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giovedì 19 luglio 2012

FSSPX (nei suoi rappresentati "tiepidi") - Roma: L'ignobile accordo per ora è fermo in cantiere...

"Oh, quanto sangue versò dalle vene il nostro amabilissimo Redentore, nel dolorosissimo viaggio che Egli fece verso il Calvario, carico del pesante legno della croce! Di questo prezioso Sangue rimasero bagnate le strade di Gerusalemme e quei luoghi per i quali egli passò, e ciò fu in soddisfazione degli scandali e dei cattivi esempi con cui avrebbero le sue creature trascinati altri nella via della perdizione. Chi sa che tu non appartenga al numero di questi infelici! Chi sa quanti dal tuo cattivo esempio saranno stati sospinti all'inferno! E tu ancora non vi porgi rimedio?! Deh, procura in avvenire di contribuire alla salvezza delle anime, coll'ammonirle, coll'edificarle e col farti loro modello di buone e sante opere."  (San Gaspare del Bufalo)

Dichiarazione del Capitolo generale 
della Fraternità Sacerdotale San Pio X

Testo della Dichiarazione  (gli inserti in rosso sono i nostri)

Alla fine del Capitolo generale della Fraternità Sacerdotale San Pio X, riuniti accanto alla tomba del suo venerato fondatore Mons. Marcel Lefebvre, e uniti al suo Superiore generale, noi partecipanti, Vescovi, superiori e anziani di questa Fraternità,
 
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(...tranne tutti coloro che si sono opposti all'ignobile accordo, ipocritamente chiamato "pratico" e che "non riguarderebbe la fede", con coloro che stanno assassinando le fede in milioni di anime da 50 anni.)
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teniamo a far salire al cielo le nostre più vive azioni di grazia per i quarantadue anni di protezione divina così meravigliosa sulla nostra opera, in mezzo ad una Chiesa in piena crisi e ad un mondo che si allontana di giorno in giorno da Dio e dalla sua legge.

Noi esprimiamo la nostra profonda gratitudine a tutti i membri di questa Fraternità, sacerdoti, frati, suore, terziari, alle comunità religiose amiche, come ai cari fedeli, per la loro dedizione quotidiana e le loro ferventi preghiere in occasione di questo Capitolo, che ha conosciuto un franco confronto e svolto un lavoro molto fruttuoso. Tutti i sacrifici, tutte le pene accettate con generosità hanno certamente contribuito a superare le difficoltà che la Fraternità ha incontrato in questi ultimi tempi. Noi abbiamo ritrovato la nostra profonda unione nella sua missione essenziale: conservare e difendere la fede cattolica, formare dei buoni sacerdoti e lavorare per la restaurazione della Cristianità. 


Abbiamo definito ed approvato le necessarie condizioni per una eventuale regolarizzazione canonica. Si è stabilito che, inquesto caso, sarà convocato prima un Capitolo straordinario deliberativo. 

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(Forse è su questo che hanno fatto "giurin giurello"...


in maniera non conforme alla prassi della Chiesa, dato che il Codice di Diritto Canonico lo può attuare solo il Pontefice? Di questo fatto dell'utilizzo improprio del Codice di Diritto Canonico da parte di chi governa nella Fraternità, ne abbiamo parlato nell'articolo sull'iniqua espulsione di Monsignor Williamson dall'ultimo capitolo) 
Mons. Tissier stesso ammette, a proposito dei Tribunali della Fraternità: “è vero che le nostre sentenze in terza istanza rimpiazzano le sentenze della Rota romana, che giudica in nome del papa come un tribunale di terza istanza” (Cor unum, IV, 5, p. 43)" (Il giudizio in prima istanza spetta all’ordinario del luogo (normalmente il vescovo diocesano: can. 1572, can. 1419 n.c.). Quello in seconda istanza spetta normalmente al metropolita (can. 1594; can. 1438 n.c.) del quale il vescovo è suffraganeo. Il giudizio in terza e ultima istanza spetta al Papa (can. 1597; can. 1442 n.c.): “il Romano Pontefice è giudice supremo in tutto l’orbe cattolico, e giudica o personalmente o tramite i tribunali ordinari della Sede Apostolica oppure per mezzo di giudici da lui delegati), e questo modo di fare viene giustificato con il termine "supplenza", ma supplenza a cosa? Alla deriva dottrinaria dei Pastori della Chiesa Conciliare, ma ciò attribuisce ai Sacerdoti della Fraternità poteri che solo il Romano Pontefice ha; chiaramente questo è in contraddizione con le varie affermazioni di Fellay, e anche della presente dichiarazione, laddove si afferma di essere sottomessi a Roma e al Romano Pontefice: il 10 marzo 1991, Mons. Tissier de Mallerais riassumeva così questa tesi: “i vostri sacerdoti – si tratta dei vostri sacerdoti, dei vostri vescovi, delle vostre parrocchie di tradizione – non hanno una autorità ordinaria, ma una autorità straordinaria, una autorità di supplenza” (op. cit., p. 94). Dopo aver definito la giurisdizione come “un potere del superiore sul suo gregge, del pastore sulle sue pecorelle” (ibidem, p. 96), Mons. Tissier attribuisce ai sacerdoti della Fraternità un gregge che non gli verrebbe affidato dai vescovi o dal Papa, ma dalla “Chiesa”: “in situazione di crisi – disse ai fedeli che lo ascoltavano – è chiaro che i vostri sacerdoti non possono ricevere dai loro superiori nella Chiesa ufficiale, dai vescovi diocesani e neppure dal papa, un gregge, poiché viene loro rifiutato. Quindi questa autorità su di un gregge sarà data loro in un altro modo: per modo di supplenza. È la Chiesa che darà ai sacerdoti un potere, come il potere del pastore sul suo gregge” (p. 97).
 In definitiva per chiudere questo discorso sull'utilizzo improprio, (dato che viene dichiarato che si è sottomessi al Pontefice attuale e si prega giustamente nella Santa Messa "Una Cum") da parte della Fraternità di un suo proprio Codice di Diritto canonico, propongo ciò che dice Don Francesco Ricossa “il Romano Pontefice, Successore di San Pietro nel primato, ha non solo un primato di onore, ma anche un supremo e pieno potere di giurisdizione su tutta la Chiesa sia nelle cose che concernono la fede e la morale, sia in quelle che riguardano la disciplina e il governo della Chiesa dispersa nel mondo intero. Questo potere è veramente episcopale, ordinario e immediato sia su tutte le chiese e ciascuna di esse, sia su tutti e singoli i pastori e fedeli, (potere) indipendente da qualunque autorità umana” (can. 218; cf Vaticano I, Cost. dogmatica Pastor æternus, Denz. S. 3059-3064). Conseguentemente, egli è “giudice supremo in tutto l’orbe cattolico” (can. 1597; cf Denz. Sch. 3063). Ora, i giudici della Fraternità pretendono avere una giurisdizione – seppur di supplenza – senza e persino contro colui che detiene il pieno potere di giurisdizione su tutta la Chiesa, pretendendo di giudicare a prescindere dal giudice supremo e persino contro il suo giudizio. Quindi i tribunali della Fraternità, i suoi giudici, le sue sentenze, vanificano e riducono a una vana parola il primato di giurisdizione del Papa. Per meglio capire questo argomento, facciamo notare che i vescovi diocesani o i metropoliti sono giudici nella Chiesa perché hanno ricevuto dal Papa una diocesi o arcidiocesi da governare. Istituire dei tribunali che sostituiscano quelli diocesani indipendentemente da una autorizzazione del giudice supremo, il Papa, equivale ad attribuirsi l’autorità del vescovo diocesano: “nella Chiesa (è un dogma di fede) il Papa ha la pienezza della giurisdizione: fuori dalla sua, non esiste una giurisdizione; ogni atto giurisdizionale, a qualsiasi livello, è solo una parte del tutto, che viene esercitata in suo nome e, in ultima analisi, in nome di Gesù Cristo che gliela diede (al Papa); deve esercitarsi in armonia con essa e nel modo stabilito. L’autorità viene da Dio al Papa e, tramite lui, ai vescovi e, tramite essi, ai giudici, per cui in ultima analisi ogni giurisdizione è papale” (O. Fedeli). Analogamente, le sentenze civili sono portate dal giudice in nome della pubblica autorità. Un tribunale e delle sentenze portate da dei privati – presi individualmente o associati tra loro – sono inconcepibili e inammissibili. Ora, è proprio quello che fa la Fraternità nella Chiesa, come sottolinea Orlando Fedeli: “né la Scrittura né il Magistero hanno insegnato che si può stabilire una giustizia ad hoc, da parte di persone private… 

(Hanno forse usato la formula del "nuovo codice" per attuare il segreto d'ufficio? E se hanno l'hanno utilizzato per fare il "giurin giurello", non sanno che il Nuovo Codice altro non è che il  conciliabolo codificato?)
Questo problema del diritto canonico espone la Fraternità ad una sorta di Gallicanesimo: (nota sul Gallicanesimo alla fine dell'articolo)
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Ma non dimentichiamo che la santificazione delle anime comincia sempre in noi stessi. Essa è opera di una fede vivificata ed operante attraverso la carità, secondo le parole di San Paolo: «Non abbiamo infatti alcun potere contro la verità, ma per la verità» (II Cor. XIII, 8), e anche: «Cristo ha amato la Chiesa e ha dato se stesso per lei, al fine… di renderla santa e immacolata» (Cfr. Ef. V, 25 ss.).

Il Capitolo ritiene che il primo dovere della Fraternità nel servizio che intende rendere alla Chiesa, sia quello di continuare a professare, con l’aiuto di Dio, la fede cattolica in tutta la sua purezza e integrità, con una determinazione proporzionata agli attacchi che questa stessa fede oggi non cessa di subire.

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(Da parte di chi avvengono questi attacchi alla fede? DALLE PIU' ALTE AUTORITA' DELLA GERARCHIA DELLA "NUOVA CHIESA CONCILIARE". Questo, nel presente comunicato viene omesso proprio perchè si ha ancora l'intenzione - da parte dei "tiepidi" con a capo Fellay - di avere dei contatti, per trovare l'ignobile accordo, con gli assassini della fede.)

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È per questo che ci sembra opportuno riaffermare la nostra fede nella Chiesa cattolica romana, la sola Chiesa fondata da Nostro Signore Gesù Cristo, al di fuori della quale non c’è salvezza né possibilità di trovare i mezzi che conducono ad essa; nella sua costituzione monarchica, voluta da Nostro Signore, che fa sì che il potere supremo di governo su tutta la Chiesa appartenga solo al Papa, Vicario di Cristo sulla terra; nella regalità universale di Nostro Signore Gesù Cristo, creatore dell’ordine naturale e soprannaturale, alla quale ogni uomo e ogni società devono sottomettersi.

Per tutte le novità del Concilio Vaticano II che restano viziate da errori, e per le riforme che ne sono derivate,

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(Fellay ha dichiarato incredibilmente che il 95% del conciliabolo va bene, quindi è forse del solo restante 5% che si stà parlando qui?)
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la Fraternità può solo continuare ad attenersi alle affermazioni e agli insegnamenti del Magistero costante della Chiesa; essa trova la sua guida in questo Magistero ininterrotto che, con la sua azione di insegnamento, trasmette il deposito rivelato in perfetta armonia con tutto ciò che la Chiesa intera ha sempre creduto, in ogni luogo.

Parimenti, la Fraternità trova la sua guida nella Tradizione costante della Chiesa, che trasmette e trasmetterà fino alla fine dei tempi l’insieme degli insegnamenti necessari al mantenimento della fede e alla salvezza, in attesa che sia reso possibile un dibattito aperto e serio mirante ad un ritorno delle autorità ecclesiastiche alla Tradizione.

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(questa breve affermazione fa intendere che si ha ancora la volontà di avere rapporti con l'attuale gerarchia corrotta della "nuova chiesa conciliare". Siccome si è annunciato che si deve seguire l'esempio del Fondatore, Monsignor Marcel Lefebvre, si farà finalmente come lui ha indicato per avere dei rapporti con gli assassini della Fede dato che nei colloqui terminati, (e comunque falliti !)  questo non si è fatto?  "Riguardo alla ripresa dei contatti con Roma, porrò la questione sul piano dottrinale: siete d'accordo con le grandi encicliche dei Papi che vi hanno preceduto? Siete d'accordo con "Quanta Cura" di Pio IX, "Immortale Dei" e "Libertas" di Leone XIII, "Pascendi" di San Pio X, "Quas primas" di Pio XI, "Humani Generis" di Pio XII. Accettate ancora il giuramento antimodernista? Siete ancora per il Regno Sociale di NSGC? Se non accettate la dottrina dei vostri predecessori è inutile di parlare. Finche non avrete accettato di riformare il Concilio considerando la dottrina di questi Papi che vi hanno preceduto nessun dialogo è possibile. E’ inutile. Cosi le posizioni sono più chiare. (Conferenza tenuta al ritiro sacerdotale a Econe il 4 settembre 1987 "Sous la Banniere" n.133 ottobre 2007 p.4)(Fideliter n°66 Setembre Ottobre 1988)
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Noi ci uniamo ai altri cristiani perseguitati nei diversi paesi del mondo, che soffrono per la fede cattolica, spesso fino al martirio. Il loro sangue versato in unione con la Vittima dei nostri altari è la prova del rinnovamento della Chiesa in capite et membris, secondo il vecchio adagio «sanguis martyrum semen christianorum».
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(se si fosse veramente uniti a coloro che muoino per difendere la Fede, si abbandonerebbero immediatamente i rapporti con l'attuale gerarchia corrotta dal modernismo)

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«Infine, ci rivolgiamo alla Vergine Maria, anch’ella gelosa dei privilegi del suo Figlio divino, gelosa della sua gloria, del suo Regno sulla terra come in Cielo. Quante volte ella è intervenuta in difesa, anche armata, della Cristianità, contro i nemici del Regno di Nostro Signore! Noi la supplichiamo di intervenire oggi per scacciare i nemici interni che tentano di distruggere la Chiesa più radicalmente dei nemici esterni.
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(l'allusione del Monsignore è chiaramente rivolta ai Gerarchi corrotti dal modernismo, che anche oggi sono presenti in Vaticano nelle più alte sfere) 
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Che ella si degni di conservare nell’integrità della fede, nell’amore per la Chiesa, nella devozione al successore di Pietro, tutti i membri della Fraternità San Pio X  e tutti i sacerdoti e i fedeli che operano con le stesse intenzioni, affinché ella ci difenda e ci preservi tanto dallo scisma quanto dall’eresia.
«Che San Michele Arcangelo ci trasmetta il suo zelo per la gloria di Dio e la sua forza per combattere il demonio.
«Che San Pio X ci faccia partecipi della sua saggezza, della sua scienza e della sua santità per discernere, in questi tempi di confusione e di menzogna, il vero dal falso e il bene dal male.» (Mons. Marcel Lefebvre, Albano, 19 ottobre 1983).

Ecône, 14 luglio 2012

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Per il commento alla ridicola dichiarazione Vaticana, che conferma quello che sono, lascio la parola al benemerito sito Unavox...

DICHIARAZIONI INCROCIATE
ovvero
siamo alle comiche
 
Non appena diffusa la Dichiarazione del Capitolo generale della Fraternità San Pio X, ecco che giunge tempestivo un Comunicato della Sala Stampa della Santa Sede.
 Siamo esterrefatti!

Il Capitolo Generale della Fraternità sacerdotale San Pio X, concluso nei giorni scorsi, ha pubblicato una Dichiarazione a proposito della possibile normalizzazione canonica della relazione fra la Fraternità e la Santa Sede. Pur essendo stata resa pubblica, tale Dichiarazione rimane anzitutto un documento interno, per lo studio e la discussione fra i membri della Fraternità.
La Santa Sede ha preso atto di questa Dichiarazione, ma resta in attesa della annunciata Comunicazione ufficiale da parte della Fraternità Sacerdotale, per la continuazione del dialogo fra la Fraternità e la Commissione "Ecclesia Dei".


Cerchiamo di capire che cosa dice questo comunicato, tenuto conto che si tratta di un documento ufficiale, per di più relativo ad una questione che travaglia la Chiesa da ben quarant’anni..

Innanzi tutto si capisce che in Vaticano non hanno le idee chiare. La “normalizzazione canonica della relazione fra la Fraternità e la Santa Sede” è davvero una cosa singolare, come se si trattasse della normalizzazione delle relazioni diplomatiche tra lo Stato di Israele e la Città del Vaticano. Senza contare il solito disprezzo per la lingua italiana con l’uso del “tra” al posto del corretto “fra”.


Esterrefatti, ci chiediamo:
come fa il Vaticano a sapere che la Dichiarazione è solo un documento interno ad uso dei membri della Fraternità? Qualcuno gli ha detto così? Ha ricevuto precise assicurazioni in tal senso al momento della sua ricezione? Si tratta di una illazione vaticana? Si tratta di una speranza vaticana? O siamo di fronte al giuoco delle tre carte, dove non si capisce bene chi sia l’imbonitore e chi il compare?
Siamo esterrefatti!

Se veramente si trattasse di un documento interno, perché renderlo pubblico? C’è una sola spiegazione: esso servirebbe a calmare l’agitazione degli animi che si registra da qualche tempo nella Fraternità. Ma questo lo sanno i membri del Capitolo?

Ma se si trattasse di questo, e visto che il Vaticano ci tiene a sottolinearlo, ne deriva che quel documento non può essere preso sul serio. Soprattutto per quanto riguarda le reali intenzioni della Fraternità nei confronti delle proposte vaticane. E il Vaticano, che lo saprebbe, tiene a precisare proprio questo: non vale nulla in relazione a noi, ha solo un valore strumentale interno.
Ovviamente, se fosse così, sembrerebbe che nei rapporti col Vaticano, la Fraternità dica una cosa pubblicamente e un’altra privatamente, anche se, a onor del vero, questo non toglie nulla a quello che sta scritto nella Dichiarazione. D’altronde, questo Vaticano che si atterrebbe alle cose dette in camera caritatis dovrà comunque fare i conti con la “carta scritta” divulgata ai quattro venti. Tranne che la supponenza dei modernisti romani non giunga fino al punto di infischiarsene altamente di quello che pensano i fedeli. Cosa che poi non stupirebbe neanche un po’ dopo cinquant’anni di Concilio e di riforme conciliari.

Ma resta da capire, e forse non lo sapremo mai, se questa trovata del documento interno sia farina del sacco di Roma o sia il frutto di tutta una serie di strizzatine d’occhio tra i marpioni romani e i loro epigoni “econiani”.

Non vogliamo insinuare alcunché, ma la domanda resta: come fa il Vaticano a classificare con tanta certezza come “interno” un documento che più pubblico di così si muore?

Ovviamente, c’è un’altra spiegazione.
Il documento non piace al Vaticano e quindi lo declassa, senza però avere il coraggio di dire che non gli piace. Ma questo non è più neanche un comportamento “diplomatico”, è semplicemente un comportamento furbo, e dal Vaticano ci si aspetterebbe un comportamento intellettualmente onesto.

Resta da capire a cosa miri un comunicato come questo, perché quando si dice che si aspetta una “comunicazione ufficiale” per la “continuazione del dialogo”, non si capisce di cosa si parli… tranne che il Vaticano non si aspetti un telegramma col giorno e l’ora in cui Mons. Fellay si recherà in Congregazione.

Ma sembrerebbe che il Vaticano si aspetti altro.
Se è così, come dice il comunicato, allora, ai fini della continuazione del dialogo, questa Dichiarazione non significa niente. La Fraternità avrebbe vissuto mesi di fibrillazione, avrebbe invitato i fedeli a pregare, avrebbe convocato il Capitolo generale, avrebbe affrontato una settimana di discussioni a porte chiuse… per niente.

Qui qualcuno ci prende in giro!


Ora, se questa Dichiarazione è la risposta della Fraternità all’ultima versione del famoso “preambolo dottrinale” proposto dal Vaticano e più volte rimaneggiato, e ancora misteriosamente segreto, cosa cincischia il Vaticano?

Questo comunicato vorrebbe significare che… sì, va be’, ma adesso sediamoci seriamente a parlare?
Non lo sappiamo, come non sappiamo che cosa veramente bolla in pentola. E dire che quello che bolle… alla fine siamo noi che ce lo dobbiamo pappare!

A questo punto, l’unica cosa seria che può accadere è che nel più breve tempo possibile la Fraternità metta a tacere le illazioni vaticane, smentendo le insinuazioni, se di questo si tratta, e dichiarando che questa Dichiarazione del Capitolo è l’ultima parola sul “preambolo dottrinale”: non la parola di Mons. Fellay, ma la parola dei vescovi, dei sacerdoti e dei fedeli della Fraternità.

Magari con la precisazione che la Fraternità non si presta al giuoco delle tre carte e, dopo questo comunicato vaticano, non è più disposta a dare credito ad una compagine romana che sembra più un accolita di furbetti, che un insieme di “sacre congregazioni”.

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In tutta questa torbida vicenda noi semplici fedeli, vicini alla Fraternità San Pio X fondata da Monsignor Marcel Lefebvre, possiamo solo prendere atto che alcuni personaggi ambigui, Monsignor Fellay in primis, hanno evidentemente allontanato nel tempo la Fraternità dalle linee guida del Fondatore, nonostante le dichiarazioni di fedeltà professate dai "tiepidi", per intraprendere contatti torbidi e segreti con la Gerarchia modernista della "nuova Chiesa Conciliare", che ha occupato la Vera Chiesa di Nostro Signore Gesù Cristo da 50 anni a questa parte. Quindi pur riconoscendo l'autorità al Pontefice, come sommo Pastore della Chiesa Universale, in coscienza e in virtù della constatazione che oggi i governanti della Chiesa, professano una dottrina contraria addirittura alla rivelazione e alla Tradizione della Chiesa, dobbiamo rigettare, dopo una debita istruzione della nostra coscienza studiando la dottrina pre conciliare, tutte le innovazioni diboliche dell'ultimo concilio senza aspettarci niente da coloro che hanno deciso di scendere a compromessi con coloro che stanno insozzando la Chiesa col modernismo e quant'altro. Noi semplici fedeli siamo inoltre costretti a subire anche questo smacco da parte di chi ci dovrebbe rappresentare davanti agli assasini della fede Cattolica Apostolica Romana l'autenticità della fede donataci dal Signore. Altro non ci rimane che cercare di vivere nella Grazia del Signore, partecipare all'unica vera Messa Cattolica, il Vetus Ordo, rinnegando la nuova Messa protestantizzata ed ebraicizzata creata a tavolino per promuovere l'ecumenismo satanico conciliare, e pregare intensamente affinche i nemici della vera Chiesa siano fermati secondo la volontà del Signore.
Concludo questo mio piccolo pensiero sulla vicenda dell'ignobile accordo, proponendo una mirabile professione di fede da parte di un grande Santo della Chiesa:

Preghiera per conservare la Fede
 

di San Pietro Canisio
Professo davanti a voi la mia fede, Padre e Signore del cielo e della terra, mio Creatore e Redentore, mia forza e mia salvezza, che fin dai miei più teneri anni non avete cessato di nutrirmi col sacro pane della Vostra Parola e di confortare il mio cuore. Affinché non vagassi come le pecore traviate che sono senza pastore, Voi mi raccoglieste nel seno della Vostra Chiesa; raccolto mi educaste, educato mi conservaste, insegnandomi, con la voce di quei pastori nei quali volete essere ascoltato e obbedito, come di persona, dai vostri fedeli.
Confesso a viva voce per la mia salvezza tutto quello che i cattolici hanno sempre e a buon diritto creduto nel loro cuore. Ho in abominio Lutero, detesto Calvino, maledico tutti gli eretici; non voglio aver nulla in comune con loro, perché non parlano né sentono rettamente, né posseggono l’unica regola della Vera Fede, proposta dall’unica, santa, cattolica, apostolica e romana Chiesa.
Mi unisco invece, nella comunione, abbraccio la Fede, seguo la religione e approvo la dottrina di quelli che ascoltano e seguono Cristo, non soltanto quando insegna nella parola scritta, ma anche quando giudica nei Concilî Ecumenici e definisce nella Cattedra di Pietro, testificandola con l’autorità dei Padri. Mi professo, inoltre, figlio di quella Chiesa romana che gli empi bestemmiatori disprezzano, perseguitano ed abominano come se fosse anticristiana; non mi allontano in nessun punto dalla sua autorità, né rifiuto di dare la vita e versare il sangue in sua difesa e credo che i meriti di Cristo possono essere di salvezza per me e per gli altri solo nell’unità di questa santa Chiesa.
Professo con franchezza assieme a San Girolamo di essere unito con chi è unito alla cattedra di Pietro, e protesto con Sant’Ambrogio di seguire in ogni cosa quella Chiesa romana che riconosco riverentemente, con San Cipriano, come radice e madre della Chiesa universale.
Mi affido a questa fede o dottrina che da fanciullo ho imparato, da giovane ho confermato, da adulto ho insegnato e che finora, col mio potere, ho difeso. A fare questa confessione non mi spinge altro motivo che la gloria e l’onore di Dio, la coscienza della Verità, l’autorità delle Scritture canoniche, il sentimento e il consenso dei Padri della Chiesa, la testimonianza della fede che devo dare ai miei fratelli e, infine, l’eterna salvezza che aspetto in cielo e la beatitudine promessa ai veri fedeli. Se accadrà che a causa della mia professione io sia disprezzato, maltrattato, perseguitato, lo considererò come una straordinaria grazia e favore, perché vorrà dire che Voi, o mio Dio, mi date occasione di soffrire per la giustizia, e perchè non volete che mi siano benevoli quelle persone che, come aperti nemici della Chiesa e della verità cattolica, non possono essere vostri amici. Tuttavia perdonate loro, Signore, poiché, o perché istigati dal demonio o accecati dal luccichio di una falsa dottrina, non sanno quello che fanno o non vogliono saperlo. Concedetemi comunque questa grazia: che in vita o in morte io renda sempre un’autorevole testimonianza della sincerità e della fedeltà che debbo a Voi, alla Chiesa e alla Verità, e che non mi allontani mai dal santo amore e che io sia in comunione con quelli che vi temono e che custodiscono i Vostri santi precetti nella S. Romana Chiesa, al cui giudizio con animo pronto e rispettoso, sottometto me stesso e tutte le mie opere.
Tutti i Santi che, o trionfanti in cielo, o militanti in terra, sono indissolubilmente uniti col vincolo della pace nella Chiesa Cattolica, esaltino la Vostra immensa bontà e preghino per me. Voi siete il principio e la fine di tutti i miei beni; a voi sia in tutto e per tutto lode, onore e gloria sempiterna.

 
Amen.


Monsignor Lefebvre, che oggi viene "omaggiato" dal Capitolo di fronte alla sua tomba,  diceva:

"Bisogna tenere, assolutamente tenere, tenere ad ogni costo. E adesso vengo a quello che senza dubbio vi interessa; ma io dico: Roma ha perso la fede, cari amici, Roma è nell'apostasia. Queste non sono parole, non sono parole (sparate) in aria che vi dico, è la verità! Roma è nell'apostasia. Non si può più dare fiducia a questa gente. Hanno abbandonato la Chiesa, abbandonano la Chiesa, e sicuro, sicuro, sicuro. L'ho riassunto al cardinale Ratzinger in poche parole, perche diciamo che è difficile di riassumere tutta questa situazione; ma gli ho detto: "Eminenza, veda, anche se Voi ci accordaste un vescovo, anche se Voi ci accordaste una certa autonomia rispetto ai vescovi, anche se Voi ci accordaste tutta la liturgia del 1962, se ci accordaste di continuare i seminari della Fraternità, come lo stiamo facendo ora, noi non possiamo collaborare, e impossibile, impossibile, perche lavoriamo in due direzioni diametralmente opposte: Voi lavorate alla decristianizzazione della società, della persona umana e della Chiesa e noi invece lavoriamo alla cristianizzazione. Ecco che non ci si può capire.
Allora gli ho detto: Per noi il Cristo è tutto; Nostro Signore Gesù Cristo è tutto è la nostra vita: La Chiesa è Nostro Signore Gesù Cristo, è la Sua sposa mistica. Il sacerdote è un altro Cristo; la sua Messa è il Sacrificio di Gesù Cristo è il trionfo di Gesù Cristo attraverso la croce. Il nostro seminario: vi si impara ad amare il Cristo, e si è tesi verso il regno di Nostro Signore Gesù Cristo: Ecco quello che siamo. E Voi, voi fatte il contrario. Voi mi avete appena detto che la società non deve essere cristiana, non può essere cristiana; che sarebbe contro la natura della società (di essere cristiana)!

Volevate appena adesso provarmi che Nostro Signore Gesù Cristo non può e non deve regnare nella società! Voi volete provare che la coscienza umana e libera di fronte a NSGC! ­"Bisogna lasciare loro la libertà e uno spazio vitale autonomo" come dite voi. Questa e la decristianizzazione. Ebbene noi invece siamo per la cristianizzazione. Ecco che non ci si può capire. Ed e questo, vi assicuro, e questo il riassunto. Non si può seguire quella gente la. La divinità di NSGC è contro l'ecumenismo e la libertà religiosa e l'apostasia. Non credono più nella divinità di NSGC che deve regnare. Perche? Perche questo va contro l'ecumenismo. Ecco. Questo va contro l'ecumenismo e la libertà religiosa.
La libertà religiosa e l'ecumenismo si toccano sono la stessa cosa. Perche se la società e cristiana, se Nostro Signore regna sulla società allora come potrà stare bene con gli ebrei con i protestanti con i musulmani con i buddisti, ecc? Non si potrà più fare dell'ecumenismo, non sarà più possibile. Allora nascondiamo la croce di Gesù Cristo, nascondiamo NSGC, non parliamo più di NSGC nella società, la società multireligiosa pluralista,ecc. No, questo non e possibile, non e possibile! Ugualmente per la personalità umana libera, è vero, viene scristianizzata anche essa. Essa deve credere, non è libera, deve credere, altrimenti è condannata. E NS che l'ha detto. E’ vero o non è vero? Allora se deve credere non è più libera. ­La libertà di coscienza, lo spazio sociale autonomo per tutti i sentimenti religiosi e le idee religiose che l'uomo può concepire nella sua coscienza: Vi chiedo un po. Evidentemente dietro tutto questo vi e la moralità che segue. Non ci sono solo le idee; dietro le idee c'e evidentemente lo spazio sociale autonomo? Fino all'ordine pubblico si è liberi, la società non c'entra.- E’ inconcepibile, inconcepibile.

Queste cose me le ha dette il 14 luglio per voler provare che lo Stato non dovrebbe avere religione. E che questo corrisponderebbe alla natura dello Stato. Allora gli ho detto:"Ma insomma, ci sono quindici secoli della Chiesa che vanno al contrario di quello che Voi dite. Insomma, Eminenza!

Comunque. E le unzioni dei re e dei principi, che cosa erano? Era la supplica la domanda rivolta a Dio di dare loro la fede cattolica, dare loro la forza di mantenere la fede cattolica nel loro paese, di diffondere il costume cristiano, le virtù cristiane, di difendere la Chiesa contro i suoi nemici,ecc.

Era questa l'unzione dei re. Gli si dava la spada, perche? Per difendere la cristianità contro i nemici della fede: Ah ma questo era un periodo singolare e anomalo. Questo poi... non e male. E’ anomalo. Noi (Ratzinger) ci rifacciamo al Vangelo. Rifarsi al vangelo, vi domando un pò, è facile a dire. E' assolutamente falso. Come se San Paolo non avesse detto:"oportet illum regnare" Deve regnare Tutto” e per il regno di NSGC nel vangelo, vediamo. Insomma comunque! O allora non c'e più vangelo.
Allora come volete che ci si possa fidare di questa gente. Non è più possibile!
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Note:
1°)  
Il gallicanesimo

È un insieme di dottrine teologico-politiche sull’ecclesiologia, che tendono 1°) a limitare il potere del Papa sulla Chiesa francese (“gallicanesimo teologico”), appoggiandosi sui diritti anticamente (Clodoveo +511 e Carlo Magno + 814) acquisiti; 2°) a favorire l’ingerenza del re di Francia nella Chiesa stessa, togliendo al Papa ogni potere sul regno di Francia (“gallicanesimo politico”).

● L’origine remota del gallicanesimo va ricercata nella teoria dell’unzione di Clodoveo re dei Franchi (496) da parte del vescovo di Parigi san Remigio (+ 530) con un olio portato da una colomba direttamente dal cielo e non consacrato dal vescovo. La “Enciclopedia Cattolica” (Città del Vaticano, 1951, VI vol., coll. 1769-1770) attribuisce a Incmaro, arcivescovo di Reims (nato nell’806 e morto il 21 dicembre 882), la leggenda della Santa Ampolla contenuta nella sua “Vita di san Remigio” (PL 125, 1229-88, “Monumenta Germaniae Historica”, Hannover-Berlino, 1826, Script. Rer. Merov. , III, pp. 239-341), che «è opera solo di edificazione» (“Enciclopedia Cattolica”, ivi, col. 1170). La figura di Incmaro è assai discutibile. Basta consultare A. Fliche-V. Martin, Storia della Chiesa, (Cinisello Balsamo, San Paolo, 1983, vol. VI, pp. 423-475) per apprendere la sua lunga attività di falsario di documenti e decretali di diritto canonico o perlomeno di sfruttatore di falsi documenti (i cosiddetti “falsi isidoriani”, dal nome di Isidoro Mercatore, composti attorno all’850). Il fatto che l’arcivescovo di Reims (che allora era Incmaro stesso) fosse il depositario e custode dell’Ampolla portata direttamente dallo Spirito Santo a Remigio nel 498 o 499 rendeva questo arcivescovo – come il re di Francia – “in un certo senso” indipendente dal Papa. Tutto il modo di agire di Incmaro nella controversia che ebbe con Roma fu un lungo temporeggiare, fatto di attestati teorici di obbedienza e dipendenza alla Sede Apostolica, mentre nei fatti (A. Fliche – V. Martin, ibidem, p. 473 e 475) egli continuava ad agire come se fosse il sovrano assoluto della sua arcidiocesi e della chiesa di Francia, data la supremazia su tutta la Gallia di Reims a causa della Santa Ampolla ivi ancora custodita.
● L’origine prossima del gallicanesimo risale alla controversia tra Filippo il Bello e Bonifacio VIII e al grande Scisma d’Occidente. Formalmente le prime espressioni esplicitamente gallicane si trovano nel ‘Concilio dei vescovi francesi’ convocato dal re Carlo VI a Parigi nel 1398 e nel successivo 1406. Il termine “libertà gallicane” che sino ad allora era servito a rafforzare le immunità del clero di Francia di fronte al potere temporale, veniva a cambiare significato indicando l’idea che la Chiesa di Francia, con l’aiuto del re francese, doveva riacquistare le sue “antiche libertà gallicane” contro l’ingerenza dell’autorità papale, la quale sarebbe limitata dagli antichi concilii francesi e ad essi subordinata. Nei “Quattro articoli” approvati, sotto la presidenza del cardinal Pierre D’Ailly, dal Concilio di Costanza (1414-1418), articoli che rispecchiano la sua dottrina antipapale, era stata già compendiata tutta la dottrina gallicana. I papi Martino V (+ 1431) ed Eugenio IV (1431 + 1447), si rifiutarono di riconoscere i “Quattro articoli” come legittimi, ma ad essi si appellarono i gallicani del XVII secolo, quasi fossero articoli di Fede definita. Tali idee furono poi consacrate nella “Prammatica Sanzione” di Bourges (7 luglio 1438), la quale rappresenta le idee del clero francese sotto il re Carlo VII.
● I pricipii espressi nella “Prammatica Sanzione” sono i seguenti: 1°) la superiorità del Concilio universale sul Papa; 2°) il Papa in Francia ha solamente un potere limitato dagli antichi e accettati canoni dei Concilii francesi. Perciò, durante il Concilio di Trento i vescovi francesi, richiamandosi alla “Prammatica Sanzione”, si opposero alla definizione del primato pontificio, in quanto la Chiesa gallicana o di Francia sarebbe stata soggetta solamente agli antichi canoni accettati nel regno francese ed esente dall’autorità del recente Concilio tridentino. Da tali polemiche uscì il “codice del gallicanesimo” di Pierre Pithou Les libertés de l’Eglise gallicane (1594) sostenuto poi dal cardinal Richelieu (+ 1642), secondo il quale la Chiesa gallicana è “libera” ossia “esente” da ogni obbedienza alla S. Sede perché il Papa non ha nessun potere, neppure indiretto ratione peccati in temporalibus, nel Regno di Francia, essendo egli solamente sovrano nelle cose spirituali. L’opera di Pithou è soprattutto politica (“gallicanesimo politico”: potere assoluto del re, che ha un’autorità indiretta anche sul Papa o monarchia di diritto direttamente divino) e serve ad esaltare l’autorità del re di Francia anche in campo ecclesiastico, giungendo a formulare la teoria del potere indiretto in spiritualibus dello Stato sulla Chiesa.
● Il clero francese non aderì subito al gallicanesimo politico del Pithou, ma con Richelieu (+ 1642) e Luigi XIV (1638-1715) esso prevalse anche nell’ambiente ecclesiastico francese. Bossuet (+ 1704) fece la distinzione tra “gallicanesimo politico” o dei magistrati e “gallicanesimo teologico” o dei vescovi (superiorità del Concilio sul Papa e giurisdizione che viene ai vescovi direttamente da Dio e non tramite il Papa), cercando di contrapporre il suo gallicanesimo e quello dei vescovi francesi a quello dei magistrati e del Pithou. “Ma la differenza è più apparente che reale” (Michele Maccarrone, voce “Gallicanesimo”, in “Enciclopedia Cattolica”, Città del Vaticano, 1950, vol. V, col. 1899). Il gallicanesimo di Bossuet è una sorta di gallicanesimo politico moderato o mitigato.
● Nel 1682 apparve la “Dichiarazione del clero Gallicano” la quale è la formulazione definitiva del gallicanesimo teologico o religioso, causata dal re che aveva convocato un’assemblea dei vescovi francesi in occasione di una sua disputa sulle regalie con papa Innocenzo XI. Redattore ne fu il Bossuet, che «cercò di attenuare le richieste dei gallicani e di mantenerle entro la dottrina comune. Non riuscì però a salvare l’ortodossia della dichiarazione (DB 1322- 1325); il primo articolo rigetta, contro la dottrina teologica comune, l’intervento del Papa anche solo indiretto nel temporale. […]. Il secondo sostiene la superiorità del Concilio […]. Il quarto è il più grave perché nega l’infallibilità pontificia, concepita come ‘dipendente dal consenso della Chiesa’» (M. Maccarrone, ivi). Papa Alessandro VIII nel 1690 condannò i “Quattro articoli” (DB 1326). Gli ultimi segni di vita del gallicanesimo apparvero durante il Concilio Vaticano I sulla definizione dell’infallibilità del Papa rifiutata dai gallicani. (Cfr. D. Th. C., VI, I, coll. 1093-1137; D. F. C., II, coll. 125-273; Pio Paschini, Lezioni di storia ecclesiastica, Torino, 1931, vol. III, p. 61 ss).
Gallicanesimo politico e Charles Maurras (+ 1952): il pensiero di Maurras è la reviviscenza del gallicanesimo politico. In quanto agnostico, Maurras scivola verso il laicismo pratico o modernismo sociale. La molla del laicismo liberale in lui è l’ateismo o agnosticismo; la sua concezione naturalista della Chiesa come società d’ordine e non Regno dei Cieli sulla terra lo porta necessariamente al laicismo, anche se, come conservatore e monarchico, è un ‘clericalista’, ma non un cristiano. Bisogna ben capire che in Maurras la concezione della monarchia non è tradizionale, ma è di diritto direttamente divino, quindi assoluta e indipendente dal Papa anche ratione peccati (gallicanesimo politico). Il maurrassismo è come “l’angelo decaduto che tenta sotto apparenza di bene” (S. Iganzio da Loyola, “Regole per il discernimento degli spiriti”, in “Esercizi Spirituali”). L’apparenza del maurrassismo, infatti, sembra buona, (monarchia, ordine, patria), ma la realtà è cattiva: separazione tra Stato e Chiesa, fra politica e morale, fra principe e Papa. Questo errore ecclesiologico porta Maurras ad una concezione liberale o socialmente modernista dei rapporti tra Stato e Chiesa, anche se difesa alla luce del super-“monarchicismo”, che in tal caso non è incompatibile col liberalismo politico. Altra spiacevole conseguenza della sua dottrina agnostica è quella di rendere la polìtica ‘a-morale’, cioè scissa dall’etica: Maurras non riconosce la legge di Dio e quindi la politica, secondo lui, deve essere indipendente dalla morale. La conclusione è che la politica di Maurras è in contraddizione con i principii della politica cristiana. Maurras stesso ha scritto: “La politica non è la morale. Ora, questa non è la dottrina tradizionale aristotelico-tomistica, ma è quella moderna del Principe di Machiavelli. San Tommaso, seguendo Aristotele, insegna che “la virtù morale della prudenza applicata alla vita sociale si chiama politica” (Commento alla Politica di Aristotele), mentre Machiavelli ha scisso nettamente la politica dall’etica o morale, per farne lo strumento della ragion di Stato e non un mezzo utile (o virtù morale) per conseguire il benessere comune sociale temporale, subordinato a quello soprannaturale (fine ultimo dell’uomo). Il cattolicesimo, quindi, è estraneo alla concezione politica di Maurras come lo è a quella di Machiavelli, infatti, entrambi parteggiavano più per il ‘Principe’ che non per il Papa e volevano quest’ultimo sottomesso al primo. Pio XI (+ 1939) giudicava inaccettabile una riduzione della filosofia politica a mera empiriologia con rapporti solamente estrinseci con la fede, la teologia, la morale cattolica e in piena autonomia intrinseca. Religione e politica non sono separabili secondo la dottrina cattolica, la quale in ciò si distingue nettamente dal liberalismo, che propugna la piena separazione tra Chiesa e Stato (“libera Chiesa in libero Stato”), tra religione e politica. Perciò, la dottrina maurrassiana, paradossalmente, pecca di un certo naturalismo o liberalismo sociale e politico, pur essendo monarchica, antidemocratica e autoritaria, ma in maniera “teologicamente e politicamente gallicana”. Di fronte a questa tendenza di Maurras, più che di tutta l’Action Française, poiché l’élite cattolica dell’Action Française, nata attorno al 1890, era stata falciata dalla prima grande guerra del ’15-’18, il papa Pio XI nel 1926 (l’anno successivo alla Quas primas, l’enciclica sulla regalità sociale di Cristo) volle unificare l’azione sociale dei laici cattolici francesi sotto la direzione dottrinale dell’episcopato, per evitare una deriva naturalista e liberale, ossia di separazione tra temporale e spirituale, della morale sociale. Pio XI - come Leone XIII, Pio X e poi Pio XII - voleva la riconquista cristiana della società e non poteva lasciarla nelle mani dell’agnosticismo teologico professato dal Maurras, il quale portava immancabilmente alla separazione tra religione e politica, Chiesa e Stato, propria del gallicanesimo e del liberalismo o modernismo sociale. Papa Ratti voleva “tutto il Vangelo in tutta la vita individuale e sociale”. La Legislazione laicista e il pensiero maurrassiano, invece, avevano un vizio in comune: il principio di separazione tra religione e politica, laddove la dottrina cattolica si fonda sul principio di unione e di subordinazione del temporale allo spirituale. Maurras ha voluto separare nettamente la religione dalla politica, facendo della prima un qualcosa di privato e della seconda una scienza pubblica. Invece già con i primi Padri ecclesiastici e i Pontefici dell’epoca costantiniana, e poi, in maniera compiuta e sistematizzata, con la filosofia perenne, prevale la tendenza a subordinare la politica alla religione, perché il ben vivere in comune (politica o etica sociale) deve avere come princìpi quegli stessi che regolano il ben vivere del singolo (etica individuale). Il fine ultimo dell’uomo non è la polis, la civitas terrena o il Principe, ma Dio e la Città celeste. Con San Tommaso (De regimine principis; Commento alla Politica di Aristotele) abbiamo una vera e propria filosofia politica allo stato perfetto: la polis ha un valore subordinato e relativo al Bene assoluto che è Dio e il Regno dei Cieli. Questa dottrina è stata ripresa e canonizzata dalle grandi encicliche di filosofia sociale e politica di Leone XIII e Pio XI.
don  Curzio  Nitoglia

31 marzo 2010

6 commenti:

  1. facta non verba20 luglio 2012 10:28

    Sono io citrullo e prevenuto circa l'accordo, ma questa lettera è chiarissima: parla di nemici all'interno della Chiesa. e per questo si prega Maria Santissima.
    Si parla di novità del Concilio Vaticano II viziato da errori, e per le riforme che ne sono derivate (vedi quella liturgica del Novus Orror). mica di ermeneutica... queste sono solo giri di parole.

    E risponde al preambolo eccome: costituzione monarchica voluta da Nostro Signore, chiaro?!? questa stride con Nostra Aetate.

    Le parole sono chiarissime. Ad un preambolo si reagisce con un simbolo irrinunciabile.

    E certo che l'ha capito la Chiesa, perchè risponde "ma questo è un documento interno, vero?!? perchè a me così non parli". Ritorno delle autorità ecclesiastiche alla Tradizione? Ma come si permette Fellay? o non serviva tutto questo chiaccherare di parole, e pochi fatti, per ricondurre semmai la FSSPX all'ovile?

    l'autorità ecclesiastica ha reagito stizzita perchè non crede che la FSSPX possa aver scritto ciò pubblicamente.

    Adesso però ci vuole immediatamente una lettera di scuse a Mons. Williamson che aveva capito tutto e lo aveva scritto pubblicamente a tutti.

    Soprattutto mi chiedo: come mai anche la FSSPX sta iniziando ad usare il gergo del concilio, tipo scrivo scrivo ma poi non si capisce niente? non bastava un "No grazie"?

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    1. Ancor di piu' direi... sembra che i 'tiepidi'della FSSPX abbiano adottato il sistema vaticanoII,cioe':una pagina in un modo e l'altra esattamente il suo contrario... Bisognerebbe ricordargli:'IL VOSTRO PARLARE SIA SI SI NO NO. VITTORIO

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  2. vedo che il caro Bongi lavora alacremente ( come sempre ha fatto ) tramite i vari blog, per riportare una minima credibilità ad un Superiore che la ha totalmente persa.

    Le ultime possibilità di unità la FSSPX se le è giocate non accettando, in maniera grave e senza nessuna motivazione, di riammettere Mons Williamson al capitolo ben preparato ed orchestrato da Mons Fellay....non arriveranno mai le scuse al buon Vescovo ne per questo ne per le accuse poi rivelatesi infondate su altri argomenti.

    il loro "dialogo interreligioso" è destinato a proseguire...ovviamente espulsa la frangia che da fastidio.
    CZC

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  3. Mons. Fellay in questi anni ha lavorato per consolidare il suo potere all'interno del capitolo e portare la Fraternità tra le braccia dei modernisti, fortuna che i tre vescovi gli anno rotto le uova nel paniere altrimenti sarebbe arrivato al capitolo con l'accordo fresco di firma. Questo capitolo è servito solamente a dare una parvenza di unità a cui non crede nessuno, o per lo meno me lo auguro, come si fà ad essere uniti per escludere dal capitolo mons.Williamson o a rifiutare l'ordinazione a dei seminaristi che si sono permessi di dissentire dal capo?
    Leon

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    1. Concordo con Leon, in ogni virgola.

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  4. Corrono brutti tempi !
    E ' triste vedere una comunità religiosa, che deve tutto a Lefebvre, che sta prendendo o per timore o per stanchezza, le pieghe della chiesa ex cattolica vaticana.
    Forse un bella conversione a Guerard Des Lauriers, il teorico dell'umana spiegazione sulla confusione attuale, potrebbe riportare una logica e coerenza ,senza gallicanesimo serpeggiante, alle frasi arzigogolate di Fellay & c.

    Vero è che, per un sacerdote, stare in una comunità, mezza fuori "Roma", ma con introiti certi e con copertura ecclesiale diffusa, è più confortante che stare "fuori" scegliendo una strada dura, solitaria e piena di anatemi dai "cattolici" papolatri.

    Mi auguro che Williamson cessi di accettare supinamente le imposizioni vergognose del "superiore" (che in realtà e canonicamente non è!)e se ne vada finalmente da una fraternità che non è più tale per lui (fraterna=fratellanza).

    Oppure, altra situazione auspicabile è che i tre vescovi uniti nel cattolicesimo senza se e senza ma, "motu proprio", dichiarino decaduto Fellay e possano ricominciare una strada più pulita di quella condotta finora dal suddetto con le sue aspirazioni di sottofondo.

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