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giovedì 16 settembre 2010

A proposito della conferenza tenuta da Mons. Pozzo a Wigratzbad il 2 luglio 2010


Qualche considerazione
Parte terza


 

Il testo completo di queste considerazioni,
insieme al testo della conferenza di Mons. Pozzo,
disponibile in formato pdf


Nella prima parte abbiamo considerato la ”Premessa” di questa conferenza di Mons. Pozzo (Aspetti della ecclesiologia cattolica 
nella recezione del Concilio Vaticano II), nella seconda parte abbiamo fatto lo stesso col primo punto esplicativo di questa conferenza (L’unità e l’unicità della Chiesa cattolica), concludiamo adesso queste nostre considerazioni con questa terza parte, nella quale ci occuperemo del secondo punto esplicativo della conferenza: La Chiesa cattolica e le religioni in rapporto alla salvezza, e della “Conclusione”.
Anche qui seguiremo il testo della conferenza un punto dopo l’altro, come li ha presentati Mons. Pozzo

Giovanni Servodio


II. La Chiesa cattolica e le religioni in rapporto alla salvezza.

Questo secondo punto contiene, a nostro modesto avviso, una imprecisione, che non è importante di per sé, ma rivela in qualche modo una disposizione d’animo. Si dice che l’affermarsi del moderno villaggio globale “contribuisce ad uno sviluppo di interessi verso sistemi di religioni fino ad oggi sconosciute”.
Non è facile capire il senso dei “sistemi di religioni fino ad oggi sconosciute”, ma ci viene subito in mente che prescindendo dagli ultimi cinque, affollati più di mercanti e di predatori che di veri pensatori e studiosi, è da molti secoli che noi facciamo di conto con i numeri indiani.
Su questa premessa, tra l’altro, Mons. Pozzo svolge il suo ragionamento introduttivo, così sintetizzabile: anche a partire dal Concilio Vaticano II resta valida l’antica “pretesa di verità” della Chiesa cattolica, anzi è proprio su di essa che continua a fondarsi la missione cristiana di evangelizzazione. E questa “pretesa di verità” esige che si ritorni alla “questione della verità”, a “richiamare i punti fermi della dottrina cattolica sul rapporto tra Chiesa e religioni in ordine alla questione della verità e della salvezza”. In questo “esiste una continuità sostanziale del pensiero cattolico, pur nella ricchezza delle sottolineature e delle prospettive emergenti nel Concilio Vaticano II e nel più recente Magistero pontificio”.
Vediamo se è così.
Precisando che, per la natura stessa di queste nostre considerazioni, qui ci limiteremo, quasi sempre, solo alla disamina delle citazioni e dei richiami presenti nel testo della conferenza, tralasciando tanti altri passi dei documenti del Concilio che ci sembrano non perfettamente ortodossi.

Tralasciamo i punti 1 (Il mandato missionario) e 2 (Origine e scopo della missione cristiana) che richiamano il Catechismo della Chiesa Cattolica. Non possiamo affrontare qui il confronto fra il Catechismo di San Pio X e del Concilio di Trento, e il Catechismo di Giovanni Paolo II.
Veniamo dunque al punto 3.

3. (Salvezza e Verità). La citazione della Dichiarazione Dominus Iesus, del 2000, ci offre la possibilità di ricordare un particolare aspetto di certi documenti del Magistero postconciliare. Si afferma una proposizione di fede e si trascura di fare le precisazioni necessarie per evitare noti equivoci e letture capziose.
Qui si dice che “Dio vuole la salvezza di tutti attraverso la conoscenza della verità. La salvezza si trova nella verità” (Dich. Dominus Iesus, 22). Il richiamato passo di I Tim 2, 4 conferma la correttezza di questa affermazione.
Ora, la Dominus Iesus (DI) è un documento approntato per correggere certe concezioni erronee, secondo la funzione propria della Congregazione per la Dottrina della Fede che l’ha redatto. In quegli anni era già diffusa e si era già radicata nel pensiero cattolico moderno l’idea che il Sacrificio di Cristo avesse lo scopo di salvare tutti gli uomini, nel senso che tale salvazione fosse già stata attuata al momento della consumazione dello stesso Sacrificio. In realtà la Chiesa ha sempre insegnato che il Signore è venuto per la salvezza di tutti gli uomini, come dice qui San Paolo, ma a condizione che essi si lascino salvare, si vogliano salvare professando la vera Religione. Il che significa che non tutti gli uomini si salvano e il Signore Gesù lo ripete per tutto il Vangelo.
Nella DI si afferma che Dio vuole la salvezza per tutti, ma la Congregazione che l’ha redatta, essendo a conoscenza dell’errore che si era diffuso su questo punto, avrebbe dovuto fare una qualche necessaria precisazione, per esempio: “ma non tutti si salvano… ecc.”, proprio per fugare quantomeno gli equivoci. Si constata invece che nel documento non ve n’è traccia.
Anzi, a scorrere il documento si rimane fortemente perplessi nel leggere, al n° 12, affermazioni come questa: “perciò dobbiamo ritenere che lo Spirito Santo dia a tutti la possibilità di venire a contatto, nel modo che Dio conosce, col mistero pasquale”, tratta dal n° 22 della Gaudium et spes.
Quando si dice “a tutti” è evidente che si suggerisce l’azione indiscriminata dello Spirito Santo a prescindere dalla Chiesa e a prescindere dalla reale condizione spirituale di ognuno. Per dedurne poi che tutti si salvano in maniera altrettanto indiscriminata, basta solo un piccolo passettino.
Ma non è della Dominus Iesus che ci stiamo occupando adesso.

4. (La vera religione). Qui si fa riferimento alla Dichiarazione Dignitatis humanae (DH, 1) del Vaticano II, ove è ripetuto che la “vera religione sussiste nella Chiesa cattolica”. Abbiamo già detto del subsistit in. Vediamo quindi cosa dice di altro la DH, sia per verificarne la coerenza, sia per valutarne la continuità.
«La verità poi va cercata in modo rispondente alla dignità della persona umana e alla sua natura sociale, cioè con una ricerca libera, con l’aiuto del magistero o dell’insegnamento,… della comunicazione e del dialogo, con cui, allo scopo di aiutarsi vicendevolmente nella ricerca della verità, gli uni espongono agli altri la verità che hanno scoperta o che ritengono di avere scoperta; e alla verità conosciuta si deve aderire fermamente con assenso personale.» (DH, § 3, secondo capoverso).
Delle due l’una: o la vera religione è quella cattolica, coincidente quindi con la verità, o la verità va cercata liberamente, anche dai cattolici, con l’aiuto del Magistero, della comunicazione e del dialogo. O la verità è insegnata dalla Chiesa secondo il comandamento del Signore Gesù o va cercata in un confronto con le verità altrui.
Nel primo caso c’è continuità, nel secondo caso, non solo c’è rottura, ma c’è apostasia.
A quale parte della Dignitatis humanae si vuol riferire Mons. Pozzo?
E potremmo continuare con l’incoerenza e la rottura di DH, ma per questo documento rimandiamo a quanto abbiamo avuto modo di scrivere già nel 1999: reperibile al seguente indirizzo internet: http://www.unavox.it/076b.htm

5. (Missione ad gentes e dialogo inter-religioso). Qui si fa riferimento all’Enciclica Redemptoris missio (RM, 55) che sostiene che il dialogo interreligioso è un’espressione della missio ad gentes, perché è un metodo e un mezzo “per una conoscenza e un arricchimento reciproco”.
Ci basta questo per considerare semplicemente impossibile una supposizione del genere, perché è impossibile che la verità insegnata dalla Chiesa secondo il comandamento del Signore Gesù possa arricchirsi di alcunché fuori da essa. Sarebbe come dire che Dio per porgere la verità agli uomini avesse bisogno del dialogo dal quale trarrebbe “conoscenza e arricchimento reciproco”. Oltre ad essere una impossibilità è una affermazione del tutto gratuita e priva di significato reale.
Ma è ancor più grave quando dal teorico si passa al pratico e ci si rivolge ai fedeli. Qui si dice infatti che: “I credenti possono trarre profitto per se stessi da questo dialogo, imparando a conoscere meglio “tutto ciò che di verità e di grazia era già riscontrabile, per una presenza nascosta di Dio, in mezzo alle genti(Dich. Ad gentes, 9)”.
Ecco quindi che si suggerisce ai fedeli di dialogare per apprendere dagli infedeli. Ora, se i fedeli di Cristo conoscono già “di verità e di grazia”, cosa mai potranno apprendere di più dagli infedeli? Se non di menzogna e di perdizione?
Che un teologo attento, supposto ben formato, possa usare strumentalmente questo suggerimento è possibile, ma come farà a fare altrettanto un semplice fedele stimolato a dialogare con gli infedeli, magari incappando nel miglior teologo per eccellenza: messere il Demonio?
Se non c’è malafede, e siamo costretti a ritenere che non ce ne sia, c’è sicuramente superficialità e incoscienza, unite a quella malattia moderna che si chiama sottovalutazione del Demonio.
Può darsi continuità con la Tradizione?

6. (Quanto al rapporto tra Cristianesimo, ebraismo e islam). Qui si richiama, d’obbligo, la Dichiarazione Nostra aetate (NAe) per confermare che “la Chiesa annuncia ed è tenuta ad annunciare incessantemente che Cristo è la via, la verità e la vita (Gv 14,6) in cui gli uomini trovano la pienezza della vita religiosa” (NAe, 2).
Il caso è simile a quello di DH, si coglie quello che è utile alla tesi della continuità e lo si presenta come emblematico.
Cosa dice di emblematico invece Nostra Aetate?
Esattamente dopo la suddetta citazione, si legge: «Essa [la Chiesa] perciò esorta i suoi figli affinché, con prudenza e carità, per mezzo del dialogo e della collaborazione con i seguaci delle altre religioni, sempre rendendo testimonianza alla fede e alla vita cristiana, riconoscano, conservino e facciano progredire i valori spirituali, morali e socio-culturali che si trovano in essi» (NAe, § 3, capoverso 5).
Chiediamo rispettosamente: come si fa ad annunciare che Cristo è tutto – via verità e vita – e contemporaneamente conservare e far progredire i valori spirituali, morali e socio-culturali dei seguaci delle altre religioni? Tali valori non sono interamente fondati su tali religioni?
Di tutti i misteri della Chiesa moderna questo sembrerebbe invero il più impenetrabile, se non fosse che non si tratta propriamente di un mistero, ma della deriva del Concilio che vuol conciliare il diavolo e l’acqua santa. Non è sostenibile che questa impossibile conciliazione sia in continuità con la Tradizione della Chiesa cattolica.

E ancora sui musulmani: «La Chiesa guarda anche con stima i musulmani che adorano l’unico Dio, … Benché essi non riconoscano Gesù come Dio, lo venerano tuttavia come profeta; onorano la sua madre vergine, Maria, e talvolta pure la invocano con devozione. Inoltre attendono il giorno del giudizio, quando Dio retribuirà tutti gli uomini risuscitati. Così pure hanno in stima la vita morale e rendono culto a Dio, soprattutto con la preghiera, le elemosine e il digiuno» (NAe, § 3, primo capoverso).
Ci verrebbe da dire “amen!”, ma la cosa è molto più seria.
Se adorano lo stesso Dio, venerano Gesù e onorano e invocano la Vergine Maria, nonché attendono la Parusia e seguono “la vita morale” e rendono culto a Dio, di grazia, in cosa differiscono dai cattolici se non nella quisquilia del rifiuto della divinità di Cristo, definita orribile bestemmia? Mille teologi potranno provare a spiegarci la supposta intelligenza di questa insidiosissima descrizione dell’Islam, ma non potranno mai farci credere che in essa si trovi alcunché di corrispondente con l’insegnamento tradizionale della Chiesa cattolica.
Sono dichiarazioni come questa che hanno prodotto e producono la confusione e l’errore nei fedeli, i quali, seguendo questa logica, hanno finito con l’avere maggiore rispetto per i musulmani che per i loro confratelli cattolici, e se non hanno ancora apostatato, considerando l’Islam una religione parimenti degna di rispetto di quella cattolica, sono senz’altro pronti a scambiare questa con quella alla prima occasione!
Soprattutto quanto si legge, al secondo capoverso:«Il sacro Concilio esorta tutti a dimenticare il passato e a esercitare sinceramente la mutua comprensione».
È finito il tempo delle Crociate… col “sacro” Concilio ha avuto inizio il tempo della confusione delle lingue, che prelude ad una nuova Babele e al conseguente castigo: in questo sì vi è continuità.
È di questa continuità che si tratta?

Per quanto riguarda gli Ebrei, sorvoliamo sulla prima parte del paragrafo 4, perché vi si trova un misto di citazioni scritturali, vere, e di deduzioni, false, che richiederebbero un intero libro di confutazioni. Ci limitiamo a considerare: «E se autorità ebraiche con i propri seguaci si sono adoperate per la morte di Cristo, tuttavia quanto è stato commesso durante la sua passione, non può essere imputato né indistintamente a tutti gli Ebrei allora viventi, né agli Ebrei del nostro tempo» (NAe, § 4, capoverso 7).
Nulla da eccepire, è talmente ovvio che non serviva un Concilio per dichiararlo solennemente.
Solo che la questione non è questa, la vera questione è che i sacerdoti ebrei, e con loro la “Nazione” ebraica, hanno voluto la morte dell’ebreo Gesù per blasfemia, e la morte degli Apostoli e dei primi seguaci di Cristo perché per loro erano blasfemi e sovvertitori della Legge, e da allora tutti gli Ebrei rimasti tali, di tutti tempi, continuano a considerare la Chiesa come una creatura del demonio e i cristiani come il sottoprodotto dello scarto ebraico.
«E se è vero che la Chiesa è il nuovo popolo di Dio, gli Ebrei tuttavia non devono essere presentati come rigettati da Dio, né come maledetti, quasi che ciò scaturisse dalla sacra Scrittura. Curino pertanto tutti che nella catechesi e nella predicazione della parola di Dio non si insegni alcunché che non sia conforme alla verità del Vangelo e dello Spirito di Cristo» (NAe, § 4, capoverso 8).
Anche qui il Concilio ha ragione: la Chiesa è il nuovo popolo di Dio. Ed è il nuovo popolo di Dio per volontà di Dio stesso.
Quindi?
Quindi gli Ebrei che fanno parte della Chiesa, per ciò stesso, fanno parte del popolo di Dio, mentre gli Ebrei che non hanno mai voluto farne parte, né ne fanno parte, sono semplicemente niente di tutto quello di cui parla Nostra Aetate, sono al pari di qualsiasi altro uomo sulla terra che conosciuta la Buona Novella, la disprezza e la rifiuta. Di costoro, dice il Signore Gesù: «In verità vi dico, nel giorno del giudizio il paese di Sodoma e Gomorra avrà una sorte più sopportabile…» (Mt. 10, 15).
Ora, se i cattolici non devono presentare gli Ebrei né come rigettati da Dio, né come maledetti, è evidente che Nostra Aetate impone (“non devono”) ai cattolici di contraddire la Sacra Scrittura. Con tanti saluti alla continuità e perfino alla Sacra Scrittura.
Quanto poi alla raccomandazione del Concilio perché “tutti”, parroci e catechisti (nella catechesi), e vescovi (nella predicazione), non insegnino alcunché di difforme dalla verità del Vangelo e dello Spirito di Cristo, ci troviamo al cospetto di una di quelle frasi che sembra dire una cosa corretta, in continuità, e invece afferma capziosamente una falsità, in totale dispregio e rottura con la Tradizione, il Vangelo, lo Spirito Santo e Cristo.
È questa una delle caratteristiche tipiche del Concilio Vaticano II.
La Tradizione ha sempre insegnato che gli Ebrei, fintanto che resistono all’insegnamento del Signore Gesù, sono dei rami tagliati dall’ulivo, bisognosi di attenzione e di conversione (cfr. Rm 11, 23); il Vangelo insegna che gli Ebrei sono i primi a dover essere convertiti, e guai a loro se non si convertono (cfr. Mt 10, 5-6 e 14-15); Lo Spirito Santo assiste da sempre la Chiesa perché questa faccia di tutto per condurre tutti gli uomini, compresi gli Ebrei, anzi, soprattutto gli Ebrei, a Cristo; e Cristo insegna: «Se non fossi venuto e non avessi parlato loro, non avrebbero alcun peccato; ma ora non hanno scusa per il loro peccato.  Chi odia me odia anche il Padre mio. Se non avessi fatto in mezzo a loro opere che nessun altro mai ha fatto, non avrebbero alcun peccato; ora invece hanno visto e hanno odiato me e il Padre mio». (Gv 15, 22-24).
Come fa il Concilio, con Nostra Aetate, a dire che il rigetto degli Ebrei e la loro condanna non scaturisce dalla Sacra Scrittura? C’è solo una possibilità: che i Padri del Concilio abbiano “interpretato” la Sacra Scrittura secondo l’“ermeneutica della discontinuità”.
Non c’è quindi da andare a cercare chissà dove i responsabili della rottura.

7. (Il legame della Chiesa con le altre religioni non cristiane). Qui, mettendo insieme Lumen gentium e Catechismo della Chiesa Cattolica, si vuole offrire una prova dell’interpretazione nella continuità del dettato del Concilio.
La Costituzione dogmatica Lumen gentium, al n° 16 dice: “Poiché tutto ciò che di buono e di vero si trova in loro è ritenuto dalla Chiesa come una preparazione ad accogliere il Vangelo e come dato da colui che illumina ogni uomo, affinché abbia finalmente la vita. Ma molto spesso gli uomini, ingannati dal maligno, hanno errato nei loro ragionamenti e hanno scambiato la verità divina con la menzogna, servendo la creatura piuttosto che il Creatore”.
La prima parte di questa citazione esprime una constatazione: Dio ha seminato nel cuore degli uomini quelle pianticelle che aspettano di crescere nella verità con la predicazione del Vangelo. Ma fino a quando questo non avviene, quelle pianticelle sono una potenzialità che, esposta all’inganno del maligno, come dice anche il testo, produce suo malgrado male e falso. Ciò che allo stato, quindi, si trova in “loro” non è né buono né vero, ma male e falso. Solo la predicazione del Vangelo potrà far riemergere la potenzialità soffocata dal maligno. Il che significa che la stessa predicazione del Vangelo è costretta inizialmente a tralasciare la potenzialità di buono e di vero così soffocata (ammesso che ci sia), per partire dall’attualità che è invece male e falso. Insomma si predica il Vangelo con l’ingiunzione del Signore Gesù: “convertitevi e credete al Vangelo” (Mc 1, 15).
In qualche modo, è questo che sembra suggerire Mons. Pozzo, ma per far questo non v’era alcun bisogno di Lumen gentium 16, e quindi della sua interpretazione nella continuità.
Il problema si pone, invece, perché il Concilio ha voluto espressamente parlare di: “tutto ciò che di buono e di vero si trova in loro”. Ora, dando per acquisito che in “loro” ci sia di buono e di vero e ammesso e non concesso che sia effettivamente così, ne deriva logicamente che la predicazione del Vangelo debba partire da lì, si precisa infatti che tutto questo è una preparazione all’accoglienza del Vangelo. In tal modo, la missione non è più fondata sul presupposto della conversione del peccatore, ma sul presupposto che questo peccatore abbia già in sé del buono e del vero, allo stato cosciente e in atto. La conversione, quindi, dovrà passare prima per questo “tutto ciò”, subendo un processo di mediazione in cui verranno a confronto, se non addirittura a dialogo, il Vangelo e il peccatore, la Verità e il peccato.
E questo è tanto più inevitabile per quanto si debba praticare ciò che Lumen gentium afferma al n° 17: “[La Chiesa] Procura poi che quanto di buono si trova seminato nel cuore e nella mente degli uomini o nei riti e culture proprie dei popoli, non solo non vada perduto, ma sia purificato, elevato e perfezionato a gloria di Dio, confusione del demonio e felicità dell'uomo.
Se fin qui si era rimasti sul generico, questo nuovo passo chiarisce a cosa ci si vuole riferire: a ciò che è seminato nel cuore, nella mente, nei riti e nelle culture proprie dei popoli, che va, non solo preservato, ma purificato e perfezionato.
Niente di più facile da capire e da fare!
E questo lavoro va fatto dopo, sembra di capire (procura poi), così che dopo la conversione sarà cura della Chiesa preservare i preesistenti sentimenti, pensieri, riti e culture dei diversi popoli, certo dopo averli purificati, elevati e perfezionati. Ci sembra che sia evidente che, se non si sarà predicato proprio del sincretismo, di certo si sarà praticato del relativismo, poiché non è possibile realizzare l’uomo nuovo, come dice San Paolo, senza aver prima sradicato l’uomo vecchio.
La proposta del Concilio è di mirare ad un uomo che diventi nuovo in forza del Vangelo e in forza della conservazione di sentimenti, pensieri, riti e culture dell’uomo vecchio. Il relativismo è palese: convertiti, ma non troppo, credi alla Buona Novella, ma anche alla cattiva superstizione, pratica una nuova vita, ma anche la vecchia.
Questo è in contraddizione insanabile con le stesse parole del Signore Gesù: «Se uno viene a me e non odia suo padre, sua madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo». (Lc 14, 26). Altro che preservare riti e culture!
E questa è la diretta conseguenza del “tutto ciò che di buono e di vero si trova in loro”, solennemente dichiarato da Lumen gentium 16.
Ed è veramente impensabile che possa trovarsi una “interpretazione nella continuità” di tutto questo.

8. (La Chiesa sacramento universale della salvezza). Qui si ribadisce che senza la Chiesa non può esserci salvezza, concetto che assomiglia molto all’antica sentenza: extra ecclesiam nulla salus.
Dopo i diversi passi considerati prima, molti dei quali tratti da Lumen gentium, i richiami a Lumen gentium 14 e 48, qui presenti, provano che nello stesso documento del Concilio si trovano punti in continuità e punti in rottura con la Tradizione.
È questo uno dei segni distintivi del Concilio Vaticano II, derivato da fattori diversi, a cui abbiamo avuto modo di accennare, tra i quali va ricordato il complesso lavoro degli emendamenti proposti, non sempre con successo, dai Padri più preoccupati di rimane fedeli alla Tradizione, che cercarono in tutti i modi di contrastare il lavoro dei Padri che vedevano nell’allontanamento dalla Tradizione, o nella marginalizzazione di essa, il vero scopo della convocazione e dello svolgimento del Concilio.
Sta qui, tra l’altro, la causa principale di quella che 40 dopo sarà chiamata l’“ermeneutica della rottura”.

9. (Valore e funzione delle religioni in ordine alla salvezza). Quest’ultimo punto torna su questioni controverse. Richiamandosi all’Enciclica Redemtoris missio (RM), esso intende ribadire la presenza di elementi buoni e veri che sarebbero propedeutici alla predicazione.
Secondo la dottrina cattolica si deve ritenere che “quanto lo Spirito opera nel cuore degli uomini e nella storia dei popoli, nelle culture e religioni, assume un ruolo di preparazione evangelica (Lett. Enc. Redemptoris missio, 29)”.
Ora, se qui ci si rifà, non più ad un documento del Concilio, ma ad una Enciclica di Giovanni Paolo II, sembra di capire che si voglia presentare questo testo come esemplare riguardo all’applicazione dell’ermeneutica della continuità.
Limitandoci, quindi, a questo n° 29 qui richiamato, leggiamo:
Il rapporto della chiesa con le altre religioni è dettato da un duplice rispetto: «Rispetto per l’uomo nella sua ricerca di risposte alle domande più profonde della vita e rispetto per l’azione dello Spirito nell’uomo». L'incontro inter-religioso di Assisi, esclusa ogni equivoca interpretazione, ha voluto ribadire la mia convinzione che «ogni autentica preghiera è suscitata dallo Spirito santo, il quale è misteriosamente presente nel cuore di ogni uomo»”.
Questo passo è indispensabile per comprendere il vero significato di quello citato da Mons. Pozzo. Secondo Giovanni Paolo II qualsiasi autentica preghiera è suscitata dallo Spirito Santo, sempre.
Dove per “autentica” si è costretti ad intendere “sincera”, “spontanea”, “sentita”, non risulta infatti che Giovanni Paolo II abbia sottoposto ad esame preventivo le preghiere dei pagani da lui convocati ad Assisi, per valutarne la “verità”. L’autenticità di quelle preghiere è dichiarata e riconosciuta a prescindere dal loro essere vere. Sono quindi dette autentiche perché tali le sentono gli uomini che le recitano. Costoro sono pagani e le loro preghiere sono pagane.
Il Papa afferma quindi che lo Spirito Santo suscita preghiere pagane ai pagani, e sarebbe lo stesso Spirito Santo che avrebbe suscitato in Giovanni Paolo II la necessità di riunire tutti i pagani ad Assisi perché recitassero le loro preghiere pagane, a loro volta supposte suscitate dallo stesso Spirito Santo.
Un pasticcio!
Ma non s’era detto che lo Spirito Santo assiste la Chiesa cattolica secondo l’annuncio del Signore Gesù: «Ma il Consolatore, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, egli vi insegnerà ogni cosa, e vi ricorderà tutto ciò che vi ho detto» (Gv. 14, 26).
Ora, per capire bene, secondo l’ermeneutica della continuità, cosa ha insegnato il Concilio, veniamo a sapere da questa Enciclica che lo Spirito Santo suscita le preghiere pagane nei pagani che professano religioni pagane.
E dove sta la continuità con quanto sta scritto nello stesso Vangelo di San Giovanni: «Io pregherò il Padre ed Egli vi darà un altro Consolatore perché rimanga con voi per sempre. Lo Spirito di Verità che il mondo non può ricevere, perché non lo vede e non lo conosce» (Gv. 14, 16).
Secondo il Vangelo lo Spirito Santo verrà mandato dal Padre per insegnare ai discepoli di Cristo, secondo Giovanni Paolo II, invece, è stato sempre mandato a tutti per suscitare in chiunque preghiere “autenticamente” non cristiane.
Chi ha ragione: il Vangelo o Giovanni Paolo II.
Chi ha ragione: Giovanni Paolo II che applica il Concilio con l’ermeneutica della continuità, come suggerisce Mons. Pozzo, o il Vangelo che dice «Lo Spirito di Verità che il mondo non può ricevere, perché non lo vede e non lo conosce» ?
Ma c’è di più. La stessa Enciclica afferma:
«Infatti, è sempre lo Spirito che agisce sia quando vivifica la chiesa e la spinge ad annunziare il Cristo, sia quando semina e sviluppa i suoi doni in tutti gli uomini e i popoli, guidando la chiesa a scoprirli, promuoverli e recepirli mediante il dialogo. Qualsiasi presenza dello Spirito va accolta con stima e gratitudine, ma il discernerla spetta alla chiesa, alla quale Cristo ha dato il suo Spirito per guidarla alla verità tutta intera».
Il che significa che questo Spirito di cui parla Giovanni Paolo II “vivifica la Chiesa” e contemporaneamente “semina e sviluppa i suoi doni in tutti gli uomini e i popoli”, per cui la Chiesa non può che “scoprirli, promuoverli e recepirli mediante il dialogo”, questi doni.
Come è stato fatto a partire dal Concilio, come abbiamo visto prima. Tale che lo stesso richiamo contenuto in questo passo dell’Enciclica, Gv 16, 13 (egli vi guiderà alla verità tutta intera), o è fuori luogo o “deve significare” che la verità tutta intera è quella delineata da Giovanni Paolo II: la verità della Chiesa più i doni che lo Spirito semina e sviluppa e che la stessa Chiesa scopre, promuove e recepisce col dialogo.
Ora sì… ora tutto è chiaro! Finalmente abbiamo capito che l’intera Verità di Cristo ci verrà data dalla sommatoria del Vangelo, più la parte buona del Corano, più la parte buona del Talmud, più la parte buona dei Brahamsutra, più la parte buona del Dammapada, più la parte buona del Tao-tê-ching, più la parte buona dello Zen… e, per carità, la finiamo qui. Parti buone che verranno espunte con discernimento dalla Chiesa proprio con la guida dello Spirito, di quello stesso Spirito che ha seminato e sviluppato tutte queste parti buone.
È questo il prodotto dell’ermeneutica della continuità riguardo al Concilio: opera del Papa che ha portato avanti l’attuazione del Concilio.
Dobbiamo elencare centinaia e centinaia di citazioni del Magistero di sempre o si capisce subito che questo insegnamento è del tutto opposto a quello della Chiesa cattolica?
A noi sembra lampante che tutto questo costituisce una palese violazione del primo Comandamento e del primo articolo del Credo.


Conclusione

Come conclude Mons. Pozzo?
Dopo aver ripetuto che l’ermeneutica della discontinuità o della rottura con la Tradizione non è del Concilio, ma dell’ideologia para-conciliare, egli elenca tre fattori che caratterizzano quest’ideologia.

1) La rinuncia all’anathema. Non v’è rinuncia, si dice.
In realtà non c’è nessuna contraddizione tra la ferma condanna e confutazione degli errori in campo dottrinale e morale e l’atteggiamento di amore verso chi cade nell’errore e di rispetto della sua dignità personale”.
È vero; ed è tanto vero che si è sempre fatto così. L’amore e la misericordia non sono mai mancati nel momento dell’anatema verso l’errante… solo che qui non c’è stato e non c’è nessun anatema.
L’atteggiamento di amore verso chi cade nell’errore e di rispetto della sua dignità personale” esigono la condanna dell’errore e, se necessario, la giusta punizione. Questo esige la giustizia che, al pari dell’amore, viene esercitata dalla Chiesa in nome di Cristo e ad imitazione di Cristo. Qualunque buon padre di famiglia sa che amare il proprio figlio non basta, occorre vigilare, ammonire, richiamare, condannare, se è il caso, e punire, se è necessario. Diversamente si farebbe il male del figlio, che è l’esatto opposto dell’amore per il figlio. Un padre che si limita a capire e ad amare non è un buon padre. La Chiesa che trascura di ammonire, di richiamare, di condannare e di punire, non è una buona Chiesa, perché viene meno alla sua suprema legge, la salus animarum, in nome di una falsa concezione dell’amore che dimostra di avere primariamente in vista la salus corporum.
C’è qualcuno che ritiene che “il pronunciamento dogmatico e censorio del Magistero debba essere abbandonato o escluso”? Male… ma ha delle buone referenze: è lo stesso Magistero e lo stesso Concilio che hanno abbandonato tale pronunciamento. E non si tratta di una osservazione a posteriori, ma di un postulato a priori, su cui si è convocato e svolto il Concilio e si è sviluppato il Magistero postconciliare.
C’è qualcuno che ritiene “che l’indole espositiva e pastorale dei Documenti del Concilio Vaticano II non implichi anche una dottrina che esige il livello di assenso da parte dei fedeli secondo il diverso grado di autorità delle dottrine proposte”? Male… ma è l’esame dei documenti che induce a concludere che il grado di autorità delle dottrine proposte è un grado molto basso rispetto al grado di autorità delle dottrine da sempre, e fino al Concilio, proposte dal Magistero. Se il grado di autorità è molto basso, sarà molto basso l’assenso; e se la dottrina proposta suscita dubbi, perplessità e timori, non serve richiamarsi alla sua autorità, già di per sé ad un grado molto basso.

2) La traduzione del pensiero cattolico nelle categorie della modernità.
Non è così, si dice, perché questo è modernismo, e il modernismo è già stato condannato da San Pio X.
Ma non basta affermare una petizione di principio e cioè che il modernismo, essendo stato condannato, non è praticabile nella Chiesa, perché nei fatti le cose stanno esattamente alla rovescia: nonostante le condanne del Magistero, il modernismo è predicato e praticato nella Chiesa, sia pure nei modi più camuffati, com’è nella sua natura. Ed è stato predicato e praticato in Concilio: è risaputo da tutti che gli stessi modernisti condannati dai papi di prima sono stati riabilitati e invitati al Concilio, dove hanno svolto il ruolo di maestri del pensiero.
Infatti è di questo che stiamo parlando: delle conseguenze di questo cambio di rotta.
Già il Card. Ratzinger era stato chiaro, il 18 aprile del 2005, dice Mons. Pozzo citandolo.
Ma il Card. Ratzinger non disegnava un quadro correttivo, descriveva uno stato di fatto, ben 40 anni dopo il Concilio: La piccola barca del pensiero di molti cristiani è stata non di rado agitata da queste onde, gettata da un estremo all’altro: dal… al…; dal … al…; dal…; dal… al… e così via… Avere una fede chiara, secondo il Credo della Chiesa, viene spesso etichettato come fondamentalismo. Mentre il relativismo, … appare come l’unico atteggiamento all’altezza dei tempi odierni. Si va costituendo una dittatura del relativismo che non riconosce nulla come definitivo e che lascia come ultima misura solo il proprio io e le sue voglie.
Questa la Chiesa del 2005, dice il Card Ratzinger, questo lo stato della Chiesa a quarant’anni dal Concilio. Non dice che c’è qualcuno o alcuni, non dice che c’è qua o là, non dice che accade a volte: dice che questo è lo stato della Chiesa, di quasi tutta la Chiesa, della “piccola barca del pensiero di molti cristiani”.
E lo stesso Mons. Pozzo afferma: “Questa pretesa ha condotto il mondo cattolico ad impegnarsi in un “aggiornamento”, che costituiva in realtà in una progressiva e a volte inconsapevole omologazione della mentalità ecclesiale con il soggettivismo e il relativismo imperanti. Questo cedimento ha portato ad un disorientamento nei fedeli privandoli della certezza della fede e della speranza nella vita eterna, come fine prioritario dell'esistenza umana”.
E se questo è il prodotto della “ideologia para-conciliare” ne deriva che questa ideologia non fosse di questo o di quello, ma del “mondo cattolico” che ha voluto “aggiornarsi”, perché solo così si spiega il “disorientamento dei fedeli” e l’averli privati “della certezza della fede”. In queste condizioni, dire che il Concilio non c’entra niente ci sembra quantomeno riduttivo o specioso, per non dire falso.

3) L’interpretazione dell’aggiornamento voluto dal Concilio Vaticano II.
Aggiornamento, nel significato papale e conciliare voleva esprimere la intenzione pastorale della Chiesa di trovare i modi più adeguati e opportuni per condurre la coscienza civile del mondo attuale a riconoscere la verità perenne del messaggio salvifico di Cristo e della dottrina della Chiesa”.
Questa è la precisazione proposta, ed è corretta. Ma senza la chiarezza sulla “verità perenne del messaggio salvifico di Cristo e della dottrina della Chiesa”, senza la chiarezza sulla perenne validità della Tradizione, è quasi impossibile elaborare “i modi nuovi più adeguati e opportuni”, proprio perché questi modi devono essere adeguati rispetto alla Tradizione e opportuni rispetto ai tempi.
Il presupposto della invariabilità della Tradizione è condicio sine qua non perché si possa trasmettere alla coscienza civile del mondo il messaggio salvifico, cioè la Tradizione stessa.
Se siamo qui a parlare di ermeneutica e di ridefinizione è perché il Concilio non fece chiarezza, tanto più necessaria per quanto la famosa coscienza civile, da più secoli, aveva voltato le spalle al messaggio della Chiesa.
Basta leggere il discorso di apertura del Concilio per rendersi conto che Giovanni XXIII, e i papi dopo di lui, non partivano dalla necessità di disingannare il mondo, erano convinti invece della bontà del mondo attuale, così com’è, a cui bisognava aprirsi assumendone innanzi tutto il linguaggio. Chiunque sa che il linguaggio è il veicolo delle idee e assumere il linguaggio significa spesso assumere le idee stesse che esso veicola. Non è difficile comprendere che senza la guida ferma della Tradizione e il discrimine che si può e si deve attuare sulla base dei suoi insegnamenti, parlare il linguaggio del mondo significa semplicemente abbracciarne le idee.
Ci dispiace contraddire Mons. pozzo, ma è ancora fuorviante affermare che l’ideologia para-conciliare sarebbe stata “diffusa soprattutto dai gruppi intellettualistici cattolici neomodernisti e dai centri massmediatici del potere mondano secolaristico, il termine “aggiornamento” venne inteso e proposto come il rovesciamento della Chiesa di fronte al mondo moderno: dall’antagonismo alla recettività”.
Torniamo sempre allo stesso punto: se di questo si fosse trattato, con la Chiesa nel suo insieme, fedeli, preti, vescovi, cardinali e papi, ferma come roccia sul fortino della Tradizione, … di cosa stiamo parlando?
Se Mons. Pozzo ne parla è perché ciò che è stato diffuso è stato recepito, ed è stato recepito perché coloro che l’hanno diffuso erano e sono, non gruppi neomodernisti e centri massmediatici (che non si capisce cosa c’entrino), ma fedeli, preti, vescovi, cardinali e papi.
Va bene… togliamo pure i papi, per carità cristiana, visto che il Papa non si tocca: ma, attenzione, perché così non aggiustiamo la frittata, la sfasciamo completamente: dov’erano i papi mentre lo sconquasso portava i fedeli al disorientamento “privandoli della certezza della fede e della speranza nella vita eterna”? Dov’erano i papi mentre i fedeli, come dice Mons. Pozzo, si dannavano in eterno?
Mons. Pozzo ricorda la famosa omelia di Paolo VI del 29 giugno 1972, in cui il Papa affermava: “Da qualche fessura è entrato il fumo di Satana nel tempio di Dio: ecc.
Incredibile questo sfogo di Paolo VI ad appena 7 anni dal Concilio.
E da quale fessura… Santità? Se non dalle brecce aperte dal Concilio!
Mons. Pozzo dice che “gli effetti” non sono scomparsi.
Noi diremmo meglio che non è scomparso il fumo di Satana, che non è stato bonificato, e dalle brecce che non sono state richiuse continuano ad irrompere flussi di fumo e di zolfo.
Basta leggere il seguito delle considerazioni di Paolo VI, che Mons. Pozzo non riporta: “Crediamo in qualcosa di preternaturale venuto nel mondo proprio per turbare, per soffocare i frutti del Concilio Ecumenico, e per impedire che la Chiesa prorompesse nell’inno della gioia di aver riavuto in pienezza la coscienza di sé”.
Insomma, dice Paolo VI, il diavolo, che in genere si occupa di ben altro negli spazi siderei, nel 1972, o giù di lì, è “venuto nel mondo «proprio» per turbare, per soffocare i frutti del Concilio Ecumenico”.
Sembrerebbe una “bella trovata”, e invece no, è il pensiero di Paolo VI, manifestato in occasione della solenne celebrazione per il IX anniversario della sua incoronazione, nella solennità dei Santi Pietro e Paolo; è il pensiero del Papa del Concilio che, oltre a confessare che non avrebbe mai potuto pensare al diavolo (!?), confessa che il Concilio avrebbe ridato alla Chiesa la piena coscienza di sé.
Chi ha lavorato per la rottura? Se non Paolo VI e i tanti Padri conciliari che hanno preteso di ridare alla Chiesa del Concilio la piena coscienza di sé, che, evidentemente per loro, la Chiesa di sempre aveva perduta?
Dopo questa confessione di modernismo spinto, è davvero inutile andare a cercare i demolitori tra “gran parte della pubblicistica cattolica”, come se fosse tutta colpa, per esempio, di Famiglia Cristiana, di Jesus, di Vita Pastorale, di Rivista Liturgica e dei loro innumerevoli emuli diocesani.
E Mons. Pozzo è più preciso: egli afferma che questo sconquasso è individuabile, per esempio, nella visione sociologica della fede e nell’ideologia del dialogo.
Tralasciamo la prima perché è troppo facile rispondere che l’osservazione andrebbe girata ai vescovi e ai docenti delle Università cattoliche e delle facoltà teologiche e dei seminari, certo non capitati lì per caso, ma tutti messi lì dai papi.
Della seconda diciamo che il dialogo non è neanche un mezzo, come si dice qui, poiché qualunque insegnante sa che il rapporto docente discente non è un rapporto dialogico, ma consiste nella trasmissione di conoscenze da uno che sa ad uno che non sa. E la Chiesa non dialoga: ammaestra, battezza e insegna: Andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro ad osservare tutto ciò che vi ho comandato (Mt 28, 19-20; Mc 16, 15-16; Lc 24, 47).
Non può esserci dialogo fra la conoscenza e l’ignoranza… di che cosa mai dialogherebbero? Non può esserci dialogo fra la verità e l’errore… dialogherebbero di verità o di errore?
E per correggere le deviazioni dovute al dialogo, non servono tutte le cose che elenca Mons. Pozzo, basta ricordare la sentenza extra Ecclesiam nulla salus, e con l’aiuto dei 7 doni dello Spirito Santo e la pratica delle 4 virtù cardinali e delle 3 virtù teologali, si potrà affrontare ogni aspetto della irriducibilità della Chiesa al mondo, nonostante il mondo e nonostante il diavolo.
Il Signore Gesù non è venuto per salvare il mondo, che è destinato a perire, ma è venuto a salvare i peccatori, che troveranno misericordia presso Dio se si convertiranno e crederanno al Vangelo.
Tutto il resto è superfluo e appartiene al diavolo.


Ci scusiamo per questa interminabile e tediosa disamina, ma, a costo di fare addormentare il lettore, sentiamo il dovere di fare un’ultima considerazione.

La fede cattolica non è fatta essenzialmente per essere discussa o argomentata, è fatta essenzialmente per essere praticata. Tolto il legittimo lavoro dei teologi, che svolgono un compito meritorio proprio in relazione alla dura comprensione di noi uomini comuni, soprattutto in relazione a coloro che hanno voglia e capacità di approfondimento, il resto dei fedeli si limita a praticare la fede, oggi si direbbe a “viverla”.
La pratica della fede è basata su proposizioni semplici e concise, su indicazioni immediate e pratiche, sulla frequenza dei Sacramenti, sul compimento delle opere di misericordia. Questa è la fede della Chiesa, dice il fedele. A lui interessa poco il significato più o meno complesso di un dato atto o di una data proposizione di fede, a lui basta compiere l’atto e uniformare il suo comportamento alla proposizione: come fanno i suoi confratelli, come fa il religioso, come fa il prete, come fa il vescovo. È questo il suo catechismo.
In questi 40 anni, a partire dal Concilio e dalla sua applicazione, il fedele ha letto invece quest'altro catechismo: quello delle chiese vuote e/o orribili e/o chiassose, degli altari capovolti, delle liturgie scomposte o inventate o affogate nelle parole, delle Messe pacchiane, spesso dissacrate, tante volte invalide, dei Sacramenti umanizzati e banalizzati, del SS. Sacramento accantonato, delle Sacre Specie blasfemate, delle omelie socializzanti e politicizzate, dei conventi svuotati, dei religiosi e delle religiose che vivono del mondo, delle opere indiscriminate e fine a se stesse, delle assicurazioni supermisericordiose anche a fronte del peccato mortale e dei peccati contro lo Spirito Santo e di quelli che gridano vendetta nel cospetto di Dio, dei preti che si truccano da non preti e non credono nella loro ordinazione, dei vescovi che fanno i sociologi e i filantropi, vanno a braccetto con gli eretici e mentre giurano fedeltà al Papa decidono come se la Chiesa fosse la loro, dei cardinali che predicano la giustizia sociale a preferenza della giustizia di Dio e rendono omaggio a ogni e qualsiasi pseudo-religione, dei papi che danno spettacolo, che dibattono con gli atei e gli agnostici, che abbracciano e baciano i senza Dio e i più incredibili dei pagani, che hanno rinunciato ad esercitare l’autorità che viene loro da Dio… e potremmo continuare.
Con quest'altro catechismo, quanti fedeli hanno salvato la loro anima e quanti l’hanno perduta?
Qual è il compito degli uomini di Chiesa, quello più urgente, quello più impellente, quello non più differibile? Riscrivere questo catechismo. Farlo il prima possibile e il più decisamente possibile e il più chiaramente possibile, prima che all’Inferno messer Belzebù si veda costretto a chiedere a Dio di concedergli ancora altro spazio, ancora tanto altro spazio.

Non pensiamo neanche di poter insegnare a fare il papa al Papa. Non siamo così sciocchi e stolti. Ma è proprio nel nostro dovere di fedeli cattolici indicare ai nostri Pastori ciò che ci manca, ciò che ci turba, ciò che ci confonde, ciò che ci minaccia, e farlo tanto più fortemente per quanto questo proviene dall’interno dell’ambito ecclesiale, dai pulpiti e dalle cattedre. Ed è proprio nel nostro diritto di fedeli cattolici pretendere dalla Gerarchia che ci insegni il vero catechismo, che ci rivolga la vera predicazione, che ci trasmetta la vera Fede, che ci trasmetta tutta intera e integra la Tradizione.

L’ermeneutica della continuità sarà cosa lodevole, ammesso che sia seriamente praticabile, ma è ancora più lodevole e più impellente che gli uomini di Chiesa riprendano a predicare e a praticare l’insegnamento della Chiesa di Cristo… integralmente, fondamentalmente, decisamente, perfino eroicamente… anche a costo di dispiacere, di fare arrabbiare, di provocare la dura reazione del mondo… anzi!…, e senza esercizi ermeneutici, senza tentennamenti, senza compromessi con le coscienze e con le scienze moderne, che, come dice  il Vangelo, sono i prodotti prediletti del Principe di questo mondo. 
Ne va della salvezza delle anime, non della salvezza della Chiesa che è l’indefettibile Santa Sposa di Cristo.
Alla Chiesa ci pensa il Signore, alle anime devono pensarci i preti, i vescovi e i papi.
Il falso ecumenismo e il dialogo religioso sincretistico...

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