desiderate,  e saziatevi dei miei prodotti. Poiché il ricordo di  me è più dolce del miele, e la mia  eredità  è più  dolce del  favo di miele. Il  mio ricordo vivrà nei secoli, per sempre. Quanti si nutrono di me avranno ancora  fame e quanti bevono di me avranno ancora  sete. Chi mi obbedisce non si vergognerà, chi compie le mie opere non peccherà. Coloro che mi faranno conoscere, avranno la vita  eterna. Io sono come un canale derivante da un fiume, e come un corso di acqua sono uscita verso un giardino.  Ho  detto: «Innaffierò il mio giardino e irrigherò la mia aiuola». Ed ecco il mio canale è  diventato  un fiume, il  mio  fiume è diventato un  mare. Farò ancora splendere la  mia dottrina come l'aurora,  la farò  brillare molto lontano. Penetrerò in tutte le parti inferiori della terra, getterò lo sguardo su tutti i  dormienti,  e illuminerò tutti quelli che sperano nel Signore. Riverserò ancora la dottrina come una profezia la lascerò per  le generazioni future,  per quanti cercano  la sapienza, e non cesserò mai di annunziarla.” (Siracide, 24)

Ma a questo si andrà incontro se non si UBBIDIRA’ alla Madonna:

“Vidi il Signore che stava presso l'altare e mi diceva:  «Percuoti il capitello e siano scossi gli architravi, spezza la testa di tutti e io ucciderò il resto con la spada; nessuno di essi riuscirà a fuggire, nessuno di essi scamperà. Anche se penetrano negli inferi, di là li strapperà la mia mano; se salgono al cielo, di là li tirerò giù; se si nascondono in vetta al Carmelo, di là li scoverò e li prenderò; se si occultano al mio sguardo in fondo al mare, là comanderò al serpente di morderli; se vanno in schiavitù davanti ai loro nemici, là comanderò alla spada di ucciderli. Io volgerò gli occhi su di loro per il male e non per il bene». Il Signore, Dio degli eserciti, colpisce la terra ed essa si fonde e tutti i suoi abitanti prendono il lutto; essa si solleva tutta come il Nilo e si abbassa come il fiume d'Egitto. Egli costruisce nel cielo il suo soglio e fonda la sua volta sulla terra; egli chiama le acque del mare e le riversa sulla terra; Signore è il suo nome. Non siete voi per me come gli Etiopi, Israeliti?  Parola del Signore. Non io ho fatto uscire Israele dal paese d'Egitto, i Filistei da Caftor e gli Aramei da Kir? Ecco, lo sguardo del Signore Dio è rivolto contro il regno peccatore: io lo sterminerò dalla terra, ma non sterminerò del tutto la casa di Giacobbe,  oracolo del Signore. Ecco infatti, io darò ordini e scuoterò, fra tutti i popoli, la casa d'Israele come si scuote il setaccio e non cade un sassolino per terra. Di spada periranno tutti i peccatori del mio popolo,  essi che dicevano: «Non si avvicinerà, non giungerà fino a noi la sventura.”


pag. 225/229 Maria, il culto a Maria e Fatima

- Al contrario del suo predecessore, Lei è considerato un teologo con un orientamento più cristologico che mariano. Eppure solo un mese dopo la Sua elezione Lei esortò i credenti radunati a Piazza san Pietro ad affidarsi alla Madonna di Fatima. Nel corso della sua visita a Fatima nel maggio 2010 usò parole spettacolari: l'avvenimento di 93 anni fa, quando il cielo si è aperto proprio sul Portogallo, è "come una finestra di speranza che Dio apre quando l'uomo Gli chiude la porta".
Proprio il Papa che il mondo conosce come il difensore della ragione ora dice: "La Vergine Maria è venuta dal Cielo per ricordarci la verità del Vangelo".
E' vero, sono cresciuto in una pietà anzitutto cristocentrica, come si era andata sviluppando tra le due guerre attraverso un rinnovato accostarsi alla Bibbia e ai Padri; in una religiosità che coscientemente ed in misura pronunciata veniva nutrita attraverso la Bibbia e dunque era orientata a Cristo.
Di questo però fa sempre parte certamente la Madre di Dio, la Madre del Signore.
Nella Bibbia, in Luca e Giovanni, compare relativamente tardi, ma in modo tanto più splendente, ed in questo senso è sempre appartenuta alla vita cristiana.
Nelle Chiese d'Oriente già molto presto Ella acquisì grande importanza, si pensi ad esempio al Concilio di Efeso del 431. E di continuo, attraverso tutta la storia, Dio se ne è servito come della luce perchè Egli possa condurci a sè.
In America Latina, ad esempio, il Messico è divenuto cristiano nel momento in cui è apparsa la Madonna di Guadalupe.
Allora gli uomini compresero: "Sì, è questa la nostra fede; con essa veramente arriviamo a Dio; in essa è trasformata e ricompresa tutta la ricchezza delle nostre religioni".
In America Latina, hanno portato le persone alla fede in ultimo due figure:
da una parte la Madre, dall'altra Dio che patisce, che patisce anche per tutto quello che di violento ciascuno di loro ha dovuto sopportare.
Così bisogna dire che la fede ha una storia. L'ha evidenziato il cardinale Newman. La fede si sviluppa. E di questo fa parte anche una manifestazione sempre più potente della Madre di Dio nel mondo, come guida, come luce di Dio, come la Madre attraverso la quale possiamo riconoscere il Padre e il Figlio.
Dio ci ha dato perciò dei segni; proprio nel XX secolo.
Nel nostro razionalismo e di fronte alle nascenti dittature, ci mostra l'umiltà della Madre che appare a dei bambini dicendo loro l'essenziale: fede, speranza, amore, penitenza.
E così capisco anche che le persone qui si trovino per così dire delle finestre. A Fatima ho visto centinaia di migliaia di persone che, attraverso quello che Maria aveva confidato a dei bambini, in questo mondo pieno di sbarramenti e chiusure, ritrovano in certo qual modo l'accesso a Dio.

- Il famoso "Terzo segreto di Fatima" venne pubblicato solo nell'anno 2000 dal cardinale Joseph Ratzinger si disposizione di Giovanni Paolo II. Il testo parla di un vescovo vestito di bianco, che cade a terra, ucciso da un gruppo di soldati che gli sparano vari colpi di arma da fuoco, scena questa che venne interpretata come prefigurazione dell'attentato subito da Giovanni Paolo II.
Ora Lei dice: "Si illuderebbe chi pensasse che la missione profetica di Fatima sia conclusa".
Cosa intende? Significa che il messaggio di Fatima in realtà ancora non si è compiuto?
Nel messaggio di Fatima bisogna tenere distinte due cose: vi è da un lato un preciso avvenimento, rappresentato in forma di visione, dall'altro la cosa fondamentale, della quale si tratta.
Il punto non era soddisfare una curiosità. In questo caso avremmo dovuto pubblicare il testo molto prima! No, il punto è lasciare intendere un momento critico nella storia: quello nel quale si scatena tutta la forza del male che si è cristallizzata nelle grandi dittature e che, in altra forma, agisce anche oggi.
Si trattava poi della risposta a questa sfida. Questa risposta non consiste in grandi azioni politiche, ma ultimamente può giungere solo dalla trasformazione dei cuori: attraverso la fede, la speranza, l'amore e la penitenza. In questo senso il messaggio di Fatima non è concluso, anche se le due grandi dittature sono scomparse.
Rimane la sofferenza della Chiesa, resta la minaccia agli uomini e con essa permane anche la questione della risposta; rimane perciò anche l'indicazione che ci ha dato Maria.
Anche ora vi sono tribolazioni. Anche oggi il potere minaccia di calpestare la fede in tutte le forme possibili. Anche oggi è perciò necessaria la risposta della quale la Madre di Dio ha parlato ai bambini.

- La sua predica del 13 maggio a Fatima ha toni drammatici: "L'uomo ha potuto scatenare un ciclo di morte e di terrore", ha detto, "ma non riesce ad interromperlo...".
Quel giorno, di fronte a mezzo milione di persone espresse una supplica che in fin dei conti è impressionante: " Possano questi sette anni che ci separano dal centenario delle Apparizioni, affrettare il preannunciato trionfo del Cuore Immacolato di Maria a gloria della Santissima Trinità".
Significa che il Papa, che detiene un mandato profetico, ritiene possibile che nell'arco dei prossimi sette anni la Santa Madre di Dio si manifesterà in un modo che equivarrà ad un trionfo?
Ho detto che il "trionfo" si avvicinerà.
Dal punto di vista contenutistico è la stessa cosa di quando preghiamo che venga il Regno di Dio. E' una parola che non va intesa come se io mi aspetti che adesso avvenga una grande svolta e la storia improvvisamente cambi radicalmente corso: sono forse troppo razionalista per questo; volevo dire che la potenza del male deve essere sempre di nuovo arrestata; che sempre nella forza della Madre si mostra la forza di Dio stesso, e la tiene viva.
La Chiesa è sempre chiamata a fare ciò per cui Abramo pregò Dio, e cioè avere cura che vi siano abbastanza giusti per tenere a freno il male e la distruzione.
Ho voluto dire che le forze del bene possono sempre crescere di nuovo. In questo senso i trionfi di Dio, i trionfi di Maria sono silenziosi, e tuttavia reali.

domenica 28 novembre 2010

I DOMENICA DI AVVENTO Anno A - DOMÍNICA PRIMA ADVENTUS (28 novembre 2010)





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MISSALE ROMANUM
Domenica, 28 Novembre 2010


VANGELO
Dal Vangelo secondo Matteo Mt 4, 37-44

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Come furono i giorni di Noè, così sarà la venuta del Figlio dell’uomo. Infatti, come nei giorni che precedettero il diluvio mangiavano e bevevano, prendevano moglie e prendevano marito, fino al giorno in cui Noè entrò nell’arca, e non si accorsero di nulla finché venne il diluvio e travolse tutti: così sarà anche la venuta del Figlio dell’uomo. Allora due uomini saranno nel campo: uno verrà portato via e l’altro lasciato. Due donne macineranno alla mola: una verrà portata via e l’altra lasciata.
Vegliate dunque, perché non sapete in quale giorno il Signore vostro verrà. Cercate di capire questo: se il padrone di casa sapesse a quale ora della notte viene il ladro, veglierebbe e non si lascerebbe scassinare la casa. Perciò anche voi tenetevi pronti perché, nell’ora che non immaginate, viene il Figlio dell’uomo». 


EVANGÉLIUM
Sequéntia S. Evangélii secundum Lucam, 21, 25-33 

In illo témpore: Dixit Iesus discípulis suis: Erunt signa in sole et luna, et stellis, et in terris pressúra géntium præ confusióne sónitus maris, et flúctuum: arescéntibus homínibus præ timóre et exspectatióne, quæ supervénient univérso orbi: nam virtútes coelórum movebúntur. Et tunc vidébunt Fílium hóminis veniéntem in nube cum potestáte magna, et maiestáte. His áutem fíeri incipiéntibus, respícite, et leváte cápita vestra: quóniam appropínquat redémptio vestra. Et dixit illis similitúdinem: Vidéte ficúlneam, et omnes árbores: cum prodúcunt iam ex se fructum, scitis quóniam prope est æstas. Ita et vos cum vidéritis hæc fíeri, scitóte quóniam prope est regnum Dei. Amen dico vobis, quia non præteríbit generátio hæc, donec ómnia fiant. Coélum et terra transíbunt: verba áutem mea non transíbunt.

In quel tempo: Gesù disse ai suoi Discepoli vi saranno segni nel sole, nella luna e nelle stelle, e sulla terra angoscia di popoli in ansia per il fragore del mare e dei flutti, mentre gli uomini moriranno per la paura e per l'attesa di ciò che dovrà accadere sulla terra. Le potenze dei cieli infatti saranno sconvolte. Allora vedranno il Figlio dell'uomo venire su una nube con potenza e gloria grande. Quando cominceranno ad accadere queste cose, alzatevi e levate il capo, perché la vostra liberazione è vicina". E disse loro una parabola: "Guardate il fico e tutte le piante; quando già germogliano, guardandoli capite da voi stessi che ormai l'estate è vicina. Così pure, quando voi vedrete accadere queste cose, sappiate che il regno di Dio è vicino. In verità vi dico: non passerà questa generazione finché tutto ciò sia avvenuto. Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno.

Le due venute di Cristo
Dalle «Catechesi» di san Cirillo di Gerusalemme, vescovo
(Cat. 15, 1. 3; PG 33, 870-874)

Noi Noi annunziamo che Cristo verrà. Infatti non è unica la sua venuta, ma ve n'è una seconda, la quale sarà molto più gloriosa della precedente. La prima, infatti, ebbe il sigillo della sofferenza, l'altra porterà una corona di divina regalità. Si può affermare che quasi sempre nel nostro Signore Gesù Cristo ogni evento è duplice. Duplice è la generazione, una da Dio Padre, prima del tempo, e l'altra, la nascita umana, da una vergine nella pienezza dei tempi.

Due sono anche le sue discese nella storia. Una prima volta è venuto in modo oscuro e silenzioso, come la pioggia sul vello. Una seconda volta verrà nel futuro in splendore e chiarezza davanti agli occhi di tutti.

Nella sua prima venuta fu avvolto in fasce e posto in una stalla, nella seconda si vestirà di luce come di un manto. Nella prima accettò la croce senza rifiutare il disonore, nell'altra avanzerà scortato dalle schiere degli angeli e sarà pieno di gloria.

Perciò non limitiamoci a meditare solo la prima venuta, ma viviamo in attesa della seconda. E poiché nella prima abbiamo acclamato: «Benedetto colui che viene nel nome del Signore» (Mt 21, 9), la stessa lode proclameremo nella seconda. Così andando incontro al Signore insieme agli angeli e adorandolo canteremo: «Benedetto colui che viene nel nome del Signore» (Mt 21, 9).

Il Salvatore verrà non per essere di nuovo giudicato, ma per farsi giudice di coloro che lo condannarono. Egli, che tacque quando subiva la condanna, ricorderà il loro operato a quei malvagi, che gli fecero subire il tormento della croce, e dirà a ciascuno di essi: Tu hai agito così, io non ho aperto bocca (cfr. Sal 38, 10).

Allora in un disegno di amore misericordioso venne per istruire gli uomini con dolce fermezza, ma alla fine tutti, lo vogliano o no, dovranno sottomettersi per forza al suo dominio regale.

Il profeta Malachia preannunzia le due venute del Signore: «E subito entrerà nel suo tempio il Signore che voi cercate» (Ml 3, 1). Ecco la prima venuta. E poi riguardo alla seconda egli dice: «Ecco l'angelo dell'alleanza, che voi sospirate, ecco viene... Chi sopporterà il giorno della sua venuta? Chi resisterà al suo apparire? Egli è come il fuoco del fonditore e come la lisciva dei lavandai. Siederà per fondere e purificare» (Ml 3, 1-3).

Anche Paolo parla di queste due venute scrivendo a Tito in questi termini: «E' apparsa la grazia di Dio, apportatrice di salvezza per tutti gli uomini, che ci insegna a rinnegare l'empietà e i desideri mondani e a vivere con sobrietà, giustizia e pietà in questo mondo, nell'attesa della beata speranza e della manifestazione della gloria del nostro grande Dio e salvatore Gesù Cristo» (Tt 2, 11-13). Vedi come ha parlato della prima venuta ringraziandone Dio? Della seconda invece fa capire che è quella che aspettiamo.

Questa è dunque la fede che noi proclamiamo: credere in Cristo che è salito al cielo e siede alla destra Padre. Egli verrà nella gloria a giudicare i vivi e i morti. E il suo regno non avrà fine.

Verrà dunque, verrà il Signore nostro Gesù Cristo dai cieli; verrà nella gloria alla fine del mondo creato, nell'ultimo giorno. Vi sarà allora la fine di questo mondo, e la nascita di un mondo nuovo.

sabato 27 novembre 2010

Note sulle dichiarazioni di Benedetto XVI sull'utilizzo del profilattico...


Fraternità Sacerdotale San Pio X - Comunicato della Casa Generalizia
In un libro-intervista intitolato Luce del mondo pubblicato in tedesco ed in italiano il 23 novembre 2010 e che lo sarà in francese ed in inglese il 3 dicembre, Benedetto XVI ammette, per la prima volta, l’uso del preservativo “ in certi casi ”, “ per ridurre i rischi di contaminazione ” col virus dell’Aids. Queste affermazioni sbagliate richiederebbero di essere chiarite e corrette perché i loro effetti disastrosi – che una campagna mediatica non ha perso l’occasione di sfruttare – provocano tra i fedeli scandalo e smarrimento .

1. Quello che ha detto Benedetto XVI
Alla domanda “ la Chiesa cattolica non è fondamentalmente contro l’uso del preservativo?”, il papa risponde, secondo la versione originale tedesca: “ In certi casi, quando c’è l’intenzione di ridurre il rischio di contaminazione, ciò può comunque essere un primo passo per aprire la via ad una sessualità più umana, vissuta altrimenti.” Per illustrare la sua affermazione, il papa fa un solo esempio, quello di un “ uomo prostituito ”. Egli considera che, in questo caso particolare, ciò può essere “ un primo passo verso una moralizzazione, un principio di responsabilità che permetterebbe di diventare nuovamente coscienti che non è tutto permesso e che non si può fare tutto ciò che si vuole ”. Quindi si tratta del caso di qualcuno che, commettendo già un atto contro natura, con fini venali, avrebbe la preoccupazione – per di più – di non contaminare il suo cliente.


2. Quello che ha voluto dire Benedetto XVI secondo il suo portavoce
Queste affermazioni del papa sono state recepite, dai media e dai  movimenti che militano a favore della contraccezione, come una “ rivoluzione ”, una “ svolta ” o quanto meno una “ breccia ” nell’insegnamento morale costante della Chiesa sull’uso dei mezzi contraccettivi. Per questo il portavoce del Vaticano, P. Federico Lombardi, il 21 novembre ha pubblicato una nota esplicativa in cui si legge: “ Benedetto XVI considera una situazione eccezionale dove l’esercizio della sessualità rappresenta un vero rischio per la vita dell’altro. In questo caso, il papa non giustifica moralmente l’esercizio disordinato della sessualità, ma ritiene che l’utilizzo del preservativo per diminuire il rischio di contagio è ‘ un primo atto di responsabilità ’, ‘ un primo passo sul cammino verso una sessualità più umana ’, piuttosto che non farne uso, esponendo l’altro al pericolo di vita ”. E’ opportuno notare, per essere esatti, che il papa parla non soltanto di un “ primo atto di responsabilità ”, ma anche di un “ primo passo verso la moralizzazione ”. Nello stesso senso, il cardinale Georges Cottier che fu teologo della Casa Pontificia sotto Giovanni Paolo II e all’inizio del pontificato di Benedetto XVI, in occasione di un’intervista all’Agenzia Apcom il 31 gennaio 2005 aveva dichiarato: “ In situazioni particolari – e io penso in ambienti in cui circola la droga o in cui regna una grande promiscuità umana ed una grande miseria, come in certe zone dell’Africa e dell’Asia – in questi casi, l’uso del preservativo può essere considerato come legittimo.” Legittimità dell’uso del preservativo visto come un passo verso la moralizzazione, in certi casi, questo è il problema posto dall’affermazione del papa in Luce del mondo.
3. Quello che Benedetto XVI non ha detto e che i suoi predecessori hanno sempre detto

http://3.bp.blogspot.com/_hfuuF72fvwg/TPFbAwIjSgI/AAAAAAAAAxk/9JXtLuNJhkA/s1600/papi.jpgNessuna ‘ indicazione ’o necessità può trasformare un’azione intrinsecamente immorale in un atto morale e lecito.
( Pio XII, Allocuzione alle ostetriche del 29 ottobre 1951).
Non vi può esser ragione alcuna, sia pur gravissima, che valga a rendere conforme a natura ed onesto ciò che è intrinsecamente contro natura.” ( Pio XI, Enciclica Casti Connubii)
Ora, l’uso del preservativo è contro natura in quanto svia un atto umano dal suo fine naturale. Il suo utilizzo resta dunque sempre immorale. Alla domanda chiara del giornalista “ la Chiesa cattolica è fondamentalmente contro l’uso del preservativo?”, il papa risponde con una situazione eccezionale e non ricorda che la Chiesa è sempre fondamentalmente contraria all’uso dei preservativi. Ora, che l’uso del preservativo sia un’azione intrinsecamente immorale e materia di peccato mortale, è un punto fermo nell’insegnamento tradizionale della Chiesa, per esempio in Pio XI e in Pio XII, e anche nel pensiero di Benedetto XVI che dice al giornalista che lo interroga: “ Evidentemente, la Chiesa non considera il preservativo come una soluzione reale e neanche morale ”, ma il papa comunque l’ammette, in certi casi. Questo tuttavia è inammissibile riguardo alla fede: “ Non vi può essere ragione alcuna, insegna Pio XI in Casti Connubii (II, 2), sia pur gravissima, che valga a rendere conforme a natura ed onesto ciò che è intrinsecamente contro natura”. Cosa che ricorda Pio XII nella sua Allocuzione alle ostetriche del 29 ottobre 1951: “ Nessuna ‘ indicazione ’ o necessità può trasformare un’azione intrinsecamente immorale in u atto morale e lecito ”. Cosa che affermò san Paolo: “ Non facciamo il male perché ne venga un bene ” (Rm 3, 8). Benedetto XVI sembra considerare il caso di questo prostituto secondo i principi della “ morale di gradualità ” che vuol permettere  certi delitti meno gravi per condurre progressivamente i delinquenti dai delitti estremi all’innocuità. Questi delitti  minori non sarebbero senza dubbio morali, ma il fatto che facciano parte di un cammino verso la virtù li renderebbe leciti. Ora, quest’idea è un grave errore perché un male minore resta un male qualunque miglioramento apporti. “ In verità, insegna Paolo VI in Humanæ vitæ (n° 14), se è lecito, talvolta, tollerare un minor male morale al fine di evitare un male maggiore o di promuovere un bene più grande, non è lecito, neppure per ragioni gravissime, fare il male, affinché ne venga il bene (cf. Rm 3, 8), cioè fare oggetto di un atto positivo di volontà ciò che è intrinsecamente disordine e quindi indegno della persona umana, anche se nell’intento di salvaguardare o promuovere beni individuali, familiari o sociali”. Tollerare un male minore non equivale a rendere questo male ‘ legittimo’, né a iscriverlo in un processo di ‘ moralizzazione ’. In Humanæ vitæ ( n° 14) si ricorda che: “ E’ un errore pensare che un atto coniugale reso volontariamente infecondo e perciò intrinsecamente disonesto,  possa essere reso onesto dall’insieme di una vita coniugale feconda ”, allo stesso modo che bisogna dire che è un errore avanzare l’idea che il preservativo, in sé disonesto, possa essere onesto dalla speranza di un cammino verso la virtù di un prostituto che lo utilizza. All’opposto di una disassuefazione che passerebbe da un peccato “ più mortale ” a un peccato “ meno mortale ”, l’insegnamento evangelico afferma chiaramente: “ Va’ e non peccare più ” ( Gv 8, 11), e non “ Va’ e pecca di  meno ”.
4. Quello che i cattolici hanno bisogno di sentire dalla bocca di un papa
Certamente un libro-intervista non può essere considerato come un atto del magistero, a fortiori quando si allontana da ciò che è stato insegnato in modo definitivo e invariabile. Non di meno i medici e i farmacisti che si rifiutano coraggiosamente di prescrivere e distribuire  preservativi e contraccettivi per fedeltà alla fede ed alla morale cattoliche, e più generalmente tutte le famiglie numerose legate alla Tradizione, hanno assolutamente bisogno di sentire che l’insegnamento perenne della Chiesa non cambierà nel corso del tempo. Si aspettano tutti il fermo richiamo ce la legge naturale, come la natura umana in cui è incisa, è universale. Ora, in Luce del mondo si trova un’affermazione che relativizza l’insegnamento di Humanæ vitæ designando coloro che lo seguono fedelmente come “ minoranze profondamente convinte ” che offrono ad altri “ un affascinante modello da seguire ”. Come se l’Enciclica di Paolo VI fissasse un ideale irraggiungibile; cosa di cui si era già del tutto persuasa la maggioranza dei vescovi per meglio far scivolare questo insegnamento sotto il moggio – laddove proprio Cristo ci ordina di mettere la “ luce del mondo” ( Mt 5, 14). L’esigenza evangelica diventerebbe dunque sfortunatamente l’eccezione destinata a confermare la regola generale del mondo edonista nel quale viviamo? Quel mondo al quale il cristiano non si deve conformare (cf. Rm 12, 2), ma che egli deve trasformare come “ il lievito nella pasta ” (cf. Mt 13, 33) e al quale deve dare il gusto della Saggezza divina come “ il sale della terra ” (Mt 5, 13).

Menzingen, 26 novembre 2010
(Tradotto da www.DICI.org)